Sunday, February 17, 2019

SILVANA GIACOBINI

Interview_ Riccardo Sepe Visconti  Photo_ Dayana Chiocca

Silvana Giacobini è un mito del giornalismo. Contrariamente, infatti, a ciò che accade di solito in Italia alle donne, ha fatto numeri importantissimi, con esperienze molto intense, da direttrice di Gioia e poi ideando e guidando le testate Chi e Diva e Donna, per le quali ha incontrato celebrità mondiali come George Clooney, Diana d’Inghilterra, Gianni Versace, Elisabeth Taylor, Hillary Clinton. Inventando una forma di giornalismo leggero, rosa, che ha voluto sempre corretto nello stile, un “gossip morbido, in cui far parlare direttamente i protagonisti”, per quanto a lei la parola gossip proprio non piaccia. E’ anche opinionista televisiva e autrice di libri di successo, alcuni diventati sceneggiature di successo. Sua ultima fatica Albertone, presentato a Ischia per la rassegna Libri d’A…Mare, curata da Enzo D’Elia, e dedicato ad Alberto Sordi, uno degli attori simbolo del cinema del nostro Paese, in particolare di quel genere chiamato commedia all’italiana che ha avuto in lui un protagonista indiscusso.

Cosa significa in un campo come quello del giornalismo dominato dagli uomini essere una donna di successo?

Avevo iniziato come collaboratrice per diverse testate, poi giornalista e infine direttore di Eva Express, un giornale che stava andando male e l’editore Rusconi me lo affidò per cercare di risollevarlo. E la cosa funzionò, le copie vendute aumentarono anche se feci delle scelte che non sempre incontravano i suoi gusti. Ricordo una sera che mi chiamò per dirmi “Questo è il più brutto giornale che abbia mai visto!” E parole così pronunciate da Emilio Rusconi furono difficili da ascoltare. Ma riuscii a trovare il fiato per rispondergli “Vediamo quanto vende…”. Una risposta non consueta anche se corretta nell’ambito editoriale – nel senso che quello che conta non è il bello o il brutto, ma ciò che funziona. E fra l’altro il numero in questione ebbe successo e lui quella cosa non me l’ha detta mai più, finché si è lavorato insieme. I giornali sono espressione di certe idee, di un credo ideologico, ma sono anche realtà industriali e il numero rosso a fine anno fa paura. Uscendo di metafora si devono ottenere dei guadagni, in fondo è la stessa cosa che accade con il cinema: un film anche bellissimo che non viene accolto bene nelle sale vanifica il lavoro di tutti, a partire dal produttore, come emerge bene anche nella storia di Alberto Sordi.

Cosa vuol dire fare giornalismo e dover avere questa visione strabica, un occhio ai numeri ed uno alla qualità?

E’ la difficoltà più grande che può incontrare un direttore che, fra l’altro, almeno ai miei tempi poteva essere rimosso dalla sera alla mattina, mentre i redattori sono più tutelati. Quindi è una sfida per direttore ed editore riuscire a coniugare questi due aspetti in un giornale. La mia fortuna è stata di essere in grande sintonia con il pubblico, ero sempre anche una lettrice e sapevo quello che poteva interessare. Bisognava camminare vicini e paralleli, questa era la formula giusta: quando dirigevo Gioia non mi occupavo direttamente di battaglie femministe, ma ero dalla parte delle donne e questo ha funzionato. In più avevo delle idee glamour e cercavo di divertire chi ci leggeva.

Come si estrinsecava il tuo senso di responsabilità verso i lettori?

In primo luogo ho sempre lavorato moltissimo, e questo mi rendeva molto vicina ai miei redattori, condividere la fatica del lavoro ti permette di rispettarlo, di essere in linea con la mentalità di chi ti circonda e aiuta a formare uno spirito di squadra. Detto così può sembrare un po’ retorico ma la squadra si fa standoci dentro, agendo e questo ti fa guadagnare consenso nella redazione, che si esplica nella visione che hai del lavoro. Io questa visione di ciò che andava fatto ce l’ho sempre avuta e i numeri mi davano ragione.

Cosa ti chiedevano i lettori?

Di essere informati in modo veritiero, la finzione e la ‘disinformatia’, vale a dire usare un po’ di vero e molto di falso, con un risultato che diventa convincente, sono sempre esistite. Ma per me non va bene! Se è possibile bisogna battersi per la verità. Quindi, un giornalista quando ti intervista ti deve fare le domande che poi riporta sul giornale, deve riferire le tue risposte, non deve tagliare i concetti. E in questo senso uno dei mezzi più insidiosi è proprio il video.

Quale fra le tante esperienze che hai avuto consideri la più difficile?

