Tuesday, March 28, 2017

IL FUTURO E’ NEL VINO

Interview: Pasquale Raicaldo

Photo: Dayana Chiocca Archivio Ischiacity

Note di pianoforte in sottofondo, bicchieri di cristallo che si toccano promettendo felicità. Lui, Ian D’Agata, dispensa sorrisi nel cuore dell’Albergo della Regina Isabella: ha la faccia simpatica del compagno di banco estroverso, tutt’intorno si affollano gli ospiti della dodicesima edizione di “Ischia Vintage”, uniti da quel sottile filo rosso – rigorosamente internazionale – che è il vino. Ospiti a cinque stelle, chiamati a raccolta da chi è da anni alla guida dell’evento: direttore scientifico di Vinitaly International, wine writer, enocritico e degustatore per l’International Wine Cellar di Stephen Tanzer, per Decanter e Le Figaro, Senior Editor e Head of Development for Europe e Asia per Vinous. In poche parole, il non plus ultra della critica del settore, anche oltre confine. Con Ischiacity, D’Agata parla di vino e di turismo, di isole e di terra, di cucina e di giornali, di marketing e di agricoltura. Partendo da una sfida che Ischia è chiamata a raccogliere: “Avere consapevolezza delle sue enormi potenzialità. E rafforzare il suo brand, che è quello di un’isola dalla forte tradizione terragna, che si accompagna a vini di alta qualità. In tempi in cui il turismo enogastronomico è in netta crescita”.

