Friday, June 22, 2018

NO G7: LE RAGIONI DEL DISSENSO

Text_ Pasquale Raicaldo  Photo_ Dayana Chiocca

Quattrocento metri di libertà. Per un no corale al G7 degli “assassini”. E soprattutto per un mondo più giusto. Ischia, 19 ottobre 2017. Il porto diventa, per qualche ora, ombelico del mondo: riflettori e telecamere, megafoni e microfoni, striscioni e slogan. La “Naiade” della Caremar porta con sé centotrenta manifestanti: al porto di Napoli sono meticolosamente perquisiti, uno a uno. Prefettura e questura non trascurano nulla: tensione alta, a poche ore dall’incontro nell’isola fra i ministri dell’Interno del G7. La vasta eco delle proteste “no global” degli ultimi anni rimbomba nel Golfo: le paure si riveleranno tuttavia sproporzionate. E filerà tutto liscio, perché le facce pulite degli antagonisti (un’etichetta nella quale non si riconoscono, e lo dicono) sono qui per manifestare un convinto dissenso alle politiche di governo del mondo occidentale. Nessun contatto con il Grand Hotel Punta Molino, men che meno con i destinatari degli slogan più crudi, a cominciare da Marco Minniti, il ministro dell’Interno italiano.

Ma già allo sbarco prende forma e consistenza un corteo acceso, ancorché non nutrito numericamente. Che si muove intorno a un grande tema, il vero nervo scoperto della contemporaneità: i migranti. E i manifestanti di Ischia scelgono icone e simboli per significare il grido di dolore dell’Occidente che non vuole restare insensibile di fronte all’ecatombe nel Canale di Sicilia. Un canotto, per esempio, portato a mano all’inizio del corteo. Da italiani e migranti, insieme. Perché questa è una battaglia globale, senza distinzione di etnie e razze, nazioni e popoli: in gioco, c’è l’umanità. “Con i vostri sporchi affari insanguinate i nostri mari”, recita così uno striscione innalzato dai manifestanti, chiamati a raccolta da Insurgencia e Napoli Ribelle.

Qualcuno ricorda i numeri, che fotografano un fenomeno complesso, su cui continua a giocarsi la credibilità dei governi occidentali: negli ultimi quindici anni oltre 30mila persone sono morte cercando di attraversare il Mediterraneo. Sono vittime in gran parte sconosciute: il 60% resterà senza nome e senza identità. E i manifestanti mostrano le foto di una silenziosa carneficina. Senza sconti. Cadaveri che galleggiano, non lontano da Lampedusa. 3.771 nel 2015. 5.022 nel 2016. Già 2100, secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni, nei primi sei mesi del 2017, molti dei quali sulla rotta del Mediterraneo centrale tra Nord Africa e Italia. E allora sulla banchina del porto alcuni manifestanti si fanno largo, facendo arretrare – in mare – le moto d’acqua della polizia di Stato, che compongono il cordone di sicurezza. Ingente. Sedici agenti per ogni manifestante, calcolerà qualcuno. Arretrano, i poliziotti, perché i manifestanti gettano qualcosa in mare. Semplice salsa di pomodoro, si comprenderà di lì a poco. “Simboleggia il sangue dei migranti versato in mare in questi anni”, spiegano gli antagonisti. Immagine efficace, non c’è che dire. “E non inquiniamo”, sottolineano. Il mare diventa rosso, il messaggio – amplificato dai quotidiani – arriverà a destinazione. Al vertice, del resto, partecipa anche il commissario europeo per le migrazioni, Dimitris Avramopoulos.

A lui i manifestanti vorrebbero segnalare il proprio no “alla riapertura dei centri di detenzione per migranti, la gestione criminale dell’accoglienza in Italia, l’orrore degli accordi con il governo libico. Sono solo alcuni dei provvedimenti criminali che il nostro governo, secondo le direttive europee e mondiali, sta attuando nei confronti di chi cerca di entrare nel nostro Paese”.

