Tuesday, June 30, 2020

ANDREA CARANDINI: LA SANITA’ E’ UN MODELLO

Il “contesto” di cui con molta efficacia racconta l’importanza il professor Andrea Carandini – uno dei più famosi archeologi italiani, accademico e presidente del FAI – alla Sanità assume un valore, se possibile, ancora più alto. In occasione del convegno organizzato per il decennale della gestione da parte della cooperativa La Paranza delle Catacombe Paleocristiane poste all’interno del quartiere, infatti, le parole di Carandini (di cui proponiamo la relazione) costituiscono allo stesso tempo la sintesi di quanto alla Sanità si è fatto e l’ammonizione a non respingere, come spesso accade, i nuovi modelli di recupero e gestione di porzioni degradate del territorio che si stanno diffondendo. E quello messo in pratica alla Sanità è uno di essi, una realtà completamente nuova, con delle forze che si aiutano e collaborano, alimentandosi reciprocamente, perché – sottolinea Carandini – della Repubblica fanno parte le istituzioni ma anche la società civile con tutte le sue organizzazioni – Chiesa compresa. Il risultato, grazie a dieci anni di attività inarrestabile sono circa 130mila visitatori (prima dell’arrivo della Paranza erano poche migliaia), oltre 30 ragazzi e ragazze del posto impiegati con un lavoro legale e regolare nella promozione e gestione del sito archeologico, dopo averlo riqualificato (loro la realizzazione dell’illuminazione del sito per esempio) investendo fondi intercettati autonomamente. In un lavoro complesso, a tratti difficile, partito veramente dal basso, ma anche corale, che ha saputo coinvolgere il Quartiere tutto. E, infatti, quando circa un anno fa, al momento di rinnovare la convenzione con l’Arcidiocesi di Napoli, è scoppiata la crisi, perché il Vaticano ha rivendicato per sé il 50% degli incassi, la Sanità si è schierata compatta accanto ai ragazzi di padre Loffredo. Loro, gli abitanti del Rione, semplici cittadini e commercianti, istituzioni e associazioni che vi operano quotidianamente hanno compreso che “il contesto è quello che dà la vita, che permette alle cose di muoversi, di essere calde”, che interpretare come un organismo monumenti, bellezza, cultura, persone con le loro singole vite, che è ciò che da quasi 20 anni fa don Loffredo instancabilmente, è la chiave per uscire dal buio, dal ghetto, per avere un’alternativa, dove finora c’era solo un destino già tracciato cui era davvero difficile sfuggire.

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on Antonio Loffredo spesso parla del contesto.

Ma, in realtà, è molto raro sentir parlare del contesto, perché noi veniamo da una cultura che è all’esatto opposto, la cultura storico-artistica – che ha una sua dignità – ma che non fa del contesto l’architrave per ridare vita alle cose. Lo storico dell’arte, infatti, per capire la cultura figurativa di una società attraverso il tempo seleziona dalla realtà gli oggetti che hanno una qualità figurativa e li isola dal contesto. E’ un’opera giusta e buona, ma il fatto che l’oggetto che ha qualità artistica venga separato da quelli che ne hanno meno, o non ne hanno affatto, è una impostazione che va contro il contesto. Storici dell’architettura, storici dell’arte, persino archeologi hanno avuto questa formazione, perché quando ero giovane l’archeologia coincideva con la storia dell’arte antica. Io ho avuto un’altra idea, quando scavando mi sono accorto che incontravo di tutto, incontravo una fogna e nella fogna trovavo un ritratto: quest’ultimo è più importante della fogna? No! Quindi l’archeologo militante, quello che si misura con i monumenti e soprattutto che li scava, si rende conto che le cose stanno in un sistema. Perché l’archeologo riesce a scendere nel terreno senza guastarlo? Perché scende seguendo lo stesso sistema, all’incontrario di come la realtà che va a scavare si è formata –  un po’ come nel gioco dello Shangai o Mikado, lo facevamo quando ero piccolo e consisteva nel levare delle bacchette senza modificare la posizione di quelle che stavano sotto. Insomma, si segue un metodo, perché la terra sotto di noi non è un caos ma un sistema, così come è un sistema ciò che è ancora in vita, a cielo aperto. Tutto è un sistema, più o meno rigido, più o meno forte, a volte è addirittura un organismo e, quindi, le relazioni fra le componenti divengono protagoniste.

Il rione Sanità è un contesto, uno straordinario contesto: e cosa facciamo? Separiamo la chiesa e le catacombe dal tessuto urbano? Separiamo il tessuto urbano dai suoi abitanti? E’ impossibile. Quindi la cosa a cui dobbiamo dar vita non è questo oggetto o quel monumento, dobbiamo dare vita a un sistema, perché il sistema o si regge nelle sue relazioni o non c’è. Ma come si fa a dare vita a un sistema? Tenete conto che se invece di valorizzare una selezione di oggetti, di ‘gioielli di famiglia’, diamo importanza al sistema il patrimonio del nostro Paese diventa immenso. Tuttavia, benché lo Stato sia molto ben organizzato, questo Stato – è ovvio – non potrà mai curare interamente, tutelandolo e soprattutto promuovendolo, tutto il patrimonio. Questa è un’utopia statalista alla quale non credo. Lo Stato deve fare le cose essenziali, le più importanti, perché è l’istituzione deputata. Ma la nostra Costituzione non dice che è lo Stato che promuove la cultura e la ricerca scientifica e tecnica, non dice che è lo Stato che tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione. Dice “la Repubblica” e della Repubblica fanno parte da un lato le istituzioni e dall’altro la società civile con tutte le sue organizzazioni – Chiesa compresa. E’ una visione questa quasi di competizione fraterna, finalizzata a fare il bene, fra la società e le istituzioni.