Partiamo da Ischia e dal suo rapporto con l’isola. Come nasce?
Direi anzitutto che ho un grande amore per le isole. Sardegna e Sicilia, certo, ma anche le Eolie e l’Elba. E poi Capri e Ischia. Adoro i vini della Campania, il mio bianco preferito è il Fiano di Avellino, mi piace molto anche il Coda di Volpe. Ho un rapporto privilegiato con i vini della costiera amalfitana, quelli ricavati dalle uve Ginestra, Pepella, Ripolo e Fenile. E arriviamo ai bianchi di Ischia: Forastera e Biancolella, ma non solo. Venivo qui da piccolo in vacanza, poi dieci anni fa la folgorazione: Manuela Popolizio dell’agenzia Finestrino mi chiamò per Ischia Vintage, l’idea era quella di continuare a portare aziende italiane e internazionali a Ischia, in bassa stagione, per promuovere l’enologia e la gastronomia. Oggi quest’isola mi diverte, ci vengo spesso d’estate, apprezzo la gente.
E poi ci sono i progetti, come quello di recupero dei vitigni autoctoni dell’isola.
Mi accorsi che Ischia aveva delle uve inespresse: Uva Rilla, San Lunardo, Cannamela. E mi sono chiesto perché non si facesse qualcosa, con questi vitigni che avrebbero rischiato l’estinzione. Così, è nato un progetto per tutelare la biodiversità, al quale l’ingegnere Giancarlo Carriero è stato decisamente sensibile, affrontando le spese per il materiale di vinificazione. Insieme con Giuseppe Mele, sommelier e food & beverage manager dell’Albergo della Regina Isabella si optò per la varietà San Lunardo e il risultato fu buono. Così, per la seconda annata fu scelto di fare un salto in avanti: attrezzatura più moderna, con l’aiuto dell’enologo Luigi Moio, docente all’Università Federico II (Ndr. E’ professore di scienze e tecnologie alimentari al Dipartimento di Agraria) e Nicola Mazzella. Sono stati individuati cinque vitigni che le Cantine Antonio Mazzella hanno lavorato in purezza con un processo di microvinificazione. Ottimi i primi vini monovarietali: Guarnaccia, San Lunardo, Cannamela. Al Vinitaly i protagonisti hanno raccontato il progetto davanti a centinaia di persone: bellissimo.
Recuperare un pezzo di Ischia e dei suoi vitigni: affascinante.
L’ho fatto anche altrove, come consulente. In Val d’Aosta abbiamo rimesso in piedi un vecchio vitigno. Funziona così: i giovani che si accorgono di quanto possa rendere l’enologia raccolgono la sfida. E recuperano. Così, preferiscono la campagna alla città. L’agricoltura è la chiave del futuro.
E si intreccia col turismo.
Merito anche di realtà come Slow Food, Gambero Rosso, Ais. Oggi abbiamo tutti una conoscenza diffusa e una forte consapevolezza di quel che mangiamo e beviamo. Mia madre non avrebbe mai riconosciuto un lardo di Colonnata. E’ cambiato il modo di promuovere il cibo. E in questa crescita del marketing, le donne hanno un ruolo di primo piano: prima quello della viticoltura era un mondo prettamente maschile, se c’è poesia nel bicchiere non ve n’è di certo in vigna. Oggi, invece, le figure di donne giovani che promuovono il vino girando il mondo, come la vostra Sara D’Ambra, sono tantissime. Oggi fa ‘figo’ essere contadini, una volta ci si vergognava quasi. 
Veniamo alle Cantine isolane. Ci fa un quadro?
Sono molte le aziende che meritano di essere applaudite, il che è già significativo: vent’anni fa avremmo parlato solo di una realtà, quella di D’Ambra. Oggi sono almeno sette e otto. D’Ambra resta certo imprescindibile: etichetta da ristoranti stellati e da trattorie, la si trova ovunque. E’ ambasciatrice di Ischia nel mondo. Ma io citerei un nome come Cenatiempo: prima vendeva le uva a D’Ambra, ora vinifica in proprio ed è bravissimo. Esporta negli Stati Uniti, si trova nei ristoranti più importanti. E poi una serie di aziende che producono ottimo vino: Antonio Mazzella, Pietratorcia, Tommasone, Crateca, che ha iniziando facendo del vino artigianale e oggi ha reclutato un enologo di primo piano.
Resistono anche i piccoli contadini, nelle cantine scavate nel tufo che sono frammenti d’identità dell’isola.
E’ importante che resistano. E direi che il successo delle grandi cantine consente agli altri di sopravvivere, alimentando il turismo enogastronomico, l’andar per cantine che qui, a Ischia, appoggia anche su prodotti di qualità, salumi, formaggi e ortaggi. Oggi sono stato alla Cantina ‘e Ciro, a Noia, assaggiando un buon vino fresco. Sono realtà che possono sopravvivere e pensare a un futuro, con figli e nipoti dei proprietari che stanno comprendendo le potenzialità del settore. Ricordo sempre la storia di uno dei migliori vini valdostani: lo produce uno che aveva un bed & breakfast, ha preso ispirazione dal suo vicino.
Crede che Ischia possa svincolarsi in parte dal binomio terme-mare?
Assolutamente. Ha una storia agricola che in altre realtà manca e che avrebbe il dovere di valorizzare. Non sono certo che il grande pubblico abbia consapevolezza della ricchezza della vostra isola. Anche in Campania, per dire, si parla più di Cilento e di Sannio che non di Ischia, un’isola che avrebbe ragion d’essere anche per la sola qualità dei suoi vini. Ecco, se fossi consulente di marketing per il brand Ischia non avrei dubbi sulle sue potenzialità.
E’ vero che il prezzo del vino ischitano rende il prodotto meno competitivo?
Non direi. Intanto tutti i prodotti legati a realtà insulari costano di più, è fatale. Ma l’importante è che il consumatore ne comprenda il valore aggiunto. Il vino di Ischia, che non arriva al prezzo di quello del Friuli Venezia Giulia, è leggermente più costoso di altri, allora bisogna essere bravi a raccontarlo, a parlare dei 400 ettari di vigneti che erano 1000 negli anni ‘60, di uve uniche al mondo e presenti solo sull’isola. E’ tutto lì, il segreto.
Crede ancora nel valore delle guide enogastronomiche?
Direi questo: hanno aiutato a far conoscere il vino, e forse proprio per questo oggi sono meno importanti. Oggi la gente capisce di vino. Nei primi anni ’80 in pochi distinguevano un Chianti o apprezzavano le annate buone, in Italia il vino era soprattutto fonte di calorie. Oggi l’utente medio è alfabetizzato.

Crede che l’ascesa delle birre artigianali sottragga mercato al vino?
Le birre artigianali piacciono ai giovani, ma non sono economiche. Possono tendenzialmente portare concorrenza al mercato dei vini, ma credo che il problema sia un altro: il grande volume di vini scadenti a prezzi bassi. Quattro studenti che vanno in pizzeria possono scegliere quattro birre commerciali, e non bere male. O dividersi una bottiglia di vino con 5 euro a testa, nel qual caso nove volte su dieci viene loro offerto del vino pessimo. Ecco, sarebbe bello se ristoranti e trattorie capissero che guadagnerebbero di più con vini buoni, allargando così il target di persone realmente interessate a questo prodotto.
Su un’isola che conta circa 900 cucine aperte al pubblico, realtà editoriali come Ischiacity offrono, anche attraverso la cura fotografica dei dettagli, una finestra su quel che propongono gli chef. E’ un valore aggiunto per il settore?
Se, come nel vostro caso, le foto sono fatte bene direi assolutamente sì. Si stimola una concorrenza positiva, si alimenta il gusto dell’estetica, che non è predominante – certo – ma è fondamentale. E riviste come Ischiacity confermano, se mi consentite, la certezza che il cartaceo ha un futuro. Lo ha soprattutto se non scimmiotta il web, puntando sulla qualità.