Thursday, October 19, 2017

Text_ Lucia Elena Vuoso  Photo_ Archivio Ischiacity

Il mio direttore ricoprì nel 2011-12 l’incarico di assessore al turismo ed alle attività produttive di Casamicciola Terme, e volendo studiare un piano di rilancio per la zona del Majo mi incaricò di visitarla con la precisa missione di incontrare le persone del luogo e raccogliere storie e testimonianze che ci permettessero di capire il “carattere e l’anima” di quel luogo e della gente che da sempre lo abita. Fu così che, armata della mia ben nota passione per la ricerca di tutto ciò che è autentico e sincero, sono andata alla scoperta delle mille, piccole, sfaccettature che mi permettessero di tratteggiare un quadro vivido di questo borgo che, ve lo dico subito, mi apparve bellissimo.

Per raccontare Piazza Majo bisogna viverla. Scoprire quelle sensazioni minimali legate ad una viuzza, ad una finestra, a un colore, a un profumo, a un sapore, ad uno sguardo. Piccole emozioni, dolci sorprese, ricordi perduti che rendono la conoscenza di questo luogo un’esperienza che resta dentro. Ed insieme al racconto di un passato molto antico e ricco di avvenimenti, vengono alla luce autenticità e identità e si conoscono spazi dimenticati e persone speciali.

Oggi considerato una semplice località di passaggio, una strada alternativa al traffico della litoranea per arrivare velocemente a Forio, il borgo di Piazza Majo è stato, in un tempo non molto lontano, il cuore pulsante del comune di Casamicciola Terme, fulcro di economia e attrattore di turismo, grazie alla vicinanza con la fonte di acqua termale più antica dell’isola, La Rita, e alla collocazione alle pendici dell’Epomeo. Per carpire i segreti e le meraviglie che gli abitanti del borgo custodiscono gelosamente e tengono nascosti ai più, che si limitano ad attraversare distrattamente la frazione, noi di Ischiacity abbiamo ascoltato, domandato, osservato, passeggiato, fotografato (grazie all’aiuto di Romolo Tavani), per cogliere ogni dettaglio della vita del piccolo centro.

I nostri ciceroni lungo sentieri passati e presenti sono stati i titolari delle attività commerciali della zona – Giusy Monti, Antonella e Caterina Rusciano, Nicola e Matteo Di Meglio, Vito Mattera, Concetta Mazzella, Carmine Impagliazzo, Antonella e Giuseppe Savarese, Nello Di Leva e Gaetano De Nigris – e i residenti Vincenzo Monti, medico termalista, Franco Mattera, volontario della protezione civile, Ida Trofa, giornalista e Nina, casalinga di 78 anni. Nei loro racconti un passato che sembra così remoto ma, al tempo stesso, palpabile e tangibile, un passato che si respira ancora nei profumi genuini e nel carattere delle persone.

