Tuesday, October 27, 2020

Wine- PICCOLI VIGNETI GRANDI TESORI

29/2011

Photo: Enzo Rando
Text: Silvia Buchner

 

“Senza un paesaggio da ammirare non traggo alcun piacere dal bere”. Questa frase – attribuita dal poliedrico scrittore Norman Douglas (che a Ischia ha dedicato un racconto molto bello, “L’isola di Tifeo”) ad un compagno di viaggio incontrato qui agli inizi del ‘900, e che era amante in egual modo del vino e dei bei panorami – continua ad essere di grande attualità. Allora, come adesso, chi sceglie Ischia lo fa anche per la bellezza dei luoghi, che la campagna, e in particolare il vigneto, da tempo immemorabile connota in maniera peculiare. Ma basta guardare in alto, soprattutto in comuni come Barano, Serrara Fontana, Forio – per quanto il fenomeno abbia colpito tutta l’isola – per incontrare i fianchi di intere colline scanditi da terrazzamenti completamente ricoperti da felci o canne. Siate sicuri che lì, fino a qualche anno fa, c’era un bel vigneto. E se, certo, non si torna indietro a lavorare la terra, è pur vero che la cultura contadina, ed in particolare quella legata al vino ed alle cantine, appartiene a quest’isola (al punto da far dire sempre a Douglas che “il vino è l’acqua d’Ischia”) e ne ha segnato il volto. E per quanto, negli ultimi decenni, oltre 2000 ettari di vigneto sono stati sostituiti da strade, case, alberghi o comunque abbandonati, tuttavia i 36 chilometri quadrati dell’isola racchiudono in sé cinque denominazioni di origine controllata, due vitigni principali, Forastera e Biancolella (cui se ne aggiungono altri minori) autoctoni e coltivati praticamente solo a Ischia, una potenzialità produttiva di 5 milioni di bottiglie all’anno. La maggior parte dei 400 ettari attualmente consacrati alla vite si colloca nelle zone di collina o montuose, perché in quelle prossime alla costa essa ha lasciato spazio alle strutture turistiche e abitative. Ma ciò, paradossalmente, costituisce un vantaggio, perché dai vigneti posti in alto si ricava uva di qualità più elevata: e la grande qualità, unita alla capacità di valorizzare e quindi ‘vendere’ insieme al vino anche il territorio e la sua storia, costituiscono gli strumenti più validi per dare carattere e di conseguenza competitività alla nostra viticoltura. E questo Andrea D’Ambra lo ha capito molto bene: stando a capo di un’azienda che produce 500mila bottiglie annue, grazie ai 130 conferitori che da tutta l’isola vendono l’uva alla sua azienda (oltre naturalmente a quella proveniente dalle proprie vigne), ha potuto, infatti, mettere a fuoco i punti di forza e quelli di debolezza del pianeta-vino a Ischia. Il risultato di questa conoscenza profonda della realtà locale è un progetto che possa coinvolgere Casa D’Ambra stessa, i proprietari o fittavoli che non intendono abbandonare le loro vigne o che vorrebbero riprendere a coltivarle, ma soprattutto i giovani ischitani che sono alla ricerca di un’alternativa occupazionale al classico posto stagionale in albergo, i Comuni. Gli obiettivi sono molteplici e concatenati fra loro: in primo luogo, far sì che il vigneto possa essere coltivato non perdendoci, e grazie ad un raccolto ottenuto con metodi tecnicamente ineccepibili, si può, come vedremo, ripagare le spese di gestione, con la certezza di non rimetterci un centesimo. Solo così, infatti, s’incoraggeranno gli attuali vignaioli ad andare avanti e i giovani a impiantare nuovi vigneti, il che potrebbe significare una ricaduta positiva in termini occupazionali e, insieme, migliorare il paesaggio dell’isola. Anche nella prospettiva di aprirla seriamente all’enoturismo che, se pure settore di nicchia, raggiunge un target di clienti giovane, che ha buone capacità di spesa e che intende la vacanza come ricerca di esperienze diverse e appaganti. Andrea D’Ambra ci ha esposto molto chiaramente i problemi che vanno affrontati e le relative soluzioni: le nostre vigne sono spesso vecchi impianti, molto parcellizzati e condotti con criteri tradizionali che vanno superati, perché troppo costosi. In passato, infatti, si realizzava la vigna con la finalità di produrre più uva possibile, a discapito di una coltivazione più razionale che consente la meccanizzazione del lavoro, oggi assolutamente necessaria per abbattere i costi (per fare un esempio, da noi si impiegano circa 1600 ore annue di lavoro per ettaro a fronte delle 300 del Beneventano!) e l’innalzamento del valore del raccolto. Tanto più se