Saturday, November 28, 2020

People-CATELLO BUONO

n.03/2005

Photo: Riccardo Sepe Visconti
ArtDirector: Federico Simonassi
Text: Maria D´Ascia

 

Delle quattro figure potenti del villaggio (farmacista, notaio, prete e giudice) probabilmente Catello Buono è stato la figura che più di ogni altra ha incarnato le estreme contraddizioni del suo ruolo: amatissimo dalla gente ed eminenza grigia delle stanze del potere negli anni ´80-´90, ha perso tutto ciò che aveva per inseguire la sua più grande passione, il calcio. Oggi riparte da zero con il solo obiettivo di ritornare ad essere “il farmacista” del suo paese.

M.: Lei è stato un uomo molto popolare: il consenso della gente è qualcosa che dà dipendenza?
C.: No. Fa piacere, ma se ne può fare a meno.
M.: Le lusinghe, le attenzioni… possono essere disinteressate?
C.: Difficilmente: tranne che in casi eccezionali, sono quasi sempre interessate.
M.: Qual è il limite da non oltrepassare nel percorso verso la realizzazione di un sogno?
C.: I sogni sono sogni, irrealizzabili per definizione. Chi vive di sogni ´campa malè, ma non si smette mai di sognare. Diventa rischioso quando si pretende di ottenere l´impossibile, quando non si distingue più cosa è realizzabile da cosa non lo è.
M.: Lei è un sognatore?
C.: Lo sono stato. Diversamente non sarebbe finita come è finita. Vivevo di sogni, di illusioni se vuoi, di promesse non mantenute. Oggi non accetterei più né consigli né promesse.
M.: Pensa di essere una persona forte?
C.: In un certo senso sì. Essere rimasto a galla è un segno di forza. Mi sono immunizzato. Mi sono adattato a fare cose che esulavano dalla mia professione, rimboccandomi le maniche per provvedere alla famiglia. Questo però non mi ripaga di ciò che ho perso.
M.: Presidente di una squadra di calcio: perché? Per la passione che innesca questo gioco, o per il prestigio sociale conferito a chi officia il rito di questa religione laica?
C.: Esclusivamente per passione. Ormai ne sono fuori, non seguo più le gare, ma la mia passione per questa squadra è una vera e propria malattia. Il prestigio riguarda chi gode di un ritorno economico. Non era il mio caso: io ci rimettevo solo, finanziavo la società a tutti i livelli.
M.: Nessun ritorno, nemmeno d´immagine?
C.: Per niente: ne sono uscito screditato. Sostenere l´Ischia in C1 per cinque anni è stato uno sforzo che alla fine non ha giovato né alla società né alla mia famiglia. Ho tentato l´impossibile per non farla fallire. Per salvarla, ho venduto – anzi regalato – l´Ischia un mese prima che fallisse. Inutilmente.
M.: La sua ricetta per una squadra vincente… Cosa fa la differenza?
C.: La cosa più importante è una buona società, un gruppo affiatato. I calciatori non devono essere necessariamente famosi; è più utile che collaborino tra loro. Quelli famosi costano moltissimo e se non vincono succede il finimondo. Al contrario, persone normali, ben allenate, possono ottenere risultati migliori dei fuoriclasse. E poi ci vuole una buona dose di fortuna e tanta umiltà. Ma, lo ripeto, la cosa fondamentale è la società, che deve essere compatta. Ai miei tempi si iniziava il campionato in trenta, ma dopo dieci partite e varie defezioni mi ritrovavo da solo a sostenerne tutta la responsabilità economica.
M.: Una squadra è anche il simbolo di un modello di esistenza collettiva: secondo lei questa esigenza di identificazione nasconde una sorta di vuoto ideologico?
C.: Non necessariamente, anche perché nella realtà in cui viviamo non c´è molto spazio per lo sport. L´Isola vive di turismo, da maggio a ottobre la gente pensa solo a lavorare. Ma lo sport potrebbe contribuire a valorizzare quella che è l´occupazione principale degli isolani. Una buona squadra di calcio farebbe anche promozione turistica, attraverso i tifosi e i passaggi televisivi. Ci vorrebbe qualcuno che si facesse carico di questa possibilità. Basentini non sbaglia quando ipotizza di fare una s.r.l. Servirebbe a creare partecipazione, anche perché se le cose funzionano c´è un ritorno economico. Potrebbe essere la soluzione giusta, diversamente il calcio ad Ischia non ha futuro.
M.: Tifosi e teppisti: in che misura le società sono responsabili di questa intollerabile deriva della civiltà?
C.: Tifosi e teppisti non sono assolutamente la stessa cosa. I teppisti si fingono tifosi per avere libero accesso allo stadio. Io responsabilizzerei proprio i tifosi, incoraggiandoli a denunciare queste persone. La legge ha bisogno di collaborazione. La responsabilità delle società è limitata: sono vittime dei teppisti.
M.: Perché non capitalizzare il patrimonio della sua esperienza investendo nelle nuove generazioni?
