Wednesday, July 1, 2020

SYLVAIN BELLENGER: RACCONTIAMO NAPOLI AL MONDO ATTRAVERSO L’ARTE

nterview: Pasquale Raicaldo
Le suggestioni di Picasso nel cuore di una città sempre più viva. Ed europea. Sylvain Bellenger ha entusiasmo e competenza, ma soprattutto passione. Dirige dal 2015 Museo e Bosco di Capodimonte con l’obiettivo ambizioso di farne una cittadella culturale di valore internazionale, raccontando Napoli al mondo attraverso le arti. Francese di Normandia, alla retorica preferisce la concretezza di chi ha attraversato il mondo, dirigendo musei a Parigi e Chicago, collaborando con la Getty Foundation e la National Gallery of Art di Washington. Questa è una sfida nuova, intensa, affascinante. Laurea in filosofia nel 1978, specializzazione in storia dell’arte all’École du Louvre della Sorbonne: Napoli è il crocevia di una carriera da predestinato. La chance, come la definisce attingendo alla lingua madre, è imperdibile. Un treno su cui salire, al volo. Perché Napoli e la Campania abbiano finalmente il ruolo di rilievo che gli spetta nel panorama della cultura mondiale. Un glorioso ritorno al passato, perché è qui, del resto, che si sono scritte pagine indelebili della storia della civiltà. Dai Greci ai Romani, dagli Angioini agli Aragonesi, le tappe del Grand Tour che hanno affascinato artisti e letterati e il rinascimento turistico di una regione che, oggi, è un distretto turistico dal potenziale impareggiabile. Nei meandri della Reggia, Bellenger osserva e medita. Lo incontriamo a pochi giorni dall’affollato vernissage di “Picasso e Napoli: Parade”, la mostra che proseguirà fino al 10 luglio nell’ambito dell’iniziativa Picasso-Mediterraneo del Musée National Picasso-Paris. Si celebra il centenario del viaggio in Italia compiuto, tra marzo e aprile del 1917, dal più grande artista del ‘900 insieme al poeta Jean Cocteau, per lavorare con i Balletti Russi (compagnia di ballo fondata dal geniale impresario Sergej Djaghilev, che sviluppò una forma innovativa di balletto, in cui espressioni diverse d’arte – musica, pittura, scrittura – concorrevano insieme alla realizzazione dell’opera) a Parade, spettacolo di ballo andato in scena a Parigi nel maggio dello stesso anno, frutto della collaborazione di quattro artisti eccezionali, Erik Satie per le musiche, Cocteau appunto per i testi, Picasso per le scenografie e i costumi e il primo ballerino Lèonide Massine per le coreografie.
La mostra racconta Il pittore cubista e il suo rapporto con il circo, attraverso bozzetti preparatori e soprattutto con la presenza della sua opera più grande per dimensioni: un sipario di 17 metri di base per 10 di altezza, conservato al Centre Georges Pompidou di Parigi ed esposto al Salone delle Feste dell’appartamento reale di Capodimonte. Uno spettacolo. Ma sono in mostra anche alcune delle sue opere che risalgono a quegli anni, mentre l’Europa era sconvolta dalla guerra, una fra tutte proprio il ritratto del ballerino Massine in abito di Arlecchino e ancora disegni, fotografie, scritti che ricostruiscono le influenze che sia la tradizione del presepe che la cultura popolare napoletana e la visione degli affreschi romani di Pompei, esercitarono su Picasso. Ed è da qui che parte l’intervista con il direttore francese che guarda lontano, lontanissimo.

Picasso a Napoli. Per la prima volta, a Capodimonte. Cosa significa questa mostra?