consideriamo che la distribuzione delle vigne su terrazzi collinari, se giova alla qualità dell’uva prodotta, chiaramente comporta difficoltà logistiche che, ancora una volta, aggravano la voce delle uscite. Sull’altro piatto della bilancia abbiamo a nostro vantaggio il fatto che l’isola costituisce ancora un importante mercato turistico, attraverso il quale si può fare una forte comunicazione verso l’esterno, e la presenza di una realtà imprenditoriale come Casa D’Ambra, i cui impianti hanno una capacità di produzione che è decisamente maggiore dell’attuale, potendo spingersi a pieno regime fino a due milioni e mezzo di bottiglie. Mentre altre tipologie di vino anche campano sono in crisi, lo spazio sul mercato per i vini ischitani – un mercato di nicchia, qual è quello in cui si muovono l’isola e Casa D’Ambra – c’è, grazie alla loro delicatezza, alla gradazione non troppo alta e alla bevibilità che avvantaggiano i nostri bianchi e rossi giovani. “Riusciamo a vendere tutte le bottiglie, circa mezzo milione appunto, perché la quantità di uva che posso lavorare mi consente questo obiettivo; ma devo calibrare la produzione fra i miei rappresentanti in Italia e all’estero e se ne avessi un numero maggiore potrei pensare di avvicinare nuovi mercati”. E la cosa è tanto più interessante, in quanto a Ischia D’Ambra Vini (come del resto le altre aziende vinicole isolane) l’uva la paga bene ai conferitori, anche 80-90 centesimi al chilo (!!!), mentre in terraferma, la produzione è così elevata che il viticoltore pur di vendere accetta cifre molto basse (quest’anno in Puglia, per esempio, anche 20 centesimi al chilo). Naturalmente, gli ostacoli a diventare conferitori ci sono: l’elevato costo di produzione, di cui abbiamo visto le cause, è quello fondamentale e per superare questo problema la soluzione ottimale – ci spiega ancora D’Ambra – è reimpiantare nuove viti, in modo da razionalizzare il lavoro e ridurne al minimo le spese di conduzione. Ma l’impianto di una vigna che possa rendere o quantomeno ripagarsi le spese, va fatto da professionisti che a Ischia attualmente non ci sono. “L’idea è, quindi, di individuare un certo numero di produttori di uva o proprietari di vigneti che non vogliono abbandonare il loro terreno o vogliono recuperarlo: noi possiamo metterli in contatto con aziende che realizzano vigneti ‘in conto terzi’, vale a dire si occupano di tutti i passaggi necessari a creare una vigna moderna: dalle analisi del terreno per scegliere i vitigni più giusti, alla cura dell’eventuale pratica burocratica necessaria fino alla realizzazione dell’impianto (volendo possono anche seguirne la gestione). Io stesso ho già sperimentato il contoterzismo, un’azienda toscana ha realizzato per me il vigneto del Calitto e quello di un mio conferitore. In tal modo, si possono organizzare nuove vigne che dal terzo anno in poi, cioè da quando iniziano a produrre, costano al massimo settemila euro annui. Da parte mia, come D’Ambra Vini, essendo sicuro delle modalità di coltivazione e quindi della qualità del prodotto, mi impegno ad acquistare l’uva anche ad un euro/kg e se un ettaro produce 70-80 quintali, si riesce a rientrare nelle spese e a tenere in vita il podere senza rimetterci. Addirittura, se si decide di piantare un ettaro ‘a rosso’, naturalmente nelle zone che consentono di ottenere maggiore gradazione e aromi particolari, e con una lavorazione corretta della vigna, nella mia veste di Casa D’Ambra garantisco fin da ora il contratto di acquisto di tutta l’uva anche per dieci anni, e poiché abbiamo un’alta richiesta di rossi DOC a fronte di scarsa produzione, si può arrivare anche a punte di 1,30 euro/kg”. Ma il progetto non di ferma qui: “Con il tempo, infatti, vorremmo riuscire a impiegare personale specializzato ischitano, si possono istituire dei corsi e se, in un primo tempo, i lavoratori locali dovranno essere coordinati da esperti che vengono da fuori, il mio obiettivo finale è avere tutto il gruppo di professionisti del posto, dall’agronomo al cantiniere, al caposquadra ai piantatori e potatori, e col tempo potrebbe non essere più necessario rivolgersi ad aziende del continente per impiantare i nuovi vigneti. Penso sia una strada da sperimentare, tanto più che ricevo un numero sempre maggiore di richieste di impiego da parte di ischitani e la nostra idea potrebbe costituire uno sbocco interessante”. Durante i tre anni necessari a rendere attivi i nuovi vigneti, inoltre, si