Saturday, May 30, 2020

L’AMICA GENIALE: ISCHIA PROTAGONISTA

Text_ Emma Santo  Photo_ ICity

Com’era Napoli sul finire degli anni ‘50? Com’era Ischia, come eravamo noi o come saremmo potuti essere? Ne L’amica geniale, la celebre Elena Ferrante ci risponde attraverso la narrazione di un’amicizia, quella tra due bambine, Lenù e Lila, che i lettori accompagnano, pagina dopo pagina e volume dopo volume, in tutte le fasi della vita – l’infanzia e l’adolescenza nel primo libro; la giovinezza, il tempo di mezzo, la maturità e la vecchiaia nei successivi – diventando essi stessi partecipi dei cambiamenti che investono, in più di un cinquantennio, non solo le protagoniste ma anche il rione di periferia in cui il loro legame nasce si consolida si trasforma, il rione che “rimandava alla città, la città all’Italia, l’Italia all’Europa, l’Europa a tutto il pianeta”. E poi c’è il luogo in cui Lenù sperimenta per la prima volta, a quindici anni, “la gioia del nuovo”. Quel luogo è Ischia, che lo scorso giugno ha potuto fare un grande balzo indietro nel tempo, in occasione delle riprese della miniserie in otto puntate diretta da Saverio Costanzo, tratta dal primo romanzo della quadrilogia della Ferrante, la scrittrice italiana più amata e venduta all’estero, la cui vera identità è rimasta avvolta nel mistero fino a poco tempo fa. A meno di un anno dai casting di A casa tutti bene di Muccino e pochi mesi prima di quelli di Men in Black, che hanno portato su queste coste lavoro, gloria, divertimento e magia, l’isola verde ritorna sugli schermi, prestando scenari e volti autoctoni (ben 180 le comparse, di cui 80 minorenni) ad un fenomeno di portata mondiale – targato HBO, RaiFiction e TIMvision – che la catapulterà oltreoceano con il titolo The Neapolitan Novels.

