Wednesday, September 18, 2019

STEFANO CONSIGLIO L’ALGORITMO DELLA “CRESCITA DAL BASSO”

Interview_ Silvia Buchner

Docente di organizzazione aziendale e direttore del dipartimento di scienze sociali dell’Università Federico II a Napoli, Stefano Consiglio studia da vicino (e da tempo) il fenomeno del recupero attraverso l’iniziativa spontanea dei cittadini di realtà (edifici, monumenti, giardini, ecc.) che le istituzioni non riescono più a gestire. Per dare loro una nuova vita che, spesso, significa immissione nel circuito turistico, contribuendo ad arricchire l’offerta del territorio su cui operano, oltre che a restituire dignità a parti della città e, di conseguenza, a chi in quei luoghi vive. Un esempio su tutti, ma non è assolutamente isolato è il brillante recupero delle Catacombe di S. Gennaro alla Sanità. Con il professor Consiglio abbiamo parlato del grande valore potenziale di questa tendenza ma anche delle difficoltà che deve affrontare chi sceglie questa strada, e che vanno risolte per assicurarsi la continuità e, quindi, il successo.

Lei studia il fenomeno del risorgimento del rione Sanità e le molteplici ricadute che ha dal punto di vista sociale ed economico sul quartiere. Cosa c’è dietro il successo delle catacombe di S. Gennaro e la rinascita del rione Sanità?

Il dibattito sul patrimonio culturale abbandonato e il modo migliore di valorizzarlo ruotava attorno al dilemma pubblico-privato: meglio mantenere un sistema incentrato sul MIBAC, il ministero per i Beni Culturali, oppure aprirsi – come auspicato da altri – ai privati? E in una città come Napoli, in particolare, dove ci sono tantissimi luoghi che continuano a rimanere inaccessibili o comunque poco visitati, si tratta di una questione importante. A fronte di questo dibattito, osservavamo la nascita di iniziative concrete, sorte dal basso, a opera di persone prevalentemente giovani, spesso attrezzate in termini di competenze, le quali, piuttosto che limitarsi a lamentare una condizione di degrado, provavano a dare vita a questi siti chiusi. In principio, cercando di averne l’accesso, pulendoli, organizzando aperture straordinarie. Questo tipo di iniziative le abbiamo osservate, studiate e sono protagoniste del libro Sud Innovation in cui raccontiamo la storia di alcune di esse, a Napoli e in altre località del Meridione. Qui abbiamo scelto la cooperativa La Paranza che era riuscita a prendere in gestione le catacombe di S. Gennaro, grazie ad un accordo fra il Vaticano e la Curia, che aveva a sua volta affidato il sito alla cooperativa e poi il centro studi interdisciplinari Gaiola onlus, che opera presso l’area marina protetta della Gaiola, e che grazie a una convenzione con la Soprintendenza è riuscito ad avviare un’azione di tutela, manutenzione ordinaria, laboratori didattici, che hanno consentito la fruizione di un’area prima totalmente abbandonata – nonostante fosse dichiarata area marina protetta. Successivamente, per quanto riguarda la sola Napoli, abbiamo effettuato un censimento che ha portato alla individuazione di circa 60 realtà, di cui 48 nate negli ultimi anni, la cui attività presenta tre caratteristiche: 1. ha consentito di riaprire siti prima chiusi o poco valorizzati; 2. garantisce una fruizione pubblica; 3. cerca di individuare un modello di sostenibilità economica, realizzano cioè fruizione e valorizzazione attraverso meccanismi di autosostenibilità. L’obiettivo deve essere garantire la copertura dei costi del personale, perché se ci si affida unicamente al volontariato è difficile che tali iniziative possano avere una continuità nel tempo. Il volontariato può essere una leva importante, ma occorre riuscire a retribuire chi porta avanti queste iniziative, diversamente finiranno per esaurirsi.

Quali caratteristiche hanno questo tipo di interventi?