Si tratta di un evento importante, e non solo perché è la prima mostra di Picasso a Napoli e in Campania, circostanza singolare sulla quale un po’ dobbiamo forse anche interrogarci. Direi che questa mostra – sessanta opere che compongono un collage variegato in grado soprattutto di veicolare informazioni nuove sull’arte di Picasso – ha una rilevante importanza scientifica, perché racconta quanto successo a partire dal 1917 in avanti in seguito ai viaggi napoletani di Picasso con un gruppo di amici. E ci fa comprendere come questa città con la sua cultura popolare e di strada abbia di fatto ispirato il pittore spagnolo, influendo notevolmente su quello che possiamo considerare un cambio di stile. Un cambio di stile originato, certo, non solo dall’incontro con Napoli ma su cui il teatro di marionette e, in generale, la teatralità della città partenopea devono aver esercitato un ruolo fondamentale. Nel balletto Parade trova spazio la decomposizione dei movimenti delle marionette e la mostra comprende anche i primi film di Chaplin (che in quegli anni diventava famoso), abbracciando pittura, danza, teatro, cinema e musica. La musica già: lo stesso Cocteau parla di trompe l’oreil, in parallelo con il trompe l’oeil tipico della pittura. I sensi che si rincorrono.

Una mostra che racconta Picasso, ma che racconta anche Napoli.
Certo! Direi che si fa veicolo della cultura napoletana al di fuori dei cliché. Una città magnetica, che non può essere imprigionata nel binomio folkloristico di pizza e mandolino. Napoli ha qualcosa di profondo, che asseconda e ispira la creatività. Napoli è da sempre una città per artisti, qui sono felici e sereni, ricevono linfa per il loro talento e per la loro creatività, in ogni angolo. Non trovate, del resto, assolutamente sensazionale che nel 1917 un gruppo di artisti, capeggiato da Picasso, avesse compreso l’identità di Napoli, divertente e caotica, moderna e antica? Ecco, Napoli è anzitutto una città contemporanea che non dimentica il suo passato. E la mostra Parade lo dimostra in pieno.
Una città sempre più europea.
Senza dubbio. Una dimensione internazionale, in linea con la vocazione di sempre: non a caso, la mostra racconta anche la fascinosa storia di uno spagnolo, un francese e un russo che, in periodo di guerra e in piena esaltazione dei nazionalismi, crearono un balletto realmente internazionale, gioioso e ironico. Vi si apprezza una tenerezza che non è solo l’amore di Picasso per Olga appena sbocciato (Ndr. Olga Chochlova, étoile del balletto Parade, si conobbero durante la preparazione dello spettacolo, si innamorarono e lei divenne la sua prima moglie e madre del suo primogenito, Paul), ma un modo di guardare il mondo: “siamo giovani, siamo felici e vogliamo vivere”.
Lei ha detto, al suo insediamento: “E’ stato Capodimonte a farmi compiere la scelta di diventare storico dell’arte, dopo la visita che feci al museo nel 1980 ed oggi posso dire che è un sogno esserne il direttore. È sicuramente la più grande sfida della mia carriera”. E’ già tempo di primi bilanci?
Direi di sì. Capodimonte ha le difficoltà di Napoli, ma anche quelle dell’Italia, un paese che ha urgente bisogno di una profonda riforma nella gestione amministrativa del suo immenso patrimonio culturale. E’ indispensabile un cambiamento di mentalità, legato a un passaggio generazionale in assenza del quale siamo di fronte al perdurare di una vera e propria catastrofe, quella a cui abbiamo assistito negli ultimi decenni. Abbiamo nei posti di rilievo del mondo culturale persone che sono nate quarant’anni prima dei computer e che non sanno utilizzarli. In qualsiasi museo del mondo il personale ha trenta, quaranta, al massimo cinquanta anni. Qui in Italia sono tutti vicini all’età pensionabile, professionalità portatrici di una stanchezza che si riflette nei servizi e nella gestione. Il paradosso è che la città più giovane d’Italia, Napoli, ha lasciato i giovani fuori dalle grandi strutture culturali. Uno sbaglio enorme di cui paghiamo le conseguenze. Vede, oggi ogni volta che lavoro con giovani e giovanissimi, che potrebbero essere anche miei figli, mi trovo al cospetto di persone in gamba, preparate, che parlano le lingue, che conoscono i mezzi di comunicazione contemporanea: ecco, la paralisi del mondo culturale, la fossilizzazione dominante in Italia, li costringe all’esterno del mondo museale, e non solo. E questo non possiamo permettercelo.
Ha anche più volte parlato dell’opportunità di aprire ai privati le porte dei Musei pubblici.

