Wednesday, September 18, 2019

Interview e Photo_ Riccardo Sepe Visconti

Abbiamo scelto di raccontare la storia di Giuseppe Schisano (che proviene dai Quartieri Spagnoli, altra zona di grande disagio del centro storico) in apertura dell’ampio spazio dedicato alla rinascita artistico-culturale e civile del Rione Sanità, perché vediamo in essa un forte valore, più che simbolico. C’è un filo rosso che lega Giuseppe e la sua caffetteria ambulante a quanto si sta realizzando a qualche chilometro di distanza con le Catacombe di S. Gennaro e tutte le attività che vi ruotano attorno: un segnale forte che arriva da una parte della Città e contemporaneamente alla Città viene mandato. Una storia quella di questo 26enne, proveniente da una condizione molto difficile, che riesce a creare una sua impresa, resa più interessante dal fatto che a determinare il piccolo-grande successo della sua iniziativa non c’è solo l’istrionica creatività di un figlio volitivo ed energico di Napoli, ma un lavoro mirato, serio, sensibile, che guarda lontano esattamente come alla Sanità. E non è poco per una Città che, grazie alla visione e alla capacità di progettare e realizzare di persone come queste, riesce a trasformare la forza delle idee nella concretezza del presente. La start up di Giuseppe Schisano, infatti, è nata a tavolino all’interno di uno dei filoni di intervento dell’associazione ImparareFare IF, fondata 3 anni fa da Marco Rossi Doria, pioniere dei maestri di strada, alle spalle decenni di attività con bambini e ragazzi che vivono in realtà assai complesse a Napoli e non solo, che ha messo in questa sua ultima creatura tutta l’esperienza, le idee, le soluzioni ai problemi elaborate operando a contatto continuo con la povertà educativa. Lo abbiamo incontrato, scoprendo la complessa rete necessaria per dare delle prospettive reali a persone molto giovani altrimenti destinate a reiterare schemi di vita che vanno assolutamente infranti. Per rendere produttivo il capitale umano, a partire dalla risolutezza dei singoli e dalle idee, che da sole però non sono sufficienti.

Partiamo dal concetto di povertà educativa: ci spieghi cos’è e come si riconosce.

La Convenzione di New York sui diritti dell’infanzia, ratificata dallo Stato italiano e quindi entrata a far parte delle nostre leggi, sancisce che i minori (0-18 anni) hanno diritti straordinari e speciali, maggiori rispetto a quelli degli adulti, in particolare allo studio e alla formazione – a maggior ragione se nascono in condizione di povertà. Il passo successivo a questo riconoscimento è stato individuare i parametri in base ai quali misurare le carenze di questi diritti, per poi intervenire a colmarle. I parametri individuati sono due: 1. la povertà materiale, relativa e assoluta delle famiglie, in presenza di madri sole, di lavoro mal retribuito e bassi consumi; 2. la povertà compensativa, cioè la mancanza di strutture e servizi che dovrebbero correggere questi problemi, come asili nido, tempo pieno nella scuola dell’obbligo, formazione dopo la fine di questa, luoghi per il tempo libero come piscine, biblioteche, palestre, e ancora cattivo uso dei pediatri del sistema sanitario pubblico ecc. In base a tutti questi dati si è costituito un indice e si è fatta una valutazione per Regione, così sappiamo quali sono i territori più poveri del Paese dal punto di vista educativo. Il Sud dell’Italia è sicuramente fra questi, per una complessa serie di ragioni che vanno dal diminuito afflusso di fondi da parte del Governo centrale a una cattiva gestione locale, i finanziamenti disponibili sono stati usati in ritardo, male, a pioggia e quindi con minore efficacia, creando uno iato fra ciò che potenzialmente si ha a disposizione e quanto si riesce realmente ad utilizzare. Poi ci sono i condizionamenti che vengono dalla storia dei luoghi, dalle loro caratteristiche antropologiche e, infine, dalla presenza delle mafie. A ciò si aggiunge lo stato di sofferenza del referente primo dei piccoli, cioè la famiglia, quello intrinseco all’istituzione viene amplificato dalla povertà economica. Non si deve mai dimenticare però che ci sono anche grandi risorse: all’interno di scuole, privato sociale, volontariato, parrocchie, mondo dello sport per tantissimi anni centinaia di persone hanno fatto leva sulla resilienza umana dei bambini poveri e delle loro famiglie per creare sviluppo locale. Anche a Napoli ci sono esempi straordinari di questo e ciò è importante perché significa che pure nella situazione più buia non si parte mai da un dato che è totalmente negativo.