E sembra di vederli i bambini che escono dalle parole e dai ricordi delle nostre guide per correre e giocare nei giardinetti dove un tempo sorgeva, maestosa, la chiesa di santa Maria Maddalena, crollata durante il terremoto del 1883, e attualmente c’è la statua di Padre Pio, collocata dal devoto signor Gino oltre 17 anni fa. «La domenica era una festa per tutto il paese perché venivano persone da ogni comune dell’isola ad acquistare il legname che zì Nu’ – zio Nunzio – vendeva. I grandi pali di legno di castagno erano trasportati dall’Epomeo, passando dal Rarone, cioè via Celario, da una decina di muli durante la settimana. Zì Nu’ stava lì a levigare le travi che servivano da supporto alle viti e quando avanzava qualche rametto ci costruiva “’a mazz e ‘u piuzz”» racconta il signor Carmine. «La mazza era un ramo molto maneggevole mentre “’u piuzz” era un bastoncino più piccolo, appuntito ad entrambe le estremità. Si disegnava un cerchio a terra e il ragazzo che aveva “’a mazz” si posizionava al centro. Lo scopo del gioco era respingere “’u piuzz” che veniva lanciato da chi era fuori dal cerchio, cercando di farlo arrivare più lontano possibile. Quando il piuzzo cadeva si contava coi passi la distanza percorsa. Chi aveva totalizzato più passi vinceva. Ci si poteva giocare anche una sorta di jolly, se il piuzzo non era stato colpito: con la mazza si schiacciava una delle punte per farlo rimbalzare e, anche in questo caso, si misurava con la conta dei passi il lancio più lungo. Altre volte, invece, rubavamo qualche piccola asse con la quale costruivamo “’a carruzzell”, una sorta di macchinina alla quale applicavamo delle rotelline in ferro. Il manubrio, sempre in legno, era piatto, simile a quello di una bici, con delle funi attaccate. Tirando le corde a destra e sinistra si dava la direzione. Di solito si partiva da via Montecito e si arrivava fino in piazza, con urla, schiamazzi e un gran fracasso perché la strada era pavimentata interamente coi sanpietrini». «Quando ero piccola – dice la signora Nina – d’estate dovevo fare la guardia ad un albero di ciliegie, per controllare che nessuno le rubasse. Spesso mi facevo accompagnare da un’amica che portava brandelli di stoffa avanzati dai lavori della mamma sarta e li cucivamo per confezionare delle bamboline. A volte tiravamo la lana dal manto delle pecore per fare i capelli e, con pietre, cocci e legnetti che trovavamo ai piedi del ciliegio costruivamo le loro casette. Altra tradizione, scomparsa da poco meno di 15 anni, era quella di montare un grande falò il giorno di Sant’Antonio a gennaio, gareggiando con tutte le frazioni di Casamicciola a chi lo faceva più alto: il nostro vinceva sempre. I ragazzi in quest’occasione si adoperavano per cercare quanta più legna possibile nel vicino bosco e poi, quando le vecchiette si recavano alla festa portando con sé il braciere per riempirlo di tizzoni ardenti e carbone presi dal gigantesco “fuocarazzo”, mettevano nel fuoco anche delle bombolette spray che scoppiavano, facendo prendere uno spavento terribile alle anziane malcapitate».

«Quando si vendemmiava, un tempo, era una vera e propria festa – racconta la signora Concetta – soprattutto per i bimbi che si divertivano a schiacciare i chicchi coi piedi. Giorni prima della raccolta dell’uva le botti venivano sterilizzate con un particolare procedimento, “’a cuffiat”. Un fuoco veniva acceso sotto una caldaia di ferro riempita di acqua che cominciava a produrre vapore, incanalato in grandi tubi che arrivavano fino alle botti. Il calore non solo le puliva e disinfettava ma contribuiva a far allargare il legno in modo che le assi di cui erano composte aderissero le une alle altre e il mosto riuscisse a trovare il giusto ambiente per trasformarsi in vino. Qui al Majo c’erano delle cantine enormi, lunghe quanto gallerie di treni e alcune botti avevano dimensioni così abbondanti che spesso, quando giocavamo a nascondino, ci infilavamo dentro per non farci trovare». «D’inverno, quando faceva troppo freddo per giocare all’aperto – continua la signora Nina – mio padre riuniva me e i miei sei fratelli e ci “cuntava ‘e cunt”. Metteva il braciere coi carboni accesi sotto la sua sedia e noi ci sedevamo a terra, in cerchio, con le mani protese verso il calore. E cominciava: “Abitavano qui nei dintorni un marito e una moglie che tutte le mattine andavano a Forio per vendere frutta e verdura. Un giorno il marito uscì prima di casa e cominciò a chiamare la consorte da sotto la finestra: ‘Signo’ so’ ‘e nov!’. La moglie si affrettò e scese, chiedendosi come avesse potuto tardare tanto e come avrebbero fatto ad arrivare a Forio in tempo per vendere la propria merce prima degli altri. Lungo tutto il tragitto il marito continuava a strillare: ‘Signo’ so’ ‘e nov!’, ‘Signo’ so’ ‘e nov!’. Arrivati a Forio una signora, affacciatasi al balcone, gli disse: ‘Ma che nove? Sono le otto!’ E l’uomo: ‘Signo’ so’ ‘e fav nov (Ndr. ‘Signora! Sono le fave nuove!’, cioè appena spuntate, fresche)!”. Un’altra storia che era solito raccontare era quella di ‘socc e nun socc’. “Un giorno, un ragazzo di circa vent’anni comunicò alla mamma la sua intenzione di sposarsi. La madre, però, gli disse che non avrebbe potuto farlo se prima non imparava l’arte del ‘socc e nun socc’. Il giovane allora, per capire di cosa si trattasse, si mise in viaggio per fare un po’ di esperienza di vita. Era buio quando arrivò a Casamicciola e bussò ad un’abitazione, chiedendo asilo per la notte. Venne accolto di buon grado e, come d’usanza, il padrone di casa fece fare a lui, che era ospite, le porzioni per la cena. Il pollo del brodo venne così diviso: alla mamma il petto, alla figlia le ali e per sé tenne le zampe. Il giorno dopo, prima di rimettersi in viaggio, il capofamiglia gli chiese in base a quale criterio avesse scelto come dividere il pollo. ‘Il petto alla mamma perché deve allattare, le ali alla figlia perché deve volare e le gambe a me perché devo andare’ – disse. ‘E dove devi andare?’ ‘Devo conoscere l’arte del socc e nun socc.’ ‘Ma tu la conosci già: ‘socc e nun socc’ vuol dire che so dove nasco e non so dove muoio!’ E fu così che il giovane prese in moglie la figlia dell’uomo che fu tanto ospitale con lui e si stabilì a Casamicciola per il resto dei suoi giorni” ». 

