Wednesday, February 26, 2020

GIOVANNI DE ANGELIS

L’ARTE RINNOVA I POPOLI (eccetto Ischia)

In TUTTO IL MONDO s’è capito che l’Arte è un potentissimo attrattore turistico; 

In tutto il Mondo le Città che producono Arte premiano i propri talenti; 

In tutto il Mondo l’Arte si fonde con l’idea di Bellezza… e viceversa; 

In tutto il mondo le amministrazioni tutelano l’Arte e la promuovono…

MA SOLO AD ISCHIA si è capaci di rifare la Piazza principale (Piazza degli Eroi) e di NEGARLA al più importante scultore locale – parlo di Giovanni De Angelis. 

Non capendo che in tal modo l’Isola diventerà solo un po’ più brutta, più provinciale, più povera.

Mentre il MONDO VA AVANTI, Ischia resta tristemente FERMA.

Noi, testardamente, vi proponiamo le opere di De Angelis perché siamo fatti così: non ci arrendiamo mai!

Tutto inizia alla spiaggia del Lido, dove gioca a pallone con i fratelli, ma dove lo attrae ancor di più la sabbia umida con cui realizza figure di cavalli, plasmati a mano libera. Naturalmente, la risacca li trascina via, e Giovanni, 11 anni, ricomincia daccapo. Trasportato dall’urgenza di dare forma a ciò che ha dentro, dalla ricerca della tridimensionalità, dal suo innato bisogno di creare.

Un bisogno fortissimo, seguito come un filo d’Arianna, che ha guidato Giovanni De Angelis, partito dalla sua piazza degli Eroi – dove in un’Ischia appena uscita dalla guerra, in procinto di affacciarsi alla modernità, viveva con la sua famiglia che definisce piena di armonia – per un lungo viaggio attraverso il continuo, instancabile confronto con l’altro. Che gli serve (ancora adesso) a comprendere la propria dimensione di artista: e se la nostalgia per la purezza dell’entusiasmo provato quando da bambino ha compreso che il suo destino era creare bellezza, emozione, dar corpo (in senso proprio) a sogni e fantasmi, è ancora forte oggi che ha ottant’anni (splendidamente portati), tuttavia il suo racconto è fatto di adesione a tutto ciò che l’arte gli ha consentito di vivere. A lui nato in una famiglia di artisti, erano pittori il padre Federico e il nonno Luigi – che con le sue opere ha ritratto un’Ischia antica, quella animata da asini, carretti, botti e figure di popolani colti nella loro quotidianità, guadagnandosi quotazioni internazionali. “Unico fra i miei tanti fratelli ho ereditato questa febbre. Ma con una sensibilità diversa, avevo bisogno di uscire dallo spazio circoscritto della tela. E fin da piccolo mi sono rivolto alla scultura”. Da quel momento l’intera vita di Giovanni è dedicata al suo talento: “I confini imposti dall’insularità mi hanno sempre spinto ad andare via, dovevo capire chi fossi e la consistenza di ciò che ero in grado di realizzare. Ho sempre messo in discussione la mia vocazione, anche se sentivo una voce molto forte che mi spingeva verso l’arte”. Che gli ha regalato tanti incontri importanti – a iniziare dal primo con lo scultore svizzero Hermann Haller, che ha letto nei cavalli lavorati nella sabbia il suo giovanissimo talento e poi Manzù, Antonio Berti, Montale, Buzzati, Piero Chiara, Enzo Fabiani, Libero de Libero, Renato Guttuso; tante mostre in giro per il mondo e le sue opere sono in musei tedeschi, gallerie di tutta Europa, in castelli inglesi e case di grandi collezionisti di arte contemporanea, in piazze ed edifici pubblici. E naturalmente nel suo atelier laboratorio di Ischia Ponte, pieno di realizzazioni che hanno la loro autonoma vita, di bozzetti, di tagli di pietra che attendono di essere lavorati. La mente di Giovanni De Angelis, infatti, è sempre concentrata sull’essenza di ciò che significa essere uno scultore: “Tengo un’opera lì e la osservo, lo sguardo deve correre fluido: vado spesso in canoa intorno all’isola a studiare dal mare le rocce, a osservare come una forma si innesta in un’altra, per me è un passaggio fondamentale, perché la scultura è fatta di vuoti e pieni, è come il buio e la luce, l’uno ha bisogno dell’altra, è necessario lo scuro per far risaltare il chiaro, il bianco per vedere il nero, il bene per capire il male, le mie opere sono permeate di queste antinomie”. E a secondo del materiale scelto, pietra, marmo, legno, metallo, ombre e luce si comporteranno in modo diverso. “La speculazione deve avvenire anche sul materiale, che ha una sua valenza espressiva, ma in assoluto la bellezza della materia non deve distrarre, me stesso in primo luogo, rispetto al contenuto dell’opera. Il marmo, per esempio, è una sfida, obbliga alla disciplina, mette implacabilmente in evidenza come una forma scivola nell’altra, i punti nodali da cui ne dipartono di nuove; riflette la luce e quindi obbliga a scavare di più, perché con la sua luminosità mangia la profondità e per renderla visibile sono costretto a togliere. Ma anche la pietra, quella ischitana per esempio, che adopero parecchio, con tutte le sue irregolarità, l’alternarsi di parti schiumose a altre più compatte, le sue differenze di colore, prende un ruolo di distrazione dalla forma”. Che alla fine, invece, deve essere sempre protagonista. Animale Uomo Natura, punti cardinali della sua ispirazione, trasfondono l’uno nell’altro nelle sue opere, spesso sono presenti insieme in modo che lo spettatore perda il confine (che nell’immaginario dell’artista pare non esserci) fra di loro. Il cavallo, che Giovanni ama fin da ragazzino, è una summa del mondo animale, per l’eleganza della criniera e della coda, per il lunghissimo rapporto di intimità che ha con l’uomo; “scolpirne ventre e torace è quasi un’ossessione per me, io scavo come se volessi mettere in risalto gli organi che sono dentro, un mondo che c’è anche se non lo vediamo, fatto di connessioni fra le diverse parti, necessarie perché tutto funzioni. Ugualmente, quando definisco il ventre in un corpo umano si deve percepire che all’interno c’è un meccanismo complesso al servizio della vita”. Così persone, animali, rocce, alberi si assomigliano tanto sono prossimi fra loro, in quanto parte di un’unica realtà. E un drappo diventa una foglia o un’ala, una figura o un volto sembrano una roccia, la chioma di un albero ci ricorda le sinuosità di un corpo… In un movimento circolare senza fine che percorre tutte le creazioni di De Angelis, perché – lui sembra dirci – permea il Mondo.

Text_ Silvia Buchner  Photo_ Riccardo Sepe Visconti

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