Sono iniziative che non si limitano al solo discorso turistico, coinvolgono cittadini e persone appassionate alla storia e ai monumenti di una certa zona. Scatta la molla del riscatto civico, la gente si sente fiera del luogo in cui abita, e questo vale sicuramente per la Sanità ma anche per zone come i Vergini, borgo Orefici, S. Caterina a Formiello, porta Capuana, ecc. Ci sono infatti diversi poli in cui questo fattore del riscatto si sta innescando o lo ha già fatto. Inoltre, la valorizzazione del sito culturale o ambientale viene declinata anche in ottica sociale, accanto ai luoghi musealizzati, infatti, ce ne sono altri che vengono salvati dall’abbandono aprendoli ai cittadini e alla comunità, organizzandovi concerti, eventi culturali, attività sportive, ma pure ambulatori, doposcuola, scuole di musica, incubatori per iniziative artigianali le quali sono difficili da praticare nei centri delle città per i costi degli affitti, e vengono quindi ospitate in queste realtà. E’ emblematico il caso dell’ex impianto enologico Ex Fadda a S. Vito dei Normanni in Puglia, peraltro in una zona non interessata, quando l’iniziativa è partita, da flussi turistici. Lì, a fronte di un progetto calato dall’alto che puntava alla valorizzazione degli enormi spazi di questa azienda dismessa per cui il sito era stato affidato ad una società che aveva vinto un bando, i vincitori come primo passo hanno voluto capire il territorio cosa intendesse fare di quel luogo, che bisogni e idee c’erano. E sono emerse tante proposte, dai ragazzi che volevano aprire una falegnameria a chi puntava invece su una palestra: al momento ci sono 30 realtà insediate negli spazi Ex Fadda, dagli artigiani del posto agli sviluppatori di app, dai ragazzini che fanno parkour ad attori e musicisti, ecc. Insomma, la progettualità è venuta fuori dalla comunità stessa, mettendo in luce esigenze che spesso non trovano attuazione perché mancano gli spazi, e d’altra parte il Comune possedeva spazi che non sapeva come gestire. Con un modello come quello applicato in Puglia si riempiono luoghi vuoti di contenuti soddisfacendo un bisogno del territorio. E questo può addirittura diventare un attrattore per il turista, che è incuriosito e si sente parte della comunità quando va, per esempio, a cenare nel ristorante sociale all’interno di ExFadda.

E’ un modello replicabile? E ha senso parlare di replicabilità, posto che le iniziative di successo sembrano quelle che hanno lavorato sulle peculiarità e sulla personalizzazione?

C’è almeno un centinaio di casi di realtà di recupero dal basso nel sud Italia, quindi, più che parlare di modello replicabile, parlerei di modello che sta emergendo. E che funziona se c’è la capacità di trasformare l’iniziale attivismo di protesta contro la chiusura o mancata manutenzione del bene in proposta costruttiva. Serve quindi una comunità che manifesti questa capacità progettuale, di prendersi cura, servono persone appassionate, che soffrono nel vedere abbandonata la ricchezza costituita dal patrimonio culturale. Uno dei ruoli che noi come Università abbiamo è di far parlare fra di loro queste realtà che, per natura, sono molto focalizzate sul proprio progetto e che però presentano più o meno le stesse problematiche, quindi farli interagire può aiutarli ad affrontarle.

Veniamo allora ai punti di debolezza che avete individuato.

In primo luogo il modello di affidamento dei beni: è il caso del rinnovo dell’affidamento delle Catacombe di S. Gennaro alla cooperativa La Paranza da parte del Vaticano, ma problemi simili li presentano tante realtà che gestiscono edifici di proprietà del Comune, a Napoli peraltro ben disposto a supportare questo trend. Tuttavia, accade che quando si riesce, per esempio, a valorizzare una chiesa, magari con i suoi sotterranei, e quindi a ricavare anche un guadagno con le visite guidate, la Corte dei Conti chiede al Comune di attivarsi per ottenere una quota dei proventi, per riscuotere tasse, ecc. E i dirigenti responsabili non possono non porsi questo tipo di questioni, che creano quindi una serie di problematicità, su cui la normativa inizia a dare delle risposte ed anche il Ministero se ne sta occupando. Poi si deve tenere sempre presente la questione della sostenibilità: si tratta di realtà che non chiedono sussidi e danno un grande contributo al territorio, per cui andrebbe pensato un meccanismo non di assistenza ma di riconoscimento del lavoro che fanno. Se la politica volesse impegnarsi su questo, nel rispetto delle norme, le soluzioni si troverebbero sicuramente.

Parliamo nello specifico delle peculiarità che avete individuato al rione Sanità.