Direi tutte. Ho diretto Eva Express, ed è stata un’esperienza molto impegnativa, perché era una palestra in cui entravo per la prima volta; sono stata direttore editoriale di Gioia, un femminile, poi ho fondato e diretto per 10 anni Chi, ho fondato e diretto per 5 anni Diva e Donna. Alla fine di questo quinquennio mi sono ritrovata addosso un bozzo di ciccia che ho ribattezzato Diva e Donna, causato dalla stanzialità cui mi ha costretto il lavoro per quella testata (intendiamoci, poi la ciccia l’ho persa!). Fondare Chi fu una grande scommessa. In realtà il nome completo era “Chi di noi”, perché si faceva riferimento ad una testata già esistente, Noi, che Mondadori voleva chiudere; non potendo per ragioni sindacali incaricò me di tirare fuori un giornale completamente diverso da Noi con la medesima redazione! Ho avuto la fortuna di essere affiancata da alcune persone che mi hanno seguito ed è andata non bene, benissimo, gli ho lasciato una cassaforte. Però dentro c’è tanto lavoro, mio e di chi ha lavorato insieme a me.

Qual era la tua formula per vincere?

In quel periodo si trattava di un’idea nuova, cioè non fare gossip – anche se tutti mi hanno definita la regina del gossip – ma cronaca rosa. Tuttavia, la redazione di Noi lavorava sulla cronaca, spesso nera, e si è ritrovata a dover spostare l’asse sulla “rosa”, cioè intervistare personaggi molto famosi che per la prima volta si raccontavano in maniera seria. Chiedevo, infatti, che si riportasse fedelmente ciò che dicevano – peraltro con qualche eccezione. Ci sono stati, infatti, ma non farò mai i nomi, giornalisti che inventavano domande e risposte, e io dovevo poi sentirmi le proteste di personaggi imbufaliti per vedersi attribuite dichiarazioni mai fatte. A questi giornalisti dicevo “Non essere creativo!”, una bella formula che mi ero inventata per non essere offensiva e salvare il rapporto anche dal punto di vista sindacale.

Questa intervista la stiamo realizzando all’Albergo della Regina Isabella ideato dal nulla da Rizzoli, grandissimo imprenditore dell’editoria, del giornalismo e del cinema. Questo luogo è stato e lo è nuovamente grazie a Pascal Vicedomini con il suo Global Film & Music Fest, un crocevia in cui si incontrano personaggi da tutto il mondo e si parla di cinema ad alto livello.

Mi piace il Regina Isabella, per la sua atmosfera, mi ricorda Rizzoli, che è stato la fortuna di Lacco Ameno, cui ha dato un volto moderno. Ebbi la possibilità di conoscerlo, poi lo incontrai di nuovo dopo un anno e si ricordava ancora di che segno zodiacale (Ndr. Pesci) sono!

Noi con te parleremo di Alberto Sordi, attore che ha incarnato più di tutti attraverso i suoi infiniti personaggi il carattere degli italiani, dai suoi aspetti più detestabili a quelli più fascinosi, come racconti bene nel tuo libro. E tu sei persona informata dei fatti, la tua biografia, infatti, è piena zeppa di aneddoti e racconti sulla vita di Sordi.

Sarò di parte, ma credo che sia stato un grandissimo uomo di cinema, ancor più di quanto riusciamo a percepire come spettatori. Con la sua galleria di personaggi ha creato sul grande schermo un marchio Sordi, ossia “l’italiano medio”, con i suoi tic, difetti e anche qualche pregio. Ma è stato anche un autore, un regista, anche se di minor calibro in confronto ai livelli raggiunti come attore. Ha iniziato a 16 anni a combattere con i genitori che volevano per lui una vita più tranquilla di quella da attore, un percorso aleatorio in cui solo pochissimi riescono davvero. Ma il giovanissimo Alberto li convinse e avendo ricevuto da loro qualche soldo si è spostato – era il 1936 – a Milano dove ha iniziato con l’avanspettacolo, minimo, povero. Mussolini aveva investito molto per convertire le sale da avanspettacolo in cinema, conservando però la possibilità di fare anche spettacoli dal vivo, per i quali Sordi veniva scritturato. Si mantenne facendo anche l’elettricista, studiò pure dizione e questa fu la sua dannazione perché ci teneva a rimanere romano tanto che si dice che fra gli attori è il più romano degli italiani e il più italiano dei romani. E c’è il famoso episodio sul fatto che non riuscisse a pronunciare correttamente la doppia erre e dicesse guera invece di guerra e quando l’insegnante di dizione gli disse “Non riuscirai mai a essere un attore”, le rispose: “Quando dico guerra me se strigne ‘a gola!”.

Grande amatore Sordi, e tu nel parlare delle sue tante passioni e flirt (ma si parla di un solo amore che ammise solo in vecchiaia), ti soffermi su Monica Vitti dandole uno spazio particolare, si capisce che per lei hai un’ammirazione particolare. La vedi come una persona di cui Sordi non si è innamorato fisicamente ma idealmente sì, una delle compagne di scena che gli ha saputo maggiormente tener testa, più complice.

