Thursday, September 19, 2019

SE NON POSSIAMO PIU’ DIRCI CRISTIANI

NON CONDIVIDIAMO L’USO STRUMENTALE DEI SENTIMENTI RELIGIOSI E L’OSTENTAZIONE IMPROPRIA DEI SIMBOLI DI FEDE (CROCEFISSO IN TESTA). PERCIÒ ABBIAMO DEDICATO LA NOSTRA COPERTINA AD UNA PREGHIERA LAICA: ABBIATE RISPETTO.

Text_ Lello Montuori  Photo_ Riccardo Sepe Visconti, Google

Quando Benedetto Croce nel 1942 scrisse il saggio – divenuto poi assai celebre – dal titolo “Perché non possiamo non dirci cristiani” era “profondamente convinto e persuaso che il pensiero e la civiltà moderna fossero cristiani, prosecuzione dell’impulso dato da Gesù e da Paolo”.

Risalendo alla genesi dell’opera, l’autore chiese all’amica Maria Curtopassi, che gli aveva regalato un’edizione del Nuovo Testamento dando origine alla sua riflessione, se non sentisse anch’ella “che nella terribile guerra mondiale ciò che è in contrasto, è una concezione ancora cristiana della vita, con un’altra che potrebbe risalire all’età precristiana, e anzi pre-ellenica e pre-orientale, e riattaccare a quella anteriore alla civiltà, la barbarica violenza dell’orda”.

È proprio facendo appello alla storia – secondo il filosofo – che non si poteva non riconoscersi e dirsi cristiani. Ed è ancora facendo appello alla storia che possiamo ammettere con lui che il Cristianesimo sia stata la più grande rivoluzione che l’umanità abbia mai davvero compiuta. Perché a differenza di tutte le altre “essa operò nel centro dell’anima e della coscienza morale e la sua legge anzi attinse unicamente dalla voce interiore”. Verrebbe da chiedersi cosa sia rimasto di quel senso di appartenenza alla civiltà umana permeata di cristianesimo, almeno nella sua dimensione occidentale, di fronte al surreale dibattito di oggi, sulle nostre radici cristiane e sulla necessità di preservarle.

Se sia più cristiana la devozione esibita dal ministro dell’Interno con i baci in diretta tv del crocifisso nel dibattito pre e post elezioni, la corona del rosario appesa al collo di una giornalista mentre legge il TG nazionale, la ricollocazione disposta attraverso circolari dei crocifissi nei pubblici uffici, oppure quel senso di smarrimento di molti credenti rispetto ai temi dell’intolleranza, del rifiuto dei migranti, di chi ha un diverso orientamento sessuale, di chi appartiene ad un’altra cultura, religione, nazionalità, pur facendo parte della stessa famiglia umana.

Se cioè il nostro dirci cristiani ancora oggi non significhi piuttosto interrogarsi sulle ragioni della crisi della civiltà dell’accoglienza e della solidarietà, anziché riaffermare l’identità di una cultura e di un senso religioso dell’esistenza  che davvero abbiamo smarrito da molto tempo.

Se non ci sia qualcosa di pagano ed anzi apotropaico nel modo in cui pubblicamente si baciano crocifissi e si esibiscono coroncine del rosario, quando la quotidianità appare assai lontana da quel modello di civiltà dell’amore cui intendono esortare i vangeli di Gesù.

Se possiamo, in altre parole, ancora dirci cristiani di fronte a forme di devozione che appaiono solo proclamate come patrimonio identitario e si rivelano poi lontanissime dalla pratica cristiana che è fatta di silenzio, di incontri a volte sofferti, nell’intimo della propria coscienza, con quella voce che invita a fuggire il male, seguire il bene, sentire gli altri come fratelli e il prossimo come un’occasione per servire.

Senza per questo rinunciare ai segni esteriori dell’appartenenza ad una civiltà permeata di cultura e identità, in nome di un falso concetto di laicità da alcuni preteso ed anzi brandito come clava. In questo contesto, la questione della presenza del Crocifisso, nelle scuole come negli edifici pubblici, meriterebbe di essere inserita in un quadro di analisi e riflessione assai diverso.

