Tuesday, September 17, 2019

Interview_ Riccardo Sepe Visconti  Photo_ICity Agency e Archivio Fondazione San Gennaro

Vincenzo Porzio è stato uno di quegli adolescenti che hanno costituito il “lievito del progetto” di padre Loffredo, uno di quei tanti ragazzi che camminano sul filo del rasoio, la cui esistenza appare già determinata per il solo fatto di essere nati in un quartiere dove vivere è assai più difficile che altrove. La sua storia – oggi ha 33 anni, si è laureato, segue il settore marketing e comunicazione delle Catacombe di S. Gennaro ed è il braccio destro di don Antonio – cammina parallela a quella del risorgimento della Sanità. E se, per certi versi, essa non può che apparire eccezionale, emerge con evidenza dalle sue parole come lo scopo ultimo dell’impegno di tanti in quel quartiere è far sì che le situazioni eccezionali divengano normali, accessibili a tutti.

Cos’è La Paranza?

Siamo una cooperativa costituita da abitanti del quartiere Sanità, che nasce nel 2006 con un obiettivo dichiarato, creare lavoro attraverso la valorizzazione del patrimonio storico-archeologico e monumentale, offriamo servizi culturali per i siti delle catacombe di S. Gennaro, le più vaste del sud Italia, e S. Gaudioso, che si trovano appunto alla Sanità. A ciò si aggiunge il tour del Miglio Sacro, che ha sempre lo scopo di valorizzare la zona.

Quanti visitatori riuscite a portare?

Nel 2018 130mila turisti, e il trend è in crescita come del resto per tutta la città di Napoli. Il biglietto costa 9 euro per 2 ore di visita guidata ai due siti di catacombe e la seconda visita si può effettuare fino a un anno da quando il biglietto è stato acquistato: lo scopo ultimo dell’attività è far scoprire la Sanità, possibilmente stimolando un’economia al suo interno e spingendo gli ospiti a tornarvi.

La Paranza è riuscita a dare vita ad una realtà fino a poco tempo fa inimmaginabile. Da quale situazione siete partiti?

Abbiamo iniziato con 5000 visitatori annui per arrivare agli attuali 130mila, ma soprattutto aprire le Catacombe di S. Gennaro ci ha permesso di ‘riaprire’ tutto il quartiere, innescando un processo positivo che lo coinvolge interamente, grazie ai flussi turistici e alle attività culturali che curiamo. Prima del 2006 facevamo un’attività amatoriale, il parroco padre Antonio Loffredo era arrivato nel 2000, e i primi 6 anni li ha spesi a studiare il contesto in cui avrebbe operato e gli scritti del parroco che lo ha preceduto, Peppe Rassello, a conoscere i luoghi e le persone. Io stesso vengo dal rione Sanità e mi arrangiavo con lavoretti, avevo preso il diploma alla scuola serale e frequentavo l’oratorio della parrocchia, un centro di aggregazione, una piazza coperta. Don Antonio ha sempre agito per individuare e avvicinare noi ragazzi, impegnandoci in primo luogo nei campi scuola. Poi abbiamo iniziato a organizzare attività amatoriali come le visite serali al quartiere in costume d’epoca, le visite guidate, che cominciarono ad avere un seguito.

Quando avviene la svolta?

Quando un gruppo del Rotary ci chiese la ricevuta a fronte di una donazione. Questa semplice domanda creò scompiglio: non volevamo portare avanti un’attività illegale, quindi o dovevamo abbandonare o dovevamo regolarizzarci e, visto che il nostro legame con il Rione è forte, non volevamo lasciare. Così, sempre in collaborazione con padre Loffredo, stimolati anche da ciò che avevamo visto durante un viaggio a Parigi organizzato dalla parrocchia, fu creata la cooperativa La Paranza, con il preciso scopo di migliorare la vita all’interno della Sanità attraverso la risorsa turismo, promuovendo il patrimonio monumentale e creando lavoro.

Come si è strutturata l’attuale organizzazione, davvero molto efficace?

Inizialmente, gestivamo le catacombe di S. Gaudioso, i tour nel quartiere e le visite serali. Fra il 2006 e il 2008 lavorammo per capire cosa significa curare il patrimonio culturale; nel 2008, anno della crisi della spazzatura, ne risentimmo, i visitatori erano pochissimi, i ricavi della bigliettazione ci servivano solo a pagare le spese, ma investivamo il nostro tempo in un sogno. Così decisi di andare a Londra per imparare l’inglese, nell’idea che mi sarebbe servito per lavorare nel mondo del turismo. Tornai dopo un anno e la cooperativa vinse il primo bando per il settore storico artistico promosso dalla Fondazione Con il Sud, una delle poche italiane che investe denaro a sud di Roma. Il capitale della fondazione si formò quando alcune banche meridionali furono assorbite da banche del nord ma il fondo destinato a capitale sociale venne lasciato qui e fu gestito appunto dalla Fondazione Per il Sud, che poi cambiò il nome in Con il Sud.

Accanto alla Fondazione Con il Sud avete altri finanziatori?