Le attività di ImparareFare IF vanno esattamente in questa direzione, intervenire nei luoghi più poveri nel senso che abbiamo detto e sulle persone la cui esistenza appare già segnata.

IF è un’agenzia di sviluppo educativo che opera in più ambiti. Mettiamo insieme l’autoimpresa, il tema della creazione del lavoro e, quindi, delle competenze necessarie perché ciò si realizzi. Ci siamo chiesti perché, per esempio, le start up debbano essere accessibili solo ai figli di papà, che hanno avuto sempre le spalle coperte e non a quelli che escono dalle “saittelle” (grate delle fogne)! Questa che è una delle vocazioni di IF ci ha condotto a scegliere con precisi criteri i soci fondatori, che prestano il loro lavoro gratuitamente. Con me ci sono Daria Esposito, un’educatrice sociale che ha lavorato nei quartieri più duri della città, l’economista Stefano Consiglio, Enrico Rebeggiani che studia il mercato del lavoro connesso alle migrazioni; e poiché tutto ciò implica uno sguardo sull’azienda e un assetto organizzativo fluido, veloce, prestazionale ma pienamente legale, abbiamo un importante commercialista napoletano Fabrizio Ferrentino che ci assiste, mentre Paola Consiglio segue i progetti.

Da dove arrivano i finanziamenti necessari a realizzare i vostri progetti?

Siamo partiti con i privati e con fondazioni bancarie nazionali ed internazionali, anche se non escludiamo a priori i finanziamenti pubblici. Ma, soprattutto all’inizio, con i soldi dei privati si riescono a realizzare cose di qualità diversa, e questo consente di far sapere in giro il modo in cui ci vogliamo muovere. Faccio un esempio per spiegare ciò che voglio dire: se decidiamo di pagare due persone che seguono progetti come quello di Giuseppe Schisano e di altri 15 ragazzi con denaro di un finanziamento della regione Campania siamo obbligati a piegare il nostro lavoro ad un insieme di regole e ai tempi della Regione assolutamente troppo lunghi per noi.

Veniamo allora al fenomeno Giuseppe Schisano con il suo Don Cafè, una somministrazione ambulante di caffè preparato con la cuccuma, usando una sorta di bicicletta per spostarsi. Come si è sviluppato il progetto che ha portato un giovane dei Quartieri Spagnoli a crearsi la sua piccolissima impresa totalmente legale?

Giuseppe rientra nella prima filiera della nostra azione: quello dell’autoimpresa. E’ un cammino faticoso, dedicato a persone che hanno in sé lo spirito animale del capitalismo – nel bene e nel male. E’ capitato spesso che i ragazzi vengano con un’idea che è solo un sogno: per diventare realtà deve passare con successo attraverso le ‘forche caudine’ del business plan, ovvero un piano rigoroso e meticoloso che evidenzi costi e ricavi, indispensabile per capire se il progetto è attuabile. E intanto il ragazzo o la ragazza lavorano per mantenersi e in situazioni così capita che non si ha l’energia, la voglia di venire qui il sabato mattina a ragionare sul business plan, a studiare le indicazioni che danno i nostri collaboratori e si abbandona. Nel caso di Giuseppe Schisano c’è voluto più di 1 anno per stenderlo insieme a lui e ha significato valutare, per esempio, quanto costa il caffè, di che qualità deve essere, chi lo dà al prezzo migliore, ecc.