Il dottor Vincenzo Monti, invece, ci parla della sua esperienza nel borgo durante la guerra: «Essendo un piccolo villaggio contadino pressoché inaccessibile (la via Borbonica è stata resa agibile solo negli anni ’50), gli abitanti del Majo affrontarono gli anni del secondo conflitto mondiale in maniera relativamente agiata rispetto alle altre zone dell’isola: c’era la legna da ardere, per riscaldarsi e cucinare, e ognuno possedeva un pezzetto di terra e qualche animale, disponendo così di ortaggi e frutta nonché polli, conigli, capre e mucche. Si raccontava che a Perrone e alla Marina le persone, per sfamarsi, raccogliessero le scorze di fave fresche da mangiare crude e le bucce di patate da fare in brodo, mentre qui a Piazza Majo mancava solo la farina e per averla si comprava a Napoli il grano di contrabbando; si producevano formaggi col latte di capra e si sostituiva lo zucchero con un liquido vischioso e dolcissimo ricavato bollendo per ore il mosto di vino. In quel periodo c’era un unico istituto scolastico per tutto il Comune e le classi erano separate per sesso: c’erano sezioni maschili e femminili e in ogni aula c’erano delle enormi cartine geografiche su cui erano segnati i confini dell’Impero Italiano. Nel 1942 facevano parte dell’Italia anche le numerose isolette del Peloponneso e per le vacanze estive ci era stato assegnato di impararne i nomi a memoria. Quando i miei compagni ed io, tornando in classe fieri di conoscere per filo e per segno i domini italiani, trovammo le cartine completamente ridimensionate ci disperammo… Più che per le sorti dell’Italia, per tutto il tempo sprecato sui libri!».