D’altra parte, un articolo della nostra Costituzione recita che le istituzioni italiane devono favorire l’aiuto sussidiario dei cittadini singoli, delle associazioni, delle fondazioni, ecc. Direi quasi che anche al di fuori dello Stato vi sono delle istituzioni: per esempio reputo che la vostra sia un’istituzione, che deve durare, che deve proliferare, penso che anche il FAI sia un’istituzione, e via di seguito. Non ci sono solo le istituzioni statali, ma esistono anche quelle di diritto privato, posto che siano rivolte all’interesse generale della Nazione. Tutto questo contraddice antichi modelli e conduce ad una realtà completamente nuova, secondo cui abbiamo delle forze che si aiutano e collaborano, alimentandosi reciprocamente. Solo questo contributo contestuale a livello sociale che unisce le istituzioni di diritto privato e di diritto pubblico, che unisce il mondo delle costruzioni, degli oggetti, dei paesaggi è ciò che può ridare vita a tante situazioni.

Dobbiamo superare l’antica ottica storico-artistica, non certo per eliminarla ma per affiancarle questa ottica diversa, che vede anche le eccellenze: le eccellenze sono i fulcri dei sistemi, perché è chiaro che certe cose emergono rispetto alle altre, ma quella stessa emergenza tolta dal contesto perderebbe essa stessa la sua brillante meraviglia. Immaginate il monte Bianco al di fuori della catena alpina piazzato in una pianura, immaginate tanti bei monumenti completamente isolati con una realtà intorno aliena, distrutta o degradata. Il degrado si propaga, e noi dobbiamo intervenire per fermarlo, dedicandoci a delle porzioni di società. Voi avete scelto il rione Sanità, altri possono individuare altri luoghi e d’intesa fra le istituzioni formalmente riconosciute (Stato, regioni, comuni, città metropolitane) e qualsivoglia piccola, media, grande cooperativa o altra istituzione, coralmente, uniti insieme, lavorare. Ma unire gli italiani è la cosa più difficile. Ricordo che un giorno la signora che veniva a fare le pulizie a casa chiese a me e a mia moglie: “Cosa avete fatto stanotte?”, e noi: “Abbiamo dormito” e lei rispose “Siete gli unici!”. Allora le ho detto: “Perché gli altri che hanno fatto, secondo lei?”, e la signora: “Hanno pensato a frega’ l’altri! (in romanesco perché vivo a Roma)”. Questo è il cuore del problema: se qualcuno emerge, c’è qualcun altro che invece di dedicarsi a situazioni diverse chiedendo e offrendo aiuto, pensa a come disfare ciò che il primo ha realizzato. Parliamoci chiaro, anche l’organizzazione di don Antonio ha avuto i suoi momenti difficili, e fortunatamente mi paiono superati. L’idea è che se uno fa qualcosa di buono, anche non per se stesso ma per gli altri, se è possibile va affossato. Per essere tutti identici e uguali nella mediocrità e nell’ignoranza, e possibilmente anche nell’immoralità.

E però senza questi nuclei di aggregazione che vengono dal basso, dal concreto, ma anche dall’alto, e che si inginocchiano di fronte alle necessità delle cose, non scelte fior da fiore, ma capendo che anche le erbacce fanno parte della natura, noi non ridaremo loro vita. Questo è lo spirito del contesto. Ho scritto un libro dedicato a questo tema e intitolato “La forza del contesto”, perché è chiaro che il contesto è quello che dà la vita, che permette alle cose di muoversi, di essere calde: si tratta di un lavoro appassionante, ma che è contrario a molte tradizioni del nostro Paese, è una visione nuova, che nei giovani attecchisce molto bene, lo vedo nella nostra scuola archeologica romana, lo vedo nel FAI, lo vedo in voi e in tantissime altre iniziative che si stanno organizzando. Ma le istituzioni non guardano ad esse, anzi spesso le ostacolano. Certo ci sono fior di soprintendenti che le sostengono, ma per lo più non accade. Per esempio, io ho scavato 30 anni al Palatino, a Roma, ma mi sono sempre sentito come uno straniero perché ero un professore universitario, non appartenevo alla corporazione dei funzionari, eppure ero comunque anche un archeologo. Il problema è che queste diverse parti dello Stato, Soprintendenze e Università, non si parlano: il risultato è, per esempio, che i ragazzi fanno tesi di laurea totalmente libresche, invece di usare queste forze per catalogare un immenso patrimonio che rimane non classificato adeguatamente. E dico di più, si dovrebbero creare quelli che chiamo “policlinici dei beni culturali”, dove il giovane futuro archeologo impara a contatto con lo scