Wednesday, November 14, 2018

QUINCY JONES: LA LEGGENDA DELLE LEGGENDE

Text_ Emma Santo  Photo_ Dayana Chiocca

DALLA SUA AMICIZIA CON RAY CHARLES E FRANK SINATRA AL SUCCESSO PLANETARIO DI “THRILLER”. OSPITE DELLA SEDICESIMA EDIZIONE DELL’ISCHIA GLOBAL FILM & MUSIC FEST, UNO DEGLI ARTISTI AFROAMERICANI PIÙ INFLUENTI AL MONDO RACCONTA COME È RIUSCITO A DIVENTARE IL NUMERO UNO DELLA MUSICA.

Una vita talmente piena che c’è chi lo ha definito il Forrest Gump della scena musicale. Quincy Jones, “la leggenda delle leggende”, come lo ha battezzato l’amico Tony Renis e come ci ricorda Pascal Vicedomini, è uno dei protagonisti più attesi dell’Ischia Global Fest 2018. In suo onore, una mostra fotografica allestita nel giardino del Regina Isabella, che ripercorre alcuni degli incredibili, inquantificabili incontri ed avvenimenti che lo hanno reso uno degli uomini più celebri al mondo. Guru della black music, produttore discografico tra i più potenti e influenti di tutti i tempi – è conosciuto al grande pubblico per aver prodotto l’album più venduto della storia, Thriller di Michael Jackson, e la canzone-evento We are the world – arrangiatore, compositore di colonne sonore, trombettista, produttore cinematografico e televisivo, direttore d’orchestra, attivista. C’è qualcosa che quest’uomo non ha fatto? Si direbbe di no. Eppure, afferma sornione di non sentirsi una leggenda. “Ho ‘soltanto’ 85 anni – dice – ho smesso di bere due anni fa e mi sento come se fossi agli esordi. Non ho mai fatto nulla se non ne avevo voglia, mai fatto musica per soldi, anche perché rischi di non avere più il controllo di quello che fai, è qualcun altro a decidere per te”.

Tra i pochissimi ad aver vinto la lista completa dei cosiddetti premi ‘EGOT’ (Emmy, Grammy – 27 – Oscar e Tony Award) Quincy Jones snocciola alcuni degli episodi salienti di una vita che immaginava lo avrebbe portato in tutt’altra direzione. Crescere nella Chicago degli anni ‘30 non è stato uno scherzo. Perde la madre, afflitta da problemi psichici, quando ha solo sette anni, mentre il padre lavora per la nota gang del posto, i “Jones Boys”, a detta del magnate dei media persino più potente di Al Capone. Davanti ai suoi giovanissimi occhi passano grosse quantità di banconote, armi, cadaveri. “Allora, sognavo anche io di diventare un gangster, da grande. Credevo che sarebbe stata quella la mia strada – rivela. L’unica cosa di cui avessi paura era che mi potesse capitare un’opportunità incredibile e che non fossi pronto a coglierla”.

Il giorno, anzi la notte della svolta arriva quando, a undici anni, fa irruzione con suo fratello in un’armeria. “Entrammo in tutte le stanze della dirigenza, ce n’era una con un pianoforte al centro. Andai oltre, ma poi mi dissi: ‘Idiota, torna indietro!’. Appena ho iniziato a suonarlo, ogni cellula del mio corpo mi ha sussurrato: ‘Questo è ciò che farai per il resto della tua vita’. L’indomani sono andato a scuola e ho cominciato a studiare tutti gli strumenti possibili, dal trombone alla tromba, alla batteria. È stata la mia salvezza”.

È ancora un adolescente, quando si trasferisce a Seattle con la sua famiglia. Qui, Jones conosce Ray Charles, un incontro che cambierà il suo destino. Il pioniere della musica soul è già un mito agli occhi del quattordicenne, sebbene sia più grande di lui di soli tre anni. “Io vivevo ancora con mio padre e la mia matrigna, mentre Ray abitava già in un appartamento suo, aveva due fidanzate, un bel completo, persino due paia di scarpe! Era qualcuno da prendere a modello”.

Gli esordi di Q – come lo chiamano gli amici – affondano nell’età d’oro del jazz. A cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60, vanta collaborazioni con quasi tutto il gotha della musica afroamericana, da Ray Charles a Lionel Hampton, Count Basie, Sarah Vaughan, Betty Carter, Dinah Washington, Dizzy Gillespie, Miles Davis, nonché una discreta parte di quella bianca, tra cui Frank Sinatra, Barbra Streisand e Tony Bennet. Di Sinatra, Jones porta ancora al dito l’anello che il leggendario cantante ha indossato per quarant’anni. “Era capace di scolarsi sette Jack Daniel’s doppi in un’ora – racconta – e fumare dai tre ai cinque pacchetti di sigarette al giorno; ciononostante, è arrivato a compiere 83 anni. Tanta gente che fa lo stesso non ci riesce. Ma sappiamo di chi stiamo parlando”.

Nel 1964, il regista Sidney Lumet gli chiede di scrivere la colonna sonora per il suo film L’uomo del banco dei pegni. “All’epoca, nessun afroamericano aveva mai composto musica per il cinema. Sono stato il primo, lo sono stato in molte cose”. Si dice fortunato ad aver incontrato maestri assoluti come Ennio Morricone, Armando Trovajoli, Piero Piccioni, Nino Rota, Romano Mussolini. “I compositori e musicisti italiani mi hanno insegnato tanto: grazie a loro, siamo riusciti a cambiare le cose”.

Nel 1978, Quincy Jones incontra Michael Jackson sul set del film The Wiz. Il re del pop gli chiede di produrre il suo primo album da solista per la Epic Records. Il risultato è Off The Wall, che raggiunge i 30 milioni di copie vendute, facendo di Jones il più potente produttore discografico dell’industria musicale. Il 30 novembre del 1982 sarebbe uscito Thriller, il disco dei record, con 110 milioni di copie vendute. “Non si possono realizzare album come questi se non c’è rispetto, amore e fiducia reciproca – chiosa il produttore.  Quando lavori con musicisti come Ray Charles, Frank Sinatra, Michael Jackson, gli chiedi di fare un salto nel buio, loro si devono fidare e tu devi sapere quello che stai facendo. Oggi, con questi strumenti elettronici è tutta una questione di bit, di ritmo, si produce tanto rumore, non è più la musica di una volta. Ci vogliono le belle canzoni. Una bella canzone può fare di un cantante mediocre una grande star, mentre non succederà mai il contrario. Con Michael Jackson ne abbiamo scritte centinaia, prima di trovare quelle giuste che potessero arrivare al cuore del pubblico. Ecco perché ai giovani dico che non si deve mai smettere di studiare. Bisogna imparare la grammatica della musica. Certo, è anche una questione di cuore, di talento, di creatività, ma se non conosci le regole non puoi infrangerle”. Nel giardino dell’Albero della Regina Isabella, chi è accorso all’incontro con la leggenda Quincy Jones pende dalle sue labbra prodighe di aneddoti. Alle sue spalle, una foto di Nelson Mandela. Il genio della musica si volta a guardarla. Qualche giorno prima, il mondo intero ha ricordato il premio Nobel per la pace, simbolo della lotta contro l’apartheid, nel centenario della sua nascita. “È il più grande essere umano che sia mai esistito – dichiara Jones. Qui eravamo insieme a tanti ragazzi che provenivano da realtà difficili e che grazie all’arte hanno trovato il loro riscatto. Quando Mandela andò via, avevano tuti le lacrime agli occhi. Ecco, questo è un tipo di lavoro che abbiamo fatto e che bisogna continuare a fare”.

Di fermarsi o rallentare, Q non ci pensa proprio. Tra i progetti futuri, c’è il documentario ‘American film: the black experience’, sulla storia del cinema Usa visto dalla parte degli afroamericani (“Fino a qualche anno fa, per noi essere bravi non era abbastanza”), che realizzerà con Cheryl Boone Isaacs, produttrice, ex presidentessa dell’Academy of Motion Picture Arts and Sciences e chairperson della 16esima edizione del Global Fest.

Insignito del William Walton Music Legend Award, Quincy Jones confessa che il prestigioso cavalluccio marino ricevuto a Ischia gli fa bene al cuore e all’anima. “Sono molto legato all’Italia. Ricordo quando abbiamo lavorato per preparare la consegna dell’Oscar a Ennio Morricone, scandaloso che non ne avesse ancora vinto uno, dopo 480 film! Piansi insieme a lui”. Seduto accanto a Jones, c’è un altro suo caro amico italiano, Tony Renis. Il magnate della musica lo chiama da sempre “Fico”. “È un ragazzaccio che mi ha insegnato tante cose”.