Quanto tempo è necessario per la formazione?

La vera originalità di IF è che noi diamo alle persone il tempo necessario per maturare il progetto, ci vuole un’elaborazione personale, emotiva che deve affiancare lo studio economico. Ogni volta che Giuseppe è venuto per mettere a punto il business plan e la successiva gestione che noi garantiamo (incontrare il fiscalista, imparare a parlare con lui, per esempio, e ancora essere accompagnato a parlare con la torrefazione per scegliere il caffè) ha comportato anche da parte sua esitazioni, paure, come, per esempio, quella di apporre le firme alle cambiali… In questi passaggi lo abbiamo sostenuto per quanto possibile, il che significa avere sempre piena coscienza, in maniera dura, ferma, che noi non siamo lui, che è lui a sostenere il rischio d’impresa e noi siamo degli accompagnatori. Abbiamo a nostra volta un allenamento lungo, per decenni abbiamo lavorato nei Quartieri Spagnoli e sappiamo che dobbiamo mantenere una distanza, essere discreti, non collusivi, non facciamo proiezioni nostre su questi ragazzi. Se falliscono è sì un fallimento anche nostro, però la vita è loro.

Quali sono i problemi più impegnativi da risolvere?

Uno dei problemi affrontato e risolto con Giuseppe è stato il fatto che, a Napoli come in Italia, i poveri non sono bancabili, in quanto chi non ha nulla da dare in garanzia (per es. la casa) non può ottenere prestiti. Da questo punto di vista il nostro sistema bancario è un disastro, adesso si stanno facendo dei tentativi per superare questa condizione, ma quando vai a esperirli sono terribili sul piano degli adempimenti burocratici. Poi c’è il fronte, altrettanto complesso, dei permessi, e poiché siamo per la legalità dobbiamo fare tutto in modo compatibile con questo assunto. E il problema è che quasi tutti gli altri non sono sulla stessa linea. Quindi, Giuseppe ha una struttura legale, mentre in giro per la città ci sono altre realtà totalmente fuori da questa logica e lui deve sostenere anche questa frustrazione e questa battaglia.

Il Don Cafè, ancorché sia una realtà piccola, è molto visibile e piacevole, e dietro di sé ha un mondo grande e complesso fondato su regole precise, che lei mi sta raccontando: per queste ragioni è un simbolo del cambiamento che sta avvenendo a Napoli.

Lui ha avuto un’esperienza di vita che lo ha portato a decidere di non voler lavorare nell’illegalità, contemporaneamente ha l’ambizione a volersi raccontare come quello che con la sua impresa sta nelle regole perché è riuscito a far passare la sua linea, ma è anche giovane, viene da un certo tipo di ambiente e quindi scalpita, tende a forzare la situazione e noi dobbiamo aiutarlo. Ma le responsabilità sono tutte sue, anche di sbagliare. Giuseppe è legato a un business plan rigoroso, ha un debito che deve restituire e il suo primo obiettivo è essere imprenditore di se stesso, raggiungere pienamente l’autoimpiego. Noi in questa fase ci stiamo impegnando per fissare delle convenzioni che determinino i nuovi parametri che inquadrano attività come la sua che sono innovative. Ha iniziato da poco e c’è stata un’esplosione comunicativa intorno alla sua persona che come è naturale lo ha coinvolto emotivamente, e che ha tempi molto più veloci di quelli necessari alla definizione di questi fronti ancora aperti che riguardano la sua attività. Attualmente, dal punto di vista burocratico il mezzo di trasporto, sul quale si fonda il suo lavoro, ha le carte in regola, la somministrazione del caffè è possibile, ha il registratore di cassa, ha seguito il corso per conseguire il REC.

Chi non è adatto a fare impresa da solo viene instradato in altre direzioni?

L’altra attività che curiamo è quella dei tirocini di qualità: dedicata a ragazzi più giovani di Giuseppe e che, a differenza sua, hanno portato a termine un corso di scuola superiore, in genere un istituto tecnico professionale. Non è importante con quali voti, sono poveri, vengono da quartieri periferici o del centro – italiani o stranieri, non facciamo differenze – hanno in comune di trovarsi a 18 anni senza sapere cosa fare ma con sogno. Le faccio un esempio: una ragazzina di Casavatore con diploma, magari preso in una scuola di Napoli; è ancora molto giovane e contribuisce al bilancio della famiglia cucinando dolci per le feste di compleanno, per occasioni speciali, magari scarica le ricette dalla rete o li crea da sé, il suo più grande desiderio è lavorare in un posto di qualità in cui si producono dolci per imparare. Noi le abbiamo proposto questo: la paghiamo con le regole della regione Campania, ma con soldi di privati, 550 euro al mese per 6 mesi, durante i quali fa 6 ore di lavoro quotidiane in un’azienda di prestigio e può mettere alla prova il suo sogno lavorativo. Inoltre, ci deve regalare altri 4 mesi e mezzo della sua vita per studiare informatica e l’inglese funzionale con una persona madrelingua, per imparare a presentarsi, a scrivere in maniera utile e a comprendere tutta una serie di cose che riguardano l’impresa, per esempio come si fa una dichiarazione dei redditi e altre competenze di cittadinanza. Come questa ragazza ne abbiamo presi 20, sistemandoli tutti in ditte di rilievo e tutti pagati come ho detto: lei presso Gay-Odin, un altro presso la manifattura di ceramiche Stingo, ecc. Per raggiungere obiettivi così abbiamo dovuto dar vita a una serie di alleanze, parlando con gli imprenditori uno ad uno: con questi ragazzi non siamo finiti sui giornali – come è accaduto con Giuseppe – ma 4 di questi 20 giovani hanno avuto un contratto regolare di assunzione a tempo indeterminato.

Quali sono i criteri di selezione?

Ne abbiamo incontrati 140 e con durezza abbiamo scelto i 20 che secondo noi potevano farcela. I criteri di selezione sono di tipo motivazionale e poi devono avere equilibrio, capacità di adattamento, esprimere desideri, avere “life skills” (l’insieme di capacità necessarie a gestire problemi e situazioni nella vita), saper chiedere aiuto. Ci affianca anche un ente di formazione professionale accreditato, I Millepiedi, che ha una lunga storia di lavoro molto impegnativo nella zona orientale di Napoli, che segue la parte amministrativa, in modo che i ragazzi facciano un tirocinio che segua le norme regionali.

Ma il vostro lavoro non si ferma qui, avete anche un terzo ambito in cui operate.

Nasce da una mia vecchia fissazione. Un giovane che non vuole frequentare né un istituto professionale né un liceo, se vive a nord dell’Arno ha un’altra possibilità, la formazione professionale. Quella vera. Da noi, con l’eccezione dell’Alberghiero, non c’è niente, è tutto fasullo. Per riuscire a creare una realtà del genere abbiamo stretto un’alleanza con la Fondazione S. Gennaro, la fondazione Riva, il circuito euromediterraneo dei Salesiani che sono grandi esperti di formazione professionale e abbiamo aperto appunto un centro di formazione professionale alla salita don Bosco. Abbiamo raccolto donazioni per quasi 800mila euro ed è stato appena attivato un corso per meccanici elettronici (meccatronica) in accordo con la Fiat di Pomigliano (in cui i ragazzi imparano su macchinari veri, l’ultimo anno fanno tirocini in vere fabbriche e alla fine avranno una qualifica europea) e un corso di logistica in accordo con porto e aeroporto, dove ogni anno prendiamo in carico 20 ragazzi per ciascuno dei 2 orientamenti.

(Associazione Imparare Fare_info 081_4444444)

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