Spesso quello che spaventava maggiormente, anche più della guerra, erano le leggende di fantasmi e munacielli che si raccontavano un po’ per far star buoni i piccoli e un po’ perché a volte succedevano cose davvero inspiegabili, che si riuscivano a decifrare solo con l’intervento della fantasia popolare. «Mio padre l’ha visto il munaciello e ci ha anche parlato – dice ancora oggi con un po’ di timore, la signora Nina. Fin da quando ho compiuto sei anni, ho aiutato papà a pascolare le capre. Ne avevamo una decina, più altre mucche che ci affidavano dei foriani che non avevano terreno per pascerle. Noi le governavamo in cambio del latte e quando nasceva un vitellino lo prendevano i proprietari. Noi abitavamo in località Sentinella, ma avevamo una stalla al Majo, proprio alle pendici dell’Epomeo, dove avevamo costruito un rudimentale giaciglio con tavole di legno e paglia per adagiarci quando pioveva e non potevamo rientrare a casa. Una sera mio padre stava vegliando una mucca che doveva partorire e si addormentò. Durante la notte avvertì una forte sete e cercò di alzarsi numerose volte, ma non ci riuscì poiché si sentiva un peso alla bocca dello stomaco: era il munaciello che si era seduto sulla sua pancia per dispetto. All’alba sentì un uomo che chiamava il suo collega per andare a lavoro e, animato da quelle voci, riunì tutte le proprie forze e riuscì ad alzarsi. Un’altra sera stava accendendo il lume a petrolio con dei fiammiferi. Infiammò il primo e un soffio glielo spense e successe la stessa cosa anche per i tre fiammiferi successivi, al che mio padre si irritò e disse: “Questo è l’ultimo! Per piacere lasciamelo accendere!” e così il munaciello gli lasciò accendere il fiammifero. Mia madre, che quella sera si trovava nella stalla, gli chiese con chi avesse parlato e lui, per paura che il fantasma, scoperto, facesse dispetti anche al resto della famiglia disse che stava parlando da solo. Capitò ancora che una notte una capra scappasse, nonostante le porte fossero ben chiuse dall’interno e non fosse mai più ritrovata. Dopo tutti questi dispiaceri mio padre pensò bene di chiamare un prete per benedire la stalla ma, appena il parroco ebbe compiuto il rito ed andò via, il munaciello, che aveva proprio le sembianze di un frate, gli disse: “E’ inutile che fai venire gente: io qua devo fare il mio purgatorio!”. Nel sentire queste parole mio padre si rassegnò, ma gli estorse una promessa: non sarebbe mai dovuto apparire a me e ai miei fratelli e così fu. Io ho dormito spesso in quella stalla e non ho mai avvertito niente…».

Nonostante le superstizioni ancora molto vive, soprattutto tra le persone più anziane, tutti gli abitanti di Piazza Majo sono estremamente religiosi e ci tengono ad onorare le festività tradizionali. «Prima i bimbi andavano in chiesa solo il giorno dell’Epifania perché il signor Calise (proprietario dell’omonima pasticceria) che aveva parenti in questa zona, portava grandi vassoi di dolci che distribuiva a tutti dopo la funzione religiosa – racconta la signora Concetta – gli adulti, invece, si sono sempre dati un gran da fare sia per la festa dell’Addolorata (la terza domenica di settembre, ora associata a San Pio), sia per la processione della Madonna di Notte. Ancora oggi arrivano persone da ogni parte dell’isola per seguire questa particolarissima cerimonia del Venerdì santo, durante la quale si ricordano i sette dolori della madre di Gesù. La statua esce dalla chiesa dell’Addolorata il mercoledì, passa dal Majo e viene portata in processione fino alla chiesa di San Gabriele alla Marina. Il venerdì alle tre e mezzo di mattina comincia la processione che tocca tutte le chiese di Casamicciola: la Madonna del Buon Consiglio, Sant’Antonio, l’ospizio, Sant’Anna, Santa Maria Maddalena e, infine, verso le sei, rientra nella cappella dell’Addolorata».

Racconta Ida Trofa: «Fino al 1881 Casamicciola si è identificata col Majo – dal latino ‘major’: che sta sopra. Sorgevano qui due tra i più importanti edifici dell’epoca: la Guardia Nazionale e la chiesa di Santa Maria Maddalena, di cui oggi si possono ancora vedere le mura dietro i giardinetti della piazza, e la congrega, distrutti durante il terremoto del 1883. La decisione di ricostruire il santuario dove è attualmente fu presa poiché la zona si riteneva poco sicura dal punto di vista sismico. Proprio per questo motivo ancora oggi se si scava nei terreni al Majo, si trovano pipe in ceramica, utensili e vasellame rimasti sepolti durante le scosse. Alcune contrade prendono il nome da avvenimenti collegati a queste catastrofi: subito dopo l’alluvione del 1910 ci fu un’epidemia di colera e le persone ammalate venivano chiuse in una grande casa, per cui la zona in cui si trovava è stata denominata via Serrato».

Dopo aver appreso usanze e costumi di un tempo non ci resta che passeggiare nei vicoletti, in un campo appena coltivato, tra i sentieri che dal Celario salgono su fino all’Epomeo. Lungo il percorso ci accompagna Franco Mattera, soprannominato ‘Franc ‘e Curaggio’, tecnico riparatore di elettrodomestici in pensione, volontario del GARFI – associazione di protezione civile e boschiva ischitana – che, di tanto in tanto, accompagna turisti tedeschi in lunghe escursioni nella natura casamicciolese. Si parte dalla zona del Rarone, chiamata così poiché per arrivarvi bisogna salire cinquanta gradoni (in dialetto raroni), larghi due metri e alti 70 centimetri ciascuno, di pietra liscia, levigata e portata in questo luogo nella seconda metà del ‘900 per imbrigliare la montagna ed evitare crolli. Gli enormi massi, trasportati da muli, sono stati posizionati in modo da riuscire anche ad incanalare l’acqua piovana in un piccolo ruscello, senza formare ristagni. La prima parte dell’altura è ricoperta interamente da macchia mediterranea, piccoli arbusti, pini piantati all’inizio secolo scorso per ottenere i pinoli e corbezzoli. Nell’aria c’è un odore forte di rosmarino, che cresce selvatico in tutta la zona e in ogni stagione. Avanzando nel bosco ci si trova circondati da altissimi alberi di castagno, quelli che venivano tagliati in abbondanza per realizzare i sostegni delle viti e che, ancora oggi, qualcuno adopera per questo scopo. Qui e là si possono notare delle grandi buche nel terreno: le fosse della neve. In tutto ce ne sono quattro e servivano ad immagazzinare la neve ed a conservarla fino all’estate, quando si portava alla Marina per fare le granite da vendere ai turisti e per raffreddare le bevande. Le cavità, profonde circa due metri, sono contornate da muri a secco, costruiti per evitare che il terreno assorbisse e il blocco ghiacciato si sciogliesse. Quando nevicava gli uomini si armavano di pale e vanghe e riempivano fino all’orlo ogni buca, ricoprendola poi con delle foglie, creando un freezer naturale. Ogni tanto nel terreno molto friabile si intravedono le tane dei conigli selvatici e le grotte naturali, che un tempo i trasportatori di legname utilizzavano come deposito per il materiale e come giaciglio per la notte. Il panorama da quassù è davvero spettacolare: lo sguardo riesce ad abbracciare le case più vicine, i canneti e i frutteti, il porto con le imbarcazioni e il mare, azzurrissimo. A riportarci alla realtà è il richiamo di una beccaccia, che vola sopra le nostre teste e ci invita a seguirla sulla strada del ritorno…

Dopo una passeggiata tanto intensa quello che ci vuole è sicuramente qualcosa di fresco e, giunti al centro di Piazza Majo, non possiamo che accomodarci al caffè storico, il Bar Monti, che esiste da oltre 30 anni creando un tradizionale punto di ritrovo da tre generazioni. L’ambiente molto accogliente è gestito attualmente da Giusy Monti, nipote della storica fondatrice. Mentre aspetto che la limonata sia pronta noto il banchetto del Superenalotto e Giusy mi racconta che ci sono state di recente diverse vincite di importo notevole, due da circa 1000 euro e una di addirittura 36 mila euro. Un vociare animato proviene dalla stanza accanto: si sta disputando il torneo di briscola. «Tutte le sere gli uomini si riuniscono qui e giocano fino a notte fonda, allenandosi in vista delle finali. Anche i ragazzi giocano spesso, ma a calcetto balilla. Sulle mensole ci sono tutte le targhe e le coppe vinte». Due generazioni che si ritrovano nello stesso posto, tramandandosi svaghi genuini, giocando per il piacere di stare insieme, di raccontarsi le novità del giorno, di confrontarsi coi più esperti imparando trucchetti segreti, scherzando, urlando, arrabbiandosi e calmandosi nel giro di pochi minuti, rinsaldando amicizie storiche e creandone di nuove.