In Italia è difficile, e non solo a causa dell’insufficienza delle leggi. Direi che è soprattutto un problema di mentalità: nella cultura ministeriale c’è una scarsa fiducia del privato, ed è paradossale in un Paese che deve le sue fortune alle piccole imprese private, anche familiari. Dovrebbero, queste, essere un modello cui ispirarsi. E invece abbiamo creato un modello bloccato in grandi strutture statali la cui imponenza pachidermica fa pensare a quelle del mondo sovietico, prima della caduta del Comunismo. Mi trovo spesso di fronte a nuovi progetti di gestione al cospetto dei quali non occorre essere un genio per comprendere che sono già morti prima di essere nati.
In questo quadro, come vede il futuro di Capodimonte?
C’è una grande chance, la chance della riforma Franceschini, una riforma di grande coraggio, direi la più moderna d’Europa. Una riforma che apre i grandi musei alle competenze internazionali: così bene non lo hanno fatto neanche Germania, Francia e Inghilterra. Lo ha fatto l’America, che punta da sempre sulla meritocrazia. Per l’Italia si tratta di una novità assoluta. La riforma ha tra l’altro accorpato bosco di Capodimonte e Reggia. Nessuno aveva forse compreso realmente le potenzialità di questo bosco, esteso quattro volte la città vaticana, il doppio dei giardini della Reggia di Caserta, sette volte Pompei, cinque volte il giardino di Boboli. Ecco, bosco e reggia di Capodimonte diventeranno un microcosmo dove far convivere ricerca e relax, una vera e propria cittadella composta da diciassette edifici ciascuno con una destinazione culturale differente e sostenibile. Per un progetto del genere occorre un piano di gestione che leghi tutto senza creare competizioni all’interno della struttura, che già oggi ospita la più importante collezione d’arte in Italia dopo gli Uffizi. Occorre una visione articolata, il presidente della Regione De Luca ha molta fiducia nel progetto nel quale crede molto anche il ministro Franceschini: Capodimonte sarà molto più di un museo. I tempi? Fra sei mesi saremo in condizione di mostrare nel dettaglio il progetto, chiedendo sostegno a Stato, Regione, Europa e privati. Non ci sono altre vie, e questa sarebbe una rivoluzione economica e culturale. Una chance enorme. E le chance vanno colte, sempre.
Un’opportunità anche per la Campania, il cui appeal turistico sembra suggerire ottimismo per il futuro.
Questa è una regione eccezionale, che ha pagato dazio all’aver esportato nel mondo una visione distorta del territorio, finendo col reclamizzare fenomeni malavitosi che – pur con i dovuti distinguo – esistono ovunque. Io credo che Napoli e la Campania siano la vera Italia, un paese del quale il mondo si è innamorato guardando i film di Fellini, De Sica e Rossellini. Ma l’identità di questo Paese, che sembra essere sparita altrove, a Milano come a Firenze, vittima dell’inesorabile globalizzazione, a Napoli e in Campania è ancora sinceramente viva. Charme e bellezza, identità e tradizione: il turista vuole questo, la natura del Dna dei napoletani è la vera forza di questa terra, insieme al paesaggio e alla storia. Il turista ama Napoli anche per i suoi difetti, che per noi che viviamo questa splendida città appaiono forse duri, ma che visti dall’esterno sono portatori di poesia. Non voglio dire che dobbiamo preservare i difetti di Napoli, ma custodire l’anima di questa città, come è avvenuto e avviene da secoli.

 

 

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