Monday, June 1, 2020
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COLONNA SONORA DEL CONTEMPORANEO IL RAP, DI CUI QUESTO TRENTENNE DI AVELLINO E’ UNO DEI PIU’ CONVINCENTI INTERPRETI, GUARDANDO PERO’ ANCHE A SANREMO.
Prima regola: imparare a fare bene il rap. Perché non basta mettersi braghe larghe, capellino o agitare minacciosi enormi catene d’oro da 24 carati e pensare convinti di essere rapper. Al massimo sei un turista del rap, tra qualche anno starai facendo tutt’altro. Imparare a fare il rap è un percorso lungo e difficile, i più bravi si fanno conoscere solo a colpi di rime assassine e battute pungenti.
 Secondo passo: una volta imparato, farsi notare. Terzo: fare bene i live. Un gioco rituale che richiede sagacia (molta!), intuito e piacere per la comunicazione. Quarto: come a poker, passare dal tavolo dei piccoli a quello dei grandi, passare cioè dall’underground, dove ti ascoltano solo gli addetti ai lavori, al mainstream, dove il bacino d’utenza è molto più ampio, dove non c’è solo il ragazzino ultracompetente appassionato di assalti frontali e che gioca a fare il duro. Bisogna conquistare padri, madri, fratelli, sorelle. Perché oggi il rap è ovunque. In radio, per strada, nei talent. La colonna sonora dei nostri giorni.
Clementino non si è scelto un nome d’arte che scimmiotta gli americani. E’ solo il diminutivo del suo nome di battesimo. Ma, in quanto a passione, consapevolezza e senso del ritmo, non ha nulla da invidiare ai colleghi più riveriti d’Oltreoceano. Perché c’è poco da fare: è nelle fucine delle comunità afroamericane che prende vita la giusta alternativa alle annacquate melodie, così prive di energia e invenzione, sfornate dalla musica contemporanea. E’ nel ghetto, la prigione degli innocenti, che affondano le radici del rap. Cosa c’entra, dunque, un trentenne di Avellino che sua madre aveva destinato a un futuro da ragioniere con la giungla metropolitana che genera rime infuocate? Chiacchierone, iperattivo, fuoriclasse del freestyle (improvvisare rime, assonanze e figure retoriche), Clementino è oggi considerato una delle voci più originali del rap italiano. Narratore di storie crude e reali con un approccio credibile e non retorico. In bilico tra rap ortodosso e la musicalità orecchiabile del pop, con cui non ha paura di contaminarsi. Bravo a rappare in italiano, insuperabile quando lo fa in napoletano. «Abbiamo una lingua che sembra fatta apposta per l’hip hop – sostiene – una cultura che conosce il senso del ritmo e dell’ironia». Napoli formidabile rampa di lancio o trappola letale? Né l’una né l’altra. Né Gomorra, né Un posto al sole.
Uno degli idoli di Clementino è Pino Daniele: con lui ha registrato il duetto “Da che parte stai”. Un inno contro la guerra e la violenza. Per il rapper campano, un sogno realizzato. «Pino mi ha fatto capire che i veri artisti sono quelli che restano umili. Me lo avevano descritto come un tipo scontroso, invece era divertente, non scorderò mai il momento in cui, entrato nel suo camerino al Palapartenope di Napoli, l’ho trovato con la chitarra che cantava “O’ Vient”, la mia canzone».
Ed è proprio il disco d’oro ottenuto con “Mea culpa”, pubblicato due anni fa, a fare del suo nuovo lavoro, “Miracolo!”, un potenziale grosso successo. Un progetto che conferma la sua maturità nella scrittura dei testi, ma anche una notevole capacità nel circondarsi di ospiti di prestigio, che non servono solo a dar lustro alle note di copertina, ma si integrano perfettamente nell’atmosfera dei brani: Fabri Fibra, Gué Pequeno, Marracash, Noyz Narcos ed Ensi. O anche – a sorpresa – Alessandro Siani: «Sono un suo fan – confessa – per me è un autentico freestyler, che inventa le battute al volo, se lo prendi fuori da un bar ti può fare uno spettacolo in un attimo. Mi piaceva il suo tormentone “Cos, cos, cos” dal film “Il principe abusivo”, allora abbiamo concepito questo pezzo che può parlare di Napoli ma anche di Milano Expo, roba tipo “Ma questa metropolitana che siete lì da vent’anni, la state costruendo o la state cercando?”». E “Cos, cos, cos”, col suo ritmo martellante, ha rischiato di diventare davvero il tormentone musicale di Ischia Global 2015. Rappato, cantato, rimaneggiato, riadattato per ogni party, platea, cerimoniale e serata. Compresa quella in cui Clementino e Siani l’hanno riproposta insieme dallo stesso palco. Difficile pronosticarne il futuro artistico. Tra storie di droghe leggere e scazzi col giornalista di turno, piccole depressioni d’amore e il rifugio nel freestyle come opportunità di tenere sempre la mente sciolta, Clementino è forse il simbolo di un mondo (anche musicale) che si dibatte e si torce, si allunga e si scorcia, si osserva e non si accontenta, corre in avanti e sogna il passato spacciandolo per il futuro. Pare guardi con interesse a Sanremo, il Mausoleo tricolore del cantar leggero. I pasdaran del genere stramazzeranno al suolo per lo shock. Il rap ha perso da tempo la sua connotazione marginale, le sue vie sono infinite, ciò che prima poteva essere considerata un’eccezione, o un salto oltre i confini di ciò che è artisticamente lecito, oggi sembra essere diventato, nel bene o nel male, una regola. E Clementino lo sa bene.

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Text: Gianluca Castagna | Photo: Andrea Franco Alajmo, Raffaella Barbieri, Dayana Chiocca

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