lavorerebbe per ampliare la rete commerciale, aumentare il personale in cantina, assumere nuovi professionisti, insomma ci sarebbe un indotto che se ne avvantaggerebbe. Qui entra in gioco, ed è strategico, come ci ha illustrato il consulente Salvatore Mazzella, il ruolo dei Comuni, ma anche di Provincia e Regione. I Comuni dovrebbero essere i promotori del progetto attraverso l’assessorato all’agricoltura, da una parte favorendo l’unione in cooperative dei giovani che vogliano formarsi per lavorare in questo settore e, dall’altra, individuando attraverso bandi pubblici, i proprietari di vigneti interessati a riconvertire le loro vigne o a reimpiantarle: naturalmente, infatti, se l’azienda contoterzista opera su estensioni di terreno di una certa consistenza, il servizio che vende diventa economicamente più conveniente. Ma i Comuni, ha sottolineato Mazzella, “dovrebbero anche fare da supporto nella richiesta agli Enti superiori di agevolazioni e finanziamenti per una serie di operazioni necessarie alla realizzazione dei nuovi vigneti e che rientrano nelle attività di ripristino del territorio, per esempio la ricostruzione dei muri a secco. Non dimentichiamo, infatti, che la valorizzazione del territorio come l’incentivazione dell’occupazione giovanile sono punti cardine per un’Amministrazione”. “In base alle mie indagini – conclude D’Ambra – 40 ettari di vigneto si potrebbero rimettere in funzione subito, perché le richieste dei proprietari ci sono: d’altra parte, è evidente che il viticoltore a Ischia se vuole andare avanti deve essere aperto alle innovazioni e deve saper cogliere le occasioni. E pensiamo che il nostro progetto lo sia”. TERRA E TURISMO: Un’occasione da non perdere Text: Mario Rispoli Il turismo, più degli altri comparti, utilizza le risorse ambientali come “materia prima” del proprio ciclo produttivo, questa materia è rappresentata, infatti, dal territorio con le sue emergenze naturalistiche, culturali, storiche, sociali. Quello che caratterizza il territorio è la sua non riproducibilità: è una risorsa che va fruita sul posto. Per questo motivo (e altri ampiamente dibattuti dai documenti comunitari) la tutela del territorio è un imperativo economico oltre che etico. Soprattutto nelle piccole isole. Da parte della domanda, la sensibilità ambientale delle popolazioni è in crescita e influenzerà sempre più la scelta della destinazione turistica, quindi ogni strategia di sviluppo locale per Ischia deve partire dalla tutela dell’ambiente. Ambiente purtroppo in parte compromesso. Ma i vigneti ci sono ancora e rappresentano la quintessenza della nostra gente. Un progetto che recuperi parte delle aree coltivabili a vigneto rappresenta una vero e proprio “restauro conservativo” del nostro paesaggio e un innalzamento dei livelli di qualità della vita della popolazione. L’agricoltura – con i dovuti interventi – può diventare redditizia, soprattutto per le nuove generazioni le cui possibilità occupazionali si riducono sempre più. Senza contare il suo ruolo dicontrasto alle spinte speculative della “cementificazione a tutti i costi”. In questa linea, s’inseriscono i sostegni comunitari previsti dalPiano di Sviluppo Regionale (PSR), che in un ambito come quello dell’isola d’Ischia possono cofinanziare numerosi settori: dall’ammodernamento delle aziende agricole alla formazione di nuovi addetti, alla consulenza, al supporto a contadini e imprese che entrano nei sistemi di qualità alimentari, fino agli interventi diretti sui terreni (le informazioni sono su www.agricoltura.regione.campania.it). Sarebbe, dunque, auspicabile da parte delle Istituzioni una comunicazione più incisiva circa le opportunità offerte dall’Unione Europea. Così come è interessante l’idea di Andrea D’Ambra di guardare all’esperienza della Toscana: da secoli maestra nella vinificazione. Migliorare la qualità, razionalizzare i metodi di coltivazione, abbattere i costi di produzione, incentivare il consumo del prodotto locale sono iniziative molto interessanti anche sul piano turistico. Inoltre, il vino con le sue sfumature descrive la composizione dei terreni, i colori, il sole: è una guida turistica per l’esplorazione dei luoghi. Come diceva il mio amico Corrado D’Ambra, della storica famiglia di vignaioli ischitani: “Il vino racconta il territorio”.

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#cantine #ischia #vino

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