Wednesday, February 26, 2020

Tradition- AGGIUNGI UN CESTO A TAVOLA

19/2008

Photo: Marco Albanelli
Text: Emma Santo

 

Sapevate che i cesti sono indispensabili, pena una multa salata, per la raccolta dei funghi? Il perché ce lo spiega il signor Salvatore Scotto Di Minico, artigiano per passione, tradizione e – prima ancora – necessità. ” Il cesto, essendo traspirante, fa sì che le spore cadano e si disperdano nel terreno, permettendo in questo modo la riproduzione naturale del fungo”.
In un momento di grande crisi ecologica, il canestro non è più solo un souvenir per ricordare un tempo mai vissuto, ma continua a rivelare un’utilità che molti spacciavano per obsoleta.
Per chi, come la sottoscritta, non sapesse ancora come sono fatti, l’artigiano all’opera inforca gli occhiali, annoda rami e racconta.
“Per fare la base, lo scheletro e la parte superiore che si chiude nel manico, scelgo l’olmo, preferendolo al salice perché più resistente, tanto che un cestino può durare oltre 25 anni. Se è secco è meno elastico e bisogna metterlo ad inumidire nell’acqua per settimane, per renderlo più malleabile. Attorno all’ossatura bruna dell’olmo intreccio la canna, precedentemente raffinata con un coltello adatto, che una volta essiccata, nel giro di circa due anni, non solo si irrobustisce ma cambia persino colore, assumendo le tonalità del bianco ed andando così a spezzare il discorso monocromatico che stona con il mio personale gusto estetico”. Per cestini di piccola dimensione, preferisce invece ‘capitolare’ a favore del midollino, una radice che cresce sui laghi, d’importazione a differenza della canna made in Ischia, che si presenta però più adatto a lavori ‘in miniatura’, perché essendo meno spesso rende il lavoro più semplice e spedito.
“Quando ero giovane, mio padre produceva questi manufatti artigianali nel periodo estivo, perciò non ho avuto modo di apprendere da lui la tecnica, perché mentre lavorava io ero al mare. Ho cominciato a trent’anni, mio padre non c’era più ed io ho imparato da solo, sbagliando innumerevoli volte. Per capire davvero come si faceva un canestro ne ho disfatto uno, seguendo il procedimento passo dopo passo, e finalmente sono riuscito a venirne a capo. Per la fiera di “Artischia” di quest’anno mi avevano chiesto un cesto ‘ad altezza d’uomo’. Sembrava impossibile farlo a mano, ma ci sono riuscito e sono molto soddisfatto del risultato. Questo dimostra che nonostante l’esperienza, non si smette mai di imparare.”
La tradizione continua con le nasselle, sorta di vassoi costruiti con rami di piante flessibili, facili da piegare, come il castagno, l’olmo, la “nocella”, a cui si intrecciano gli steli della ginestra, che vanno a rivestire la struttura, conferendole un verde naturale. Si utilizzava per fare essiccare i fichi o per conservare la frutta ed evitare che marcisse in fretta. In tempi come i nostri, in cui di fichi se ne producono di meno, la si ha in casa più ‘per sfizio’ che per necessità. Altro elemento originale, usato oggi per lo più come fioriera, è la cornucopia, simbolo mitologico di cibo e abbondanza, lavorata con fili di palma che legano l’estremità inferiore, per proseguire con l’olmo, la canna ed ancora l’olmo che ‘chiude’ questa sorta di imbuto ricurvo che gli antichi greci adagiavano sulle spalle per trasportare fiori e frutta. Salvatore Scotto Di Minico ha molto da insegnare e lo fa impartendo corsi nella scuola elementare di Cartaromana “Ischia2”, dove il numero degli allievi cresce di anno in anno, a testimonianza che la tradizione ha ancora tanto da dire. E noi da imparare.

#event #ischia

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