Il talento della Vitti è speculare a quello di Sordi, insieme diventano uno strumento polifonico in mano al regista. Insieme furono una coppia straordinaria. Lei ha iniziato come attrice drammatica; poi però è diventata anche brillante e addirittura comica, dimostrando un talento naturale straordinario, affinato da un’intelligenza interpretativa che va riconosciuta a Monica Vitti, una delle più grandi attrici italiane. Anche come bellezza era unica, non aveva il volto classico della bellona, e soprattutto non fondava il suo successo su un’immagine di donna di quel tipo anche se fu scelta per incarnare Modesty Blaise un’eroina dei fumetti, personaggio molto attraente, un sex simbol.

Torniamo a Sordi. A proposito de La grande guerra in cui recita insieme a un altro mostro sacro del cinema italiano Vittorio Gassman, citi lo scrittore Giuseppe Marotta che in una recensione stronca Gassman ed esalta Sordi motivando così la sua posizione: Gassman si ama troppo, Sordi ha la capacità di non amarsi mentre recita. Questa riflessione è un compendio di ciò che è un grande attore, che rinuncia ad amare se stesso per amare il personaggio che interpreta e quindi il pubblico?

Alberto prima di diventare Alberto Sordi ha subito tante umiliazioni, per esempio la società distributrice pretese di togliere dalla locandina de I vitelloni di Federico Fellini il suo nome, con il timore che risultasse troppo sgradevole per il pubblico, danneggiando così la pellicola. Il fatto è che si tendeva a sovrapporre Sordi ai suoi personaggi e lui ne ha interpretati di terribili, alcuni grotteschi ma perdonabili, per esempio il nobile spiantato che fa indossare al suo domestico un collare da cane in Arrivano i dollari, ma il peggiore forse è stato il venditore di bambini ne Il giudizio universale, in cui interpretava una figura davvero orrenda.

Sono davvero tantissimi e di volta in volta è riuscito ad essere drammatico, grottesco, divertente, bizzarro… Ma ce ne uno che ha colpito di più Silvana Giacobini?

In effetti, sono “quasi 150 i suoi film” fra interpretati e diretti – come ha detto lui stesso. Ne I vitelloni – storia di un gruppo di giovani in cerca di divertimenti anche inutili, oggi diremmo dei fancazzari – durante una festa in maschera a Rimini Sordi si veste da donna, con il rossetto e la parrucca, e si ubriaca… Trascorrono le ore, e lo ritroviamo appoggiato a una balaustra, senza parrucca e con il rossetto sbavato, rincitrullito dall’alcool ma anche dalla consapevolezza della sua vita, e in quella scena sul volto dell’attore passa tutto: la grandezza di Fellini che gli chiede di girarla così e la sua nel portare in emersione attraverso la mimica facciale la consapevolezza dell’inutile, dell’essere che sa di aver fallito fino a quel momento e che non ha la forza di riscattarsi. Forse la troverà questa forza, quando vedrà la sorella fuggire con un uomo sposato, portando lo scandalo nella sua famiglia. E tutto è raccontato quasi senza parlare: ecco, per me quello è un Sordi davvero grande.

Racconti anche un altro fatto molto divertente. Grande corteggiatore, quando ti conosce, Sordi si mette fuori alla porta della tua stanza e chiama a gran voce “Silvana! Silvana!” con ‘idee predatorie’…. Ma tu quella porta non la apri…

Ho raccontato nel libro questo episodio per far capire come si comportava con le donne. Eravamo a Spoleto, con un gruppo di addetti ai lavori, non ero ancora giornalista, cominciavo a lavorare con Lello Bersani nella presentazione degli attori durante i festival cinematografici. E fummo invitati in una bellissima villa per presentare Sordi e la Vitti, però nel loro privato, sicuri che non ci fossero giornalisti. E lì ebbi modo di sentire Sordi parlare in totale libertà, lui che consideravo un personaggio straordinario, Monica Vitti raccontò delle barzellette e capii la sua intelligenza. Poi ci ritirammo e, durante la notte, arrivò la bussata e il vocione di Sordi che mi chiamava, voleva parlare a quell’ora… Ma io finsi un sonno pesantissimo.

Sicuro solo parlare?!… Racconti peraltro che il giorno successivo si comportò da gentiluomo…

Infatti, fu cortesissimo, colpito – credo – anche dal fatto che non aveva pescato la preda di turno. Lui era amante delle donne, e lo dice con chiarezza, era sempre fidanzato, fidanzatissimo, questo me lo raccontò Enrico Vanzina nell’intervista che gli ho fatto. Tieni conto che lui e il fratello Carlo, appena scomparso, lo conoscevano fin da bambini e lo chiamavano zio. Però la passione per il gentil sesso di Sordi si fermava sempre alla soglia del matrimonio, un passo che non ha mai fatto, dato che considerava le mogli la peste assoluta – come racconto nel libro.