I limoni per la spremuta di Giusy sono stati acquistati dal vicino fruttivendolo Carmine, che li ha raccolti direttamente dagli alberi del suo terreno. Decido, allora, di andare al suo negozio per comprarne un po’. Quello che mi trovo davanti arrivata alla bottega è un’esposizione di frutta e verdura di giornata: friarielli, insalata, zucchine, limoni, arance tarocco nonché noci, noccioline e fichi secchi imbottiti. «Quella dei fichi è una tradizione che ho ereditato da mio padre» racconta Carmine, che ha da poco rilevato l’attività dei genitori facendone un piccolo minimarket, dove è possibile trovare solo prodotti freschissimi e genuini. E mentre riempie la sportina coi limoni, il cui profumo inonda l’ambiente, racconta aneddoti simpatici sul suo paese e sulle usanze dei campi: «Il giorno di san Giovanni, a giugno, si raccoglievano le noci per fare il nocillo, ma solo in quel giorno altrimenti il liquore non veniva bene. Per i fichi imbottiti, invece, i frutti si mettevano a seccare, d’estate, dopo averli lavati con acqua di mare. Bisognava girarli costantemente e stare attenti all’umidità. Quando erano pronti si riempivano con finocchietto ed alloro e venivano conservati fino a Natale».

Adiacente al negozietto del signor Carmine c’è quello della signora Concetta Mazzella che tratta casalinghi, detersivi ed articoli da regalo e, poco distante, un caratteristico negozio di mangimi e prodotti per l’agricoltura che espone, oltre a scope in saggina, sementi, pale e vanghe anche piantine di peperoncino, basilico e insalatine da coltivare in giardino.

Anche un importante laboratorio di ceramiche, Kèramos, gestito da Gaetano de Nigris e Nello Di Leva fin dal 2000, ha la sua collocazione nel borgo. C’è da perdersi tra gli svariati articoli del grande showroom: sacro e profano, antico e moderno, oggettistica e complementi d’arredo. Dall’ultima collezione ai pezzi classici tutto è curato nei minimi dettagli, dal disegno del progetto fino alla pennellata di colore finale. Un lavoro minuzioso che richiede tanta pazienza, inventiva e moltissima esperienza. Gaetano, infatti, è cresciuto nello storico laboratorio di ceramiche Mennella e, da piccolo, pigiava l’argilla dell’Epomeo coi piedi, in un palmento simile a quello usato per la vendemmia, per depurarla da tutte le pietre e i detriti non malleabili. Qui si è specializzato nella tecnica del tornio, del forno, delle smaltature ed è molto veloce ad eseguire tutti i lavori con precisione. Nello, invece, si è accostato a quest’arte all’età di 17 anni, per hobby e ha perfezionato la sua abilità nelle rappresentazioni grafiche su carta e nei dipinti su ceramica. Sua l’idea di accostare alle linee classiche di fruttiere, insalatiere e vassoi da portata con limoni, arance, melograni e uva, ai modelli sacri di statuette votive, mattonelle e pastori, e ai quadretti con paesaggi isolani, le realizzazioni di design come le donne antiche e moderne, i cavallucci, le scarpette col tacco a spillo. Prima di uscire dal laboratorio Kèramos non posso non vedere il tornio, gli stampini per l’argilla, il forno e le maioliche che aspettano solo di essere decorate. Una visita piacevole ed istruttiva che può essere effettuata in qualunque momento da isolani e turisti, senza obbligo di acquisto anche se, data la squisita fattezza di ogni singolo manufatto è quasi impossibile uscire dalla bottega Kèramos a mani vuote.