Le nostre tante iniziative ci permettono di intercettare finanziamenti da sponsor privati e hanno acceso una luce sul Rione, consentendo di andare avanti a tutte le altre attività sociali che vi si svolgono, per esempio il doposcuola alla casa dei Cristallini, il laboratorio di alimentazione consapevole, insediati nelle ex case canoniche. A loro volta le associazioni hanno dei finanziatori, sono in rapporto con enti ed organizzazioni che le sostengono. Mi preme ricordare che per i bambini che frequentano queste strutture, gli operatori e le attività che vi praticano costituiscono spesso l’unico punto di riferimento. Siamo in un quartiere dove la disoccupazione interessa il 60% degli abitanti, l’abbandono scolastico il 40% dei giovanissimi. Intercettiamo bisogni ben precisi, che afferiscono alla sfera della grande povertà educativa che si riscontra qui.

Veniamo alle Catacombe di S. Gennaro: come siete arrivati a gestirle?

Prima le catacombe erano seguite direttamente dal Vaticano attraverso l’Ispettorato; ma erano praticamente chiuse, si entrava solo in orari molto limitati, su appuntamento. Noi proponemmo una formula del tutto diversa, e quando presentammo il progetto che ha vinto il finanziamento della Fondazione Con il Sud portammo anche le lettere di intenti fra Vaticano, Diocesi di Napoli e cooperativa La Paranza, in cui si chiedeva al Vaticano, nel caso avessimo vinto il bando che riguardava la valorizzazione delle catacombe, di affidarne la gestione alla Diocesi che a sua volta l’avrebbe affidata a noi. E il Vaticano accettò. Quando abbiamo vinto il bando, nel 2008, le carte di intenti divennero una duplice convenzione: fra il Vaticano e la Diocesi e fra questa e noi. Una convenzione simile esisteva già per le catacombe di Siracusa, al cui modello ci eravamo ispirati. Da quel momento inizia la valorizzazione. Nella convenzione era scritto che avremmo dovuto versare il 50% degli introiti a loro, come accade per tutte le convenzioni che il Vaticano stipula. Ma, a voce, ci fu detto che questa cifra non ce l’avrebbero richiesta, dato che partivamo da zero. Va detto che al momento dell’affido noi investimmo 500mila euro, e nel tempo con il fundraising (Ndr. Raccolta di fondi da destinare a enti, associazioni no profit, progetti culturali, ecc.) abbiamo raccolto un altro milione e mezzo di euro. Quindi finora noi abbiamo investito circa 2 milioni di euro sul sito. La diatriba con il Vaticano è sorta di recente, quando si è trattato di rinnovare l’affidamento alla Diocesi.

A che punto è la vicenda che vede la cooperativa La Paranza contrapposta al Vaticano sulla questione della gestione delle Catacombe e dei relativi introiti?

La lontananza ha aiutato la mancanza di comprensione di ciò che stiamo facendo, il mondo accademico non capisce il mondo del fare. La Pontificia Commissione di Archeologia Sacra (che presiede alla cura e tutela delle catacombe sul territorio italiano) guidata dal cardinale Ravasi, è l’unico ente che non subisce il controllo dell’APSA (Ndr. Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), organismo della Santa Sede che sovrintende alle tasse dello Stato Vaticano. Si tratta di un flusso economico governato in proprio da poche persone, che stabiliscono anche la destinazione dei fondi per i restauri. E mi chiedo perché. Perché, per esempio, in accordo con la Soprintendenza e il Vaticano, una volta stabilito il tipo di interventi di conservazione del monumento non possiamo fare noi un bando per individuare chi eseguirà il lavoro e dobbiamo per forza prendere le persone che ci segnalano da Roma? Stiamo mostrando all’Italia come il bene comune può risollevare il territorio. Stiamo suggerendo un interessante modello di gestione, stiamo dimostrando anche al Vaticano che funziona e gli chiediamo di accompagnarci. E chi deve giudicare se noi funzioniamo bene o meno? Colui la cui struttura organizzativa è invece messa in pericolo dal nostro lavoro? E questi 500mila euro che ci chiedono, cosa vogliono farne? Li vogliono reinvestire nel sito? Dando quale ruolo al bene?

Come funziona la cooperativa?