I processi di rigenerazione urbana coniugano quasi sempre cultura, un aspetto di attenzione al sociale e capacità imprenditiva. Sono 3 elementi che ritroviamo con costanza. Sono 3 elementi fondamentali: si parte dal senso di appartenenza, per esempio alla Sanità, è vero che il rione ha un passato significativo e una cattiva fama, ma è anche altro e vuole mostrare un volto differente. Lo provano le recensioni su Tripadvisor dei visitatori che hanno scelto il tour delle Catacombe e del Miglio Sacro: ancor più che alle catacombe in sé sono consensi dati alla meraviglia del racconto dei ragazzi che fanno da guida, più che le pietre che hanno visto ciò che li ha colpiti sono le storie che vengono raccontate e quindi le persone che realizzano il racconto. Il lavoro che quelle persone hanno ottenuto valorizzando e promuovendo la bellezza e la storia del loro quartiere gli consente di avere un guadagno, e quindi di accrescere la propria dignità, ma fare tutto ciò per il luogo in cui sono nati dà una spinta motivazionale in più, fortissima, che va al di là del denaro che ricevono ed è un significativo acceleratore. Ciò non significa aver risolto i problemi della zona, ma la loro azione è riconosciuta da tutti i commercianti, che vedono in questa attività centrata sulla cultura e sulla bellezza vantaggi che ricadono su tutto il quartiere. E, infatti, quando sono sorti problemi per il rinnovo dell’affidamento delle Catacombe si sono schierati in massa al fianco della cooperativa La Paranza. Ma alla Sanità è accaduto anche qualcos’altro. Chi intraprende questi processi di “presa in cura” trova nemici ovunque: quando si va a toccare un equilibrio consolidato, anche se negativo, c’è sempre chi ti dice perché fai questo e non quello, c’è qualcosa di più importante, ecc.; poi si aggiungono le questioni dell’affidamento, i rapporti con le soprintendenze e gli altri enti, il tutto nel quadro di una normativa complessa. Ebbene, alla Sanità ci sono stati sì coloro che hanno ostacolato, ma abbiamo anche quelli che io chiamo gli angeli custodi, due alleati fortissimi del progetto, don Antonio Loffredo ed Ernesto Albanese, presidente de L’altra Napoli Onlus, il cui ruolo è stato fondamentale. Per tutti i casi in cui queste operazioni resistono nel tempo ha un ruolo essenziale la capacità di trovarsi uno o due alleati strategici.

Padre Loffredo non è anche uno dei motori della nascita del fenomeno La Paranza?

Sicuramente, lui è stato la scintilla ma ha individuato in fondazione Con il sud e in L’altra Napoli Onlus le realtà giuste per dare concretezza all’idea.

Pensa che adesso la cooperativa La Paranza sia matura per camminare da sola? In altre parole, come si figura il passaggio di testimone nel momento in cui don Antonio Loffredo non dovesse occuparsene più?

Attivare un processo di cambiamento oltre a rompere equilibri preesistenti, dà delle nuove possibilità che, oggi, sono tangibili per tutti quelli che vivono e operano al rione Sanità. Sicuramente chi governa la cooperativa La Paranza ha raggiunto un livello di consapevolezza e maturità rispetto al proprio operato, ma il giorno in cui padre Loffredo non dovesse occuparsene più sarà il momento in cui valuteremo la solidità di quanto è stato messo in piedi. Il “passaggio del testimone” è uno degli snodi cruciali in moltissime di queste realtà, che in una prima fase trovano una leva fondamentale nell’attivismo e nella determinazione di alcuni soggetti. Secondo me padre Loffredo esprime una leadership di comunità, è una persona, cioè, che con il suo carisma è riuscita ad attivare una comunità che conosce molto bene. La forza di questo modello la capiremo quando lui lo affiderà completamente ad altri, al momento non è possibile fare una diversa valutazione; certo i numeri espressi, l’attenzione della comunità, sia dei locali che dei turisti, ci sono. Anzi proprio in questi mesi stiamo provando a misurare l’impatto sociale ed economico dell’esperimento, al di là dei numeri che fa la cooperativa La Paranza con le sue visite ai monumenti, intervistando le persone del quartiere ed i visitatori con questionari che abbiano attendibilità statistica.

Che rapporto hanno realtà come quella della Sanità con le grandi istituzioni della cultura come i musei della città?

I direttori, forti dello strumento dei musei autonomi voluti dalla riforma Franceschini, hanno potuto muoversi diversamente dal passato. Quando le iniziative culturali e turistiche si mantenevano soprattutto con fondi di provenienza pubblica (enti locali, ept, Regione, ecc.) c’erano poche risorse e grande conflittualità fra i diversi soggetti che volevano accedervi e che erano in sostanza in concorrenza fra loro. Con le conseguenti invidie, recriminazioni, inimicizie fra chi era finanziato e chi rimaneva escluso. Il principio dell’autosostenibilità che sottende alle realtà di cui stiamo parlando ha stemperato la conflittualità e, anzi, i diversi soggetti hanno iniziato a capire i vantaggi di collaborare. Uno dei primi che lo ha compreso è il direttore del MANN Paolo Giulierini e in accordo con noi dell’Università è nata la rete ExtraMann. L’idea era non solo di aprire il museo ai visitatori ma di aprire un dialogo con chi sul territorio prova a fare fruizione culturale: oggi la rete ExtraMann mette insieme 16 realtà, fra cui le catacombe di S. Gennaro.