C.: Probabilmente non tutti considerano un patrimonio la mia esperienza. Che invece potrebbe essere utile: io ho fallito per eccesso di passione. La mia storia sportiva è cominciata proprio con i giovani, mi piacerebbe occuparmene, ma non posso farlo. Sarebbe una mancanza di rispetto per la mia famiglia, che in questo caso farebbe bene a farmi interdire. Se uno continua a sbagliare…
M.: Da bambino cosa sognava di fare da grande…Il calciatore, l´astronauta, il farmacista…
C.: Il calcio mi è sempre piaciuto…L´astronauta non tanto perché soffro di vertigini! Ho fatto il farmacista perché ero figlio di farmacisti, e questa era un´attività molto redditizia. Una volta era così.
M.: Dottore, dal suo osservatorio… Come appaiono gli Ischitani? Quali sono le peculiarità e le idiosincrasie di clienti e pazienti?
C.: Aver lavorato a Napoli, oltre ad avermi arricchito professionalmente, mi ha rivelato una realtà molto diversa. Gli ischitani quando si recano in farmacia si limitano a chiedere ciò che gli occorre. I napoletani no. Chiedono lo sconto, il favore. Ma le cose stanno cambiando anche qui.
M.: Non è anacronistico il regime protezionista di cui godono le farmacie?
C.: Chi apre una farmacia collabora in esclusiva con il Servizio Sanitario Nazionale, non può fare altri investimenti. Al Sud il Servizio Sanitario è molto più a carico dei farmacisti che dello Stato. Le Regioni non pagano e se non si ha disponibilità e si ricorre alle banche, l´utile scende moltissimo. Non è semplice gestire una farmacia. Comunque i vincoli sono meno rigidi, ci sono tante nuove sedi farmaceutiche e quanto prima ci sarà un concorso per aprirne altre due. Non sono poche, siamo già 13 o 14.
M.: Parteciperà al concorso?
C.: Se i miei problemi fossero finiti, lo farei. Mi auguro che finiscano presto.
M.: Un tempo le farmacie esibivano coccodrilli imbalsamati, zoccoli d´alce, serpenti e altri oggetti affascinanti che creavano un´atmosfera di magia e misticismo e incutevano negli avventori timore reverenziale. Oggi, invece, gli strateghi del marketing hanno ´messo il camicè anche ai clienti. Si è infranto un tabù o solo varcato la soglia del consumismo?
C.: Buona la seconda. Oggi è tutta pubblicità.
M.: Come e quanto è cambiato il ruolo del farmacista?
C.: In un paese come il nostro non è cambiato molto, al contrario di quanto è accaduto in città. A Ischia si va ancora dal farmacista per avere un consiglio, e può capitare di preferirne uno in particolare. A Napoli il farmacista è diventato un commerciante qualsiasi, non c´è differenza tra l´uno e l´altro.
M.: Fino a non troppi anni fa, un paese era fatto dal parroco, dal farmacista e dal notaio. A chi è delegata, oggi, quella funzione rappresentativa?
C.: A nessuno. Con l´evolversi dei tempi sono scomparse le figure rappresentative. Il farmacista non fa eccezione. Persino il maresciallo dei Carabinieri non è più quello di una volta, esercita il controllo dell´ordine pubblico e basta.
M.: Quando la sua professione gliene lascia il tempo, di cosa si occupa?
C.: Di me stesso. Pratico un pò di attività fisica, vado in piscina: ho bisogno di bruciare. Così ho perso qualche chilo. E poi, visto che i miei problemi non sono ancora finiti, quando posso devo occuparmene. Prima ne uscirò definitivamente meglio sarà per me, per la mia famiglia e, perché no, anche per la gente alla quale potrò dedicarmi con maggiore tranquillità.
M.: Ha un rapporto molto speciale con la gente…
C.: La mia è una missione, indipendente dal ritorno economico. Sono sempre stato disponibilissimo e ho dato anche più di quello che potevo. La gente comune mi apprezza come professionista e più che con le lodi me lo dimostra coi fatti fidandosi dei miei consigli.
M.: Che cos´è per lei la sofferenza?
C.: Un momento transitorio della vita, anche se travolge persone e cose.
M.: Da subire aspettando che passi?
C.: Da affrontare. Non mi sono mai lasciato abbattere. Se l´avessi fatto sarebbe stata la fine anche per la mia famiglia.
M.: È orgoglioso di come ha reagito alle difficoltà della vita?
C.: Di come ho reagito sì. Non mi è piaciuto come sono caduto. Sono caduto da stupido.
M.: Tra la campagna e il mare, qual è la dimensione dell´isola che le appartiene di più?
C.: Io sono nato al mare e al mare morirò. Tuttavia, i valori importanti che si conservano in campagna non esistono più al mare, il turismo lascia spazio solo al denaro.
M.: La politica non le è mai apparsa come una possibilità altra per partecipare alla vita del paese?
C.: Ho condiviso il percorso politico di tanti amici, sia a livello isolano, che regionale. Ma non ho mai avuto l´ambizione di candidarmi.
M.: Cosa si aspetta dal domani…Qual è il suo stato d´animo attuale?
C.: Di attesa… che finiscano i miei guai. Poi tutto quello che verrà… Ho dei programmi, sogni, se preferisce…ma non è ancora tempo di aprire il cassetto.

Related Posts

VALERIYA TROYATSKA
IL PREGIUDIZIO CHE CI AVVELENA
ISCHIA CUORE DEL CINEMA MONDIALE