L’abbiamo fondata in sei, ma il gruppo è numeroso. In primo luogo siamo amici, che hanno condiviso, e continuano a farlo, tanto tempo ed esperienze insieme e questo per noi è molto importante. Cerchiamo di dare opportunità ha chi difficilmente le avrebbe, alcune delle nostre migliori guide sono ragazze che dopo aver iniziato questa esperienza hanno scelto di frequentare l’università. Considero una forza del gruppo la sua eterogeneità. La cooperativa viene gestita come un’impresa sociale, quindi preferiamo creare nuovi posti di lavoro piuttosto che darci premi di produzione. Faccio un altro esempio della mentalità che ci guida: una multinazionale, un notissimo brand di birra, ci chiede di tenere qui la sua convention, ma noi diciamo no perché i suoi valori non coincidono con i nostri. Ma se ci contatta la Parmacotto che stava per fallire e si sta risollevando grazie ai suoi stessi manager che l’hanno rilevata, allora i rapporti li stringiamo. Abbiamo un codice etico non scritto, siamo 10 soci e l’assemblea dei soci prende le decisioni in tutti gli ambiti, cioè comunicazione e marketing, formazione, risorse umane, amministrazione e manutenzione. Sono nate anche altre cooperative che hanno vita propria e sono fornitori di servizi. Per esempio, la cooperativa Officina dei talenti fondata da un elettricista ex componente de la Paranza, oggi a capo del servizio di manutenzione, che adesso non lavora solo per noi, siamo infatti uno dei clienti che hanno. L’esperienza ci dice che quando si fa leva sulle risorse giuste le cose in Italia si riesce a realizzarle. E che tutela e valorizzazione devono camminare insieme alla fruizione, perché un sito non va recuperato e poi chiuso.

Attualmente, quanti di voi percepiscono uno stipendio per il lavoro che fanno per la cooperativa La Paranza?

Direttamente 34 persone, cui si aggiungono altre 16 pagate dalla cooperativa Officina dei Talenti.

Che tipo di pubblico avete?

Fra le persone che vengono a visitarci il 10% sono gruppi, un altro 10% scolaresche, la grande maggioranza utenti singoli.

Questo format, che funziona in un contesto ampio ma comunque circoscritto qual è la Sanità, pensi sia esportabile in altre realtà che hanno le risorse storico culturali e tuttavia non riescono a farle funzionare?

Abbiamo dato la nostra collaborazione per far nascere altre due cooperative, una ai Quartieri Spagnoli, che oggi gestisce Casa Tolentino, una struttura di ospitalità, e la cooperativa Parco Cerillo, che guida il parco del Cerillo a Bacoli. Quindi, sì il modello è replicabile, ma sono necessari alcuni ingredienti. Cioè il gruppo di persone, che devono essere del posto e se vengono da fuori devono compiere prima un percorso, perché sicuramente uno dei segreti del nostro successo è il rapporto di amicizia che ci lega. E naturalmente è necessaria la disponibilità dei beni. Insomma, non è facile, ma non è impossibile…

Parliamo del ruolo che ha avuto in tutto questo padre Loffredo.

Lui ha capacità di leadership, altro ingrediente essenziale, ci vuole chi ha questa dote. Poi siamo stati affiancati da figure professionali che hanno prestato il loro contributo da volontari, sono fondamentali e però non era possibile pagarle. Siamo stati molto aiutati dall’onlus L’Altra Napoli, presieduta da Ernesto Albanese, creata da napoletani che non vivono più in Città ma si sentono legati ad essa.

A sentire le dichiarazioni più recenti di padre Loffredo sembra che stia con la valigia pronta per andarsene…

Padre Loffredo è una persona estremamente libera, dice sempre che va dove viene mandato, ed è la giusta risposta a chi pensa che faccia tutto questo per essere il direttore delle catacombe o l’uomo che sta ‘muovendo le montagne’ alla Sanità. Comunque al momento resta qui.

Che impatto avete sul quartiere?

Notevolissimo, e lo ha dimostrato il sostegno che ci ha dato tutta, ma davvero tutta la Sanità quando è iniziato il contenzioso con il Vaticano.

Collaborate con altre istituzioni culturali della città?

Certo, per esempio con l’università Federico II dove il professor Stefano Consiglio del dipartimento di Scienze sociali ha condotto una ricerca per mettere a fuoco gli effetti sul territorio del nostro operato. Abbiamo collaborato con il museo MANN alla mostra sui Longobardi, ed è attivo il circuito extraMann, una carta che permette di avere lo sconto del 25% sull’ingresso alle catacombe di S. Gennaro per chi ha il biglietto del Museo Archeologico.

Quali consideri i vostri punti di debolezza?

I nostri punti di debolezza sono quelli di Napoli, trasporti, pulizia, sicurezza, e sono ambiti su cui è difficile per noi intervenire. Sicuramente, i trasporti pubblici che collegano la zona di Capodimonte, vicina alla Sanità, con il centro della Città sono molto carenti, ma se anche volessimo come circuito di musei, noi e la pinacoteca di Capodimonte creare una linea privata, le difficoltà sarebbero tantissime, i tassisti insorgono, le navette dovrebbe essere gratis e non ricalcare le linee esistenti del trasporto pubblico, ecc. Il boom turistico che sta avendo Napoli da qualche anno non è gestito, sia dal punto di vista delle infrastrutture che della comunicazione e della promozione della destinazione, ma questo è un problema che abbiamo in comune con tutto il Sud, anzi con l’Italia. Il modo in cui si presenta il padiglione del nostro Paese alla fiera del turismo di Londra, per esempio, mostra con evidenza che siamo divisi, frammentati, ognuno si muove per conto proprio, senza un coordinamento centrale sull’immagine che si vuole dare come meta per le vacanze.

(Fondazione San Gennaro_info 081_19571624)

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