Tuesday, September 17, 2019

E’ MOLTO PIU’ DI UNA PIZZA: CIRO OLIVA

Text_ Chiara Nocchetti  Photo_ Riccardo Sepe Visconti

Ciro ha 26 anni e uno sguardo attento.

Parla veloce, inciampa nelle parole, ha fretta di raccontare, sembra respirare appena.

Mi aspetta seduto all’ingresso del locale, scrive veloce al computer e intanto parla al telefono.

Scusami, mi dice, c’è tanto da fare e non trovo mai il modo.

Faccio appena in tempo a sedermi che comincia a raccontare.

Guardati intorno, quello che vedi è iniziato nel 1951, mia nonna faceva le pizze “a ogge a’otto”, le vendeva nel basso e i passanti le pagavano dopo otto giorni, così mangiava anche chi non poteva permetterselo.

Era in gamba, mia nonna, aggiunge. È stata la prima della famiglia a credere in qualcosa di più in questo piccolo pezzo di terra che è il Rione Sanità.

La pizzeria è in una strada stretta, a pochi passi dal Borgo dei Vergini e in un piccolo triangolo tra i palazzi antichi e le Basiliche.

Siamo nel cuore di Napoli, al centro del Rione Sanità.

Mentre parliamo la sala si riempie, manca poco all’apertura e già intravedo una fila sempre più lunga fuori alla porta di ingresso.

Ciro saluta i ragazzi che lavorano in sala, ride e rimprovera chi non ha tagliato bene la barba o non ha allacciato stretto il grembiule.

Ci tengo molto, aggiunge guardandomi, i miei ragazzi devono essere bravi, mangiare qui significa mangiare al Rione Sanità, chi esce deve pensare che è molto bella la mia terra.

Credimi, mi dice, non volevo che “Concettina ai tre santi” fosse semplicemente una pizzeria. Ci tenevo raccontasse una storia.

Torniamo a parlare della bisnonna, poi del nonno, fino ad arrivare al suo papà.

Una famiglia che vive di pizza da secoli, ripete con orgoglio.

A dodici anni portavo qui i miei insegnanti, aggiunge.

Facevo le consegne, correvo in motorino per il quartiere, facevamo soprattutto pizze da asporto.

In pizzeria entrava solo chi nel quartiere c’era nato, i turisti o i napoletani non ci mettevano piede mai.

Poi a diciannove anni mi sono sposato, era presto, lo so, ma avevo fame, volevo crescere.

Mentre Ciro parla io sorrido, ho imparato a conoscere la fretta di questa terra, questo sangue che ribolle nella pancia e che porta a correre, ad inciampare perfino, a patto che si vada da qualche parte.

Ciro mi racconta degli scontri con il papà agli inizi, quando comincia a cambiare alcune piccole cose.

La vecchia scuola e la nuova scuola, ripete, non vanno spesso d’accordo.

Spariscono le posate di plastica, arrivano i bicchieri in vetro, i piatti decorati dai ragazzi della “Casa dei cristallini”, una cooperativa sociale del quartiere.

Mi guardavo intorno, mi dice, e mi convincevo che al Rione Sanità dovessero arrivarci anche i turisti, anche chi non c’è nato.

Faccio un menù in inglese, mi dico che anche se non sappiamo parlarlo noi, almeno così i turisti possono capirci qualcosa.

Mi prendono in giro, dicono che non serve a nulla, che una pizza è solo una pizza.

Dividiamo il locale in due, da una parte l’asporto e dall’altra la sala, di cui mi occupo io, ripete orgoglioso.

Comincio a cercare ingredienti diversi, più pregiati. Mischio i sapori. Mi dicono che sono matto, che non ci verrà mai nessuno, che basta saper fare la pizza margherita, che non devo strafare.

Mentre parla mi distraggo, uno dei ragazzi mi passa accanto con un piatto molto grande e mi giro, curiosa, per inseguirne il profumo.

Ciro mi spiega che è una delle loro invenzioni, un panino piccolo realizzato con l’impasto della pizza farcito di carciofi e salumi, con un pizzico di limone e un filo d’olio.

Mi parla degli ingredienti con molta cura, come di una materia viva che gli appartiene.

Ci tiene a ripetermi che li sceglie con attenzione e cambia il menù al mutare della stagione.

Il suo percorso è iniziato proprio dalla ricerca di un qualcosa di diverso.

Come trasformare la pizza in un’esperienza? Come fare affinché un luogo noto alla cronaca per l’orrore, per il dolore, per l’abbandono, diventi un posto in cui correre per mangiare qualcosa di indimenticabile?

Intuisco, mentre Ciro racconta, che “Concettina ai tre santi” non è un esempio isolato di imprenditoria di successo ma è piuttosto il simbolo di un progetto molto più ampio. La sinergia tra questo luogo e il quartiere è ciò che permette ogni giorno al Rione Sanità di crescere.

Ciro mi racconta dei bambini della “Casa dei cristallini” ai quali da qualche anno, in collaborazione con diversi sponsor, regala un viaggio all’estero, un corso di inglese, un’opportunità.

Mi parla dei ragazzi della Cooperativa La Paranza che hanno in gestione le Catacombe e di come è fiero che insieme siano riusciti a creare una rete che faccia sentire il turista accolto e protetto.

È molto più di una pizza, ripete.

Eravamo 5 fino a sette anni fa, ora siamo più di trenta tra cucina e sala.

Crescere in questa terra ha più valore perché amplifica tutto, trasforma gli obiettivi in sfide e il desiderio in passione.

Una passione che lo ha portato lontano.

Mi fa vedere le foto, è appena tornato dalla Thailandia dove ha tenuto un workshop sulla pizza.

Ho portato la salsiccia e i friarielli da qui, dice ridendo, dovevi vedere come erano contenti i thailandesi!

Mi racconta dei riconoscimenti, dell’improvvisa popolarità, della fila che tutte le sere gli ricorda di essere sulla strada giusta.

Ciro è curioso, mi rivela la sua passione per i ristoranti stellati, va in giro a provarli tutti e ad imparare.

Sa che la pizzeria ha un ruolo diverso ma vuole che chi entra da “Concettina ai tre santi” si senta a casa.

È importante che il luogo respiri con il quartiere intero, che con lui si muova perché è una rinascita possibile solo se si procede insieme.

Non è un caso che la pizzeria sia qui, mi ripete più volte.

Qui dove ha lavorato mio padre, mio nonno e la mia bisnonna.

Qui dove prima non veniva nessuno e adesso si resta in fila per mangiare.

Gli chiedo qual è il suo sogno, se c’è qualcosa che desidera oltre tutto quello che già vedo davanti ai miei occhi.

Mi dice che vuole portare “Concettina” nel mondo, replicare questo esperimento altrove.

Creare un luogo dove il cibo sia materia viva per generare emozione, in un quartiere in rinascita, generando una rete con le altre realtà del territorio, nel tentativo di riscattarsi dalla pesante cortina di fumo che per anni ha avvolto questa terra.

È molto di più di una pizza, mi ripeto sottovoce.

È il simbolo di un’alternativa possibile.

È il simbolo dell’amore per la nostra terra e per la volontà di creare dalle macerie.

È una rinascita felice.

Ed è, dopotutto, una pizza buonissima.

ICITY54

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