Ma il corteo appena cominciato è già finito: appena 400 metri, il tragitto verso piazza degli Eroi è negato. Si sosta in piazza Trieste e Trento. E Andrea, che è qui per Insurgencia, non ci sta: “È vergognoso che un’isola intera venga completamente militarizzata per consentire ai potenti della terra di chiudersi in una fortezza per decidere del futuro dei confini e dei migranti dentro e fuori dall’Europa. Siamo solo all’inizio di un autunno durante il quale proveremo a sfidare con ogni mezzo necessario i dispositivi di sicurezza assolutamente anti democratici di questa Europa e di questo paese”. Nessuno, tra questi ragazzi (sono per lo più giovani, tante ragazze) aveva intenzioni violente. Si uniscono anche i componenti del circolo ischitano di Rifondazione Comunista e Gianni Vuoso, con l’immancabile bandiera del PMLI. Il professore barbuto lamenta “l’esagerato e sproporzionato schieramento di forze in assetto di guerra, l’insopportabile assedio di Ischia che ha perfino vietato il diritto al lavoro di alcune categorie, che ha costretto molti esercenti a chiudere bottega con danni economici, in cambio di una pubblicità mediatica che potrebbe essere sorretta invece, da ben altri interventi di interesse sociale, culturale e paesaggistico”. Poi rincara la dose: “Il potere neofascista ha dimostrato, ancora una volta, che in Italia la democrazia ha una misura e una durata: duecento metri di corteo per un paio di ore, quanto basta per dimostrare che il diritto al dissenso è stato comunque concesso. Il Pmli ritiene, invece, che si tratti della solita squallida fregatura, programmata dal neopodestà del comune di Ischia, in combutta con le autorità di polizia e messa in atto per dimostrare il servile rispetto delle scelte dei vari Minniti di tutto il mondo”. Tra i più attivi c’è Gigi Lista, che rappresenta il piccolo comitato del “No al G7” nato a Ischia nella vigilia dell’evento e che, intanto, coltiva malcelate ambizioni politiche, che lo porteranno forse a una candidatura già alle prossime amministrative di Forio. Il giovane attivista srotola uno striscione che fa riferimento al terremoto (“No al G7 della sicurezza: Casamicciola tra le macerie e voi nella fortezza”) e si fa largo tra la folla. Partendo dalla questione migranti, che resta il grande nervo scoperto: “Dal punto di vista di un meridionalista come me, non posso che sottolineare come la questione immigrati debba essere affrontata con il cuore e l’esperienza di chi ha vissuto in una terra che conosce il fenomeno dell’emigrazione. Il nostro corteo contesta il G7 prima di tutto come istituzione calata dall’alto a esclusiva tutela degli interessi lobbistici dei potenti della terra, con l’obiettivo ostentato, in modo ipocrita, di risolvere problemi che spesso sono problemi creati proprio dalle nazioni e dalle lobby che esse rappresentano. Noi – continua Lista – sogniamo un mondo che non abbia bisogno di confini, ma soprattutto nel quale non si debba scappare dai propri paesi d’origine. Oggi, però, salvare vite umane resta la cosa più importante”. Gli fa eco il piccolo manifesto degli antagonisti, che lamenta come “dieci anni di crisi economica e di governi dell’austerità hanno disintegrato quel che restava del welfare e affollato il gradino degli ultimi e dei penultimi nella gerarchia dell’ingiustizia sociale”. Si parla di “un disastro fatto di distruzione dei diritti e tagli sociali, di esproprio di democrazia e sudditanza alla furia liberista della BCE, che ha accresciuto a dismisura la forbice di ricchezza tra una minoranza di privilegiati e i tantissimi che stanno precipitando verso il basso”. E il bersaglio diventa Minniti, che nel pomeriggio ha poi avviato i lavori al Castello aragonese: “Le sue leggi – denunciano i manifestanti – hanno rappresentato l’ultimo passo di questo governo per mettere al centro del dibattito pubblico le retoriche della sicurezza e rendere invisibili le grandi questioni sociali irrisolte dietro un regime di costante eccezionalità del diritto: dal “daspo urbano” all’arresto “differito”, dai tribunali speciali per i rifugiati alle direttive sugli sgomberi degli spazi autogestiti e sulle occupazioni dei senzatetto. Questo clima, insieme alle speculazioni sul diritto d’accoglienza, alle strumentalizzazioni elettorali e alle mistificazioni mediatiche, ha facilitato l’espandersi di pratiche e discorsi di fascistizzazione sociale e un tentativo di egemonia culturale delle destre costruito sul rancore e sulla guerra agli ultimi”.

Ischia non lascerà il segno, forse. Perché l’eco del corteo si affievolisce, poche ore dopo, lasciando all’organizzazione la soddisfazione di un pericolo scampato. Ma le tematiche, a cominciare da quelle più scottanti, restano sul tavolo. In larga parte irrisolte.