Che ricadute hanno avuto questi siti dalla nascita del circuito e dalla sinergia con il Museo più importante?

Come Università e come MANN abbiamo messo queste realtà intorno a un tavolo e li abbiamo invitati a proporre cosa fare, non volevamo essere noi a dirglielo, noi volevamo rivestire solo un ruolo di facilitazione. Siamo partiti con una rete di scontistica: chi visita il Mann può usufruire di riduzioni sul costo del biglietto negli altri siti. C’erano però altre idee: a me piaceva molto la proposta di creare delle connessioni, innescando quindi un meccanismo culturale, segnalando per esempio durante la visita al Mann i rapporti fra le opere viste e altre realtà monumentali e siti della città. Devo dire che l’esperimento meramente commerciale ha funzionato fino ad un certo punto, perché i visitatori quando arrivano a Napoli, soprattutto gli stranieri, hanno già un piano di come vogliono svolgere la loro visita alla città e quindi scelgono le aree monumentali da vedere a prescindere dall’esistenza di uno sconto. Deve, invece, crescere, l’aspetto culturale della rete e deve, se possibile, aumentare la connessione in termini di mobilità. La risorsa scarsa per i visitatori, infatti, è il tempo, quindi se si riesce a mettere in comunicazione fisica più agevole una serie di siti e a progettare un percorso, i turisti avranno più tempo per vedere più luoghi. Queste sono tutte idee che emergono dai “laboratori di collaborazione” che consentono di “fare comunità” fra le varie realtà esistenti, di avere un luogo di coprogettazione fra soggetti, che diversamente, sebbene abbiano gli stessi problemi, continuerebbero a restare ognuno per conto proprio. Ciò consente anche di stemperare le invidie che da sempre caratterizzano il mondo della promozione turistica e culturale ed è una grande leva per riuscire a dare di più a ciascuno.

Che idea si è fatto della diatriba tutela contro promozione? Sono dal suo punto di vista conciliabili le due attività?

Se guardo ai siti che abbiamo censito a Napoli, con le fotografie del prima e dopo l’intervento di chi li ha presi in carico, dico che la tutela, la cura, la conoscenza di questi siti sono cresciute in modo esponenziali. Se quindi guardiamo ai risultati che provengono da questa maggiore fruizione e valorizzazione rispetto ai tre aspetti della conoscenza, cura e tutela, penso che in pochi possano dire che le cose andassero meglio prima. Si è passato da una condizione di degrado ed oblio ad avere siti conosciuti, e la conoscenza è fondamentale, molto più tutelati, a norma, restaurati, illuminati! Quelli che si devono controllare semmai sono gli eccessi.

Che peculiarità presenta il boom che indubbiamente Napoli registra negli ultimi anni come meta di vacanze?

Considero sicuramente un fattore trainante l’aeroporto, che ha attivato moltissimi voli con destinazioni dirette, consentendo un forte incremento di flussi. E se ci sono concause geopolitiche, poiché guerre e attentati nel nord Africa hanno fortemente ridotto l’appeal di quelle destinazioni, tuttavia il tasso di crescita di Napoli come destinazione è superiore alla media delle destinazioni nazionali (Bari, Palermo, che pure sta crescendo, Catania, la Sardegna) ed europee e non si spiega solo con questa motivazione. Ad essa si deve aggiungere qualcos’altro. E credo sia la possibilità che dà Napoli di vivere un’esperienza di viaggio non standardizzata, l’autenticità che in altri contesti è venuta meno e che invece la Città offre ancora al turista, per esempio nel centro antico. E su cui si deve fare un ragionamento circa la capacità di conservarla: l’espulsione degli studenti (per sostituirli con i turisti che possono pagare affitti più alti), l’incremento del valore immobiliare dei negozi che spinge una parte degli artigiani ad andare via, il tipo di attività commerciali che si impiantano, destinate esclusivamente ai turisti possono rapidamente snaturare quello che è un elemento di forte richiamo di questa Città. Una soluzione potrebbe essere nel lavorare per distribuire su spazi più ampi, senza limitarsi al centro storico, i flussi. E le possibilità ci sono, in teoria, dato che i luoghi da visitare sono tantissimi, insomma dobbiamo far capire che può essere bello soggiornare anche a S. Martino, o a Posillipo, alla Sanità o al borgo Orefici, ecc. e non concentrare, come sta avvenendo adesso, la vocazione turistica in un’area limitata. Questo ridurrebbe l’impatto negativo della ‘turistificazione’ della città.

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