Ritorno in piazza guardo e sento provenire dalle vicinanze una melodia allegra e ritmata: è Music Store. L’attività è gestita dai fratelli Di Meglio: Nicola e Matteo – che si esibiscono anche in tre band insieme al fratello Tony, che, però, lavora nell’officina da meccanico adiacente (Purple Project è quella commerciale, Start Again è la rock, Black Roses è la blues). Oltre a vendere strumenti musicali professionali e pezzi di ricambio rari che altrimenti si trovano esclusivamente in terraferma, i due fratelli sono specializzati nella preparazione di allievi appassionati di chitarra elettrica e batteria e insegnano queste materie col metodo moderno. Ed è proprio grazie alla presenza di questa attività e alla competenza musicale dei suoi gestori, che Sal Da Vinci, durante un soggiorno sull’isola verde, ha potuto improvvisare un concertino su un tetto proprio a Piazza Majo.

E’ quasi ora di cena e penso che forse potrei mangiare qualcosina nel borgo. Prima, però, desidero visitare il salone del parrucchiere Vito, che diciamocelo sinceramente, qui rappresenta il punto di ritrovo del pubblico femminile… Intanto il profumino delizioso che proviene dalla pizzeria Catarì si spande in tutta la piazza e le persone che escono numerose dal locale, trasportando cartoni su cartoni di pizze e focacce appena sfornate, contribuiscono a farmi confermare la decisione di restare al Majo per cenare. Con mia grande sorpresa appena entro nel locale noto che ad impastare, preparare ed infornare i gustosi dischi di pasta sono due belle ragazze, Antonella e Caterina Rusciano. Hanno ereditato la passione per questo mestiere dalla nonna Catarì, da cui il locale prende il nome e, nonostante la prima sia avvocato e la seconda e architetto, hanno deciso di dedicarsi anima e corpo a questo mestiere. E lo fanno benissimo: sul menù hanno più di cinquanta pizze ed ogni anno ne inseriscono una nuova. Come quella dedicata ai numerosi turisti romani che spesso si fermano nel bel giardino esterno, a godere dell’aria fresca della sera, del profumo di basilico, geranio, kiwi che adorna il pergolato e, soprattutto, della piacevolezza della “gricia”, ispirata alla ricetta dell’amatriciana con mozzarella, crema di pecorino, fettine di pancetta che si abbrustoliscono in forno, diventando croccanti, e pepe. Altro prodotto di punta è la pizza con lardo di Colonnata, una semplice bianca con mozzarella, pepe e fettine di saporitissimo lardo toscano, che si scioglie diventando cremoso per rallegrare pure i palati più sofisticati. Volendo si può gustare anche la classica frittura all’italiana: stuzzicanti arancini, appetitose verdure in pastella, squisiti calzoncini, semplici frittelline di alghe e crocchè, tutto lavorato da loro, dal riso alla purea di patate, con prodotti genuini e freschissimi. E mentre mangio il dolce, anche questo fatto in casa, le ragazze mi raccontano della loro nonna Catarì, diplomata al Conservatorio a Napoli, che spesso, dopo aver infornato decine e decine di dischi di pasta, decideva che non voleva farne più, si sedeva al pianoforte e cominciava a suonare classiche melodie napoletane, mentre il marito l’accompagnava cantando e coinvolgendo, piano piano, tutti i clienti. E fino a qualche anno fa, la presenza di Catarì è stata forte nel locale: puliva la pala, preparava i cartoni per l’asporto e insegnava alle nipoti tutti i trucchi del mestiere: come impastare, la quantità di legna da inserire in forno e le ricette dei gateaux più saporiti. E mentre ripenso all’esperienza vissuta nel villaggio più particolare, per storia e tradizioni, ed al tempo stesso meno conosciuto di tutta l’isola, dopo aver dato una fuggevole sbirciatina all’internet point di Angelo Scotti, ‘Bet e Games’, mi avvio alla macchina con in testa un famoso verso di Carducci e posto (con un po’ di divertito romanticismo) come ‘stato’ su facebook: “Per le vie del borgo, l’anime a rallegrar”.