Le radici cristiane della civiltà occidentale, almeno a partire dal tramonto della civiltà classica se essa può dirsi mai davvero tramontata, sono un fatto storico e il Cristianesimo ha pervaso del suo spirito e della sua visione del mondo, nel corso dei secoli, Stati, Istituzioni, Scuole, Università, centri di formazione e di studio, in una forma tale che, anche in una società profondamente laica o secolarizzata quale quella in cui viviamo, nessuno potrà mai validamente negare il suo straordinario apporto alla cultura e alla civiltà, come si è realizzata nell’umano divenire in questa parte di mondo.

Per un non credente o per il credente di un’altra confessione religiosa, un crocifisso in un’aula pubblica, di Tribunale come a Scuola, non è l’atto prepotente di una maggioranza assai arrogante, ma il segno che viviamo in un paese che è stato per molto tempo profondamente permeato – almeno nella sua storia – di cultura integralmente umanistica e quindi cristiana.

Lo stesso principio vale più o meno per le feste religiose, dal Natale alla Pasqua, dall’Immacolata a quella del Patrono, adottate dal Calendario delle ricorrenze pubbliche che giustificano la chiusura – in quei giorni – degli uffici pubblici e delle Scuole di ogni ordine e grado, senza che nessuno viva queste chiusure come interruzione di un pubblico servizio, visto che viviamo in Europa e non nella Cina popolare o in Arabia Saudita.

Vale più o meno lo stesso per il Presepe.

Sono certo che a nessuno verrebbe mai in mente di rimuovere, dalle pareti con seta damascata, i quadri con soggetti religiosi che abbelliscono gli uffici di Ambasciate e Prefetture,  le splendide sale di Montecitorio, di Palazzo Madama e del Quirinale. Si tratta di opere d’arte che manifestano il genio di chi ce le ha lasciate e testimoniano l’altissimo livello di cultura e civiltà cui è pervenuta nel corso dei secoli, la nostra comunità nazionale. Un presepe, anche per uno non crede in Gesù Cristo, resta un simbolo.

Dei valori della nostra civiltà. Anche di quelli che forse abbiamo smarrito. Umiltà, solidarietà, pace, fratellanza, accoglienza, attenzione a chi non ha, sovvertimento dell’idea che conti solo chi ha il potere. Ma anche multiculturalismo, ospitalità, confronto e commistione di diversi.

Non c’è quadro, arazzo, scultura o opera d’arte che, per un’idea sbagliata di rispetto e integrazione,  non possa essere lasciata dove sta. Perché non è una rappresentazione che si impone. Ma diventa un invito a riflettere sull’uomo, recuperando il senso di un’umanità più autentica, non necessariamente religiosa, solo più attenta ai bisogni degli altri. Il prossimo vicino.

Ma non c’è neanche – a volerla dire tutta – nessuna guerra in corso.

Nessuna identità o patrimonio di valori cui arroccarsi. O da difendere ad ogni costo.

Se non quelli autenticamente cristiani e quindi occidentali del pluralismo, dell’accoglienza, del multiculturalismo, della solidarietà e del confronto aperto con tutti.

Ciò che è rimasto di autenticamente cristiano nelle nostre radici, difese con la parola e con le opere, da un coraggioso testimone del Vangelo di Cristo nel nostro tempo, l’amato e assai avversato Papa Francesco. Un uomo che, al suo apparire sul soglio di San Pietro, ha generato una recrudescenza di tendenze reazionarie preconciliari ed antistoriche che pensavamo di aver consegnato ad altre epoche e che invece ancora si annidano non solo nelle sagrestie inquietanti della Chiesa universale, ma anche nella società secolarizzata, propugnando una visione della fede che appare come una guerra continua ai nemici inventati di volta in , che pericolosamente la minacciano. Non l’egoismo, non la cupidigia, non lo spreco di risorse da parte di pochi a danno di molti, ma la presunta perdita del senso del sacro. Perché il Papa pretende coerenza dell’agire e non vede di buon occhio tabernacoli, incensi, mozzette, sottane paonazze, fusciacche ed ostensori. Come se l’essere cristiani si risolvesse nei riti millenari della Chiesa. O in una liturgia fatta di simboli che da soli sembrerebbero dare ancora un senso al dirsi e sentirsi cristiani.

ICITY54