Così, in un caldo mattino di fine maggio, il piazzale e il lungomare Aragonese di Ischia Ponte si risvegliano con una fisionomia diversa e antica. Sopra il bar Cocò campeggia un’insegna d’antan con su scritto “Ristorante Don Silvio”, mentre sul lato opposto dello slargo è spuntato il gabbiotto di una biglietteria, con l’inconfondibile sagoma del Castello sullo sfondo: sarà proprio questo, infatti, il porto di attracco della nave con a bordo Elena Greco detta Lenù. La facciata moderna della gioielleria è stata oscurata per lasciare il posto a quella vetusta di una trattoria su cui sbuffano come vele le lenzuola che pendono dai balconi; un uomo in coppola e canottiera sosta con un mulo, suo compagno fedele anche nella vita reale; in posa sui basoli salsedinosi, valigie e quotidiani del dopoguerra legati con lo spago, e poi carretti della frutta affiancati da botti, reti da pesca stese ad asciugare sul pontile, carrozzelle trainate da cavalli, lambrette, Fiat 500 e motorette d’epoca, e una corriera azzurra in attesa dello sbarco fittizio dei turisti. La produzione cerca “volti antichi bruciati dal sole”, gente che porti scritto tra le rughe il racconto di una vita trascorsa in mare o nei campi, ma anche candidati stranieri dalla carnagione chiara o che abbiano l’aria e l’aplomb di uomini e donne di città. Alle comparse femminili viene raccomandato di presentarsi al naturale, niente make-up, le sopracciglia non vanno sfoltite, bisogna essere more, castane, bionde o rosse originali, banditi i colpi di sole o tecniche moderne come lo shatush, piercing o tatuaggi. Anche il taglio di capelli di adulti e bambini va aggiustato, ci si deve adeguare alle tendenze di un sessantennio fa. Le donne sono più restie, tuttavia c’è chi accetta senza farsene un cruccio (“Tanto sta arrivando l’estate, starò più fresca e male che va ricrescono”), chi un po’ si rammarica per aver rinunciato a quella lunghezza guadagnata con fatica, chi rivede nella sua acconciatura di scena un viso caro incorniciato in una fotografia sbiadita. Quando si viene chiamati alla prova dei costumi sembra di varcare l’ingresso di una capsula del tempo: vestiti di un’epoca che i più giovani lì in mezzo non hanno attraversato e che ad indossarli oggi si sentono a disagio; cappellini e pagliette, foulard in stile vacanze romane, reggiseni a punta, borsette che pagheremmo caro in qualche negozio di articoli vintage, blazer, gonne a vita alta, divise da marinaio, stoffe consumate per farle apparire vissute e umili che si contrappongono agli abiti da sera con stampe floreali e dai colori più vivaci – parliamo di 1.500 pezzi d’epoca realizzati da dieci sarti e designer. Anche le calzature sono state curate nei minimi particolari, un calzolaio italiano ha spedito dalla Bulgaria decine di scatole di scarpe da “antichizzare”, bellissime quanto scomode, specie per chi deve passeggiare su e giù per il pontile, dove Lenuccia mangerà il gelato con il suo amato Nino Sarratore. Le riprese cominciano il 29 maggio alle 7 di mattina e si protraggono fino alle 19; il giorno seguente si girerà dalle sette di sera alle tre di notte circa. Alcune comparse vengono arruolate per calarsi nella parte dei pescatori, ma qualcuno lo è anche fuori dal set. I più fortunati possono dire qualche battuta, tra di loro c’è chi recita già in compagnie amatoriali e magari spera che in quei pochi secondi in cui la macchina da presa sarà puntata su di sé possa far breccia nel cuore di qualche regista in cerca di nuovi talenti, lo stesso Saverio Costanzo, magari. Quasi tutti, però, sono lì a ripetere una singola scena tante di quelle volte da perderne il conto e la pazienza, a sopportare il caldo afoso, le scarpe strette, a tenere a bada i bambini che dopo ore di prove iniziano ad avvertire la stanchezza e hanno voglia di tornare a casa, non tanto per il rimborso spese previsto per la partecipazione, quanto per toccare con mano l’emozione di far parte di un sogno vero e tangibile come la finzione cinematografica e televisiva. E nell’attesa tra un ciak e l’altro, si stringono amicizie fuori dal virtuale, si condivide una giornata diversa e memorabile, si fotografano scorci di vita vissuta nella cornice di una storia che ne echeggia molte altre. Da Ischia Ponte il set si sposta, a luglio, a Barano, dove Elena Greco passerà le sue vacanze, ospitata a casa di Nella Incardo, cugina della maestra Oliviero che ha voluto premiare i suoi successi a scuola. Qui la nostra Lenù rifiorirà, l’acqua del mare dei Maronti, descritti nel romanzo come “una spiaggia sterminata e deserta, con una sabbia granulosa che frusciava ad ogni passo”, e il sole delle giornate estive, le cancelleranno l’acne dal viso, le dipingeranno d’oro scuro il corpo e la restituiranno trasformata anche nell’anima – tormentata dall’amore per Nino e da un brutto episodio che le farà interrompere bruscamente il suo soggiorno sull’isola – ad una Napoli che ritroverà immersa in “una maleodorante, disfatta calura”, al contesto del rione “dove ogni viso, ogni via erano rimasti di un pallore malato”, tanto che la sua abbronzatura, messa al confronto con la gente, le palazzine e lo stradone che le appariranno come una foto mal stampata, le sembrerà “eccessiva, quasi un’anomalia”. Nel salutare quel luogo dove per la prima volta sperimenta “la gioia del nuovo”, Elena Greco/Ferrante ci lascia un’immagine di Ischia alle prime luci del giorno, “quasi senza suoni, il mare fermo, solo gli odori erano intensissimi. […] Appena il battello si mosse e l’isola, coi suoi colori teneri di primo mattino, fu abbastanza lontana, pensai che avevo finalmente qualcosa da raccontare a cui Lila non avrebbe potuto opporre nulla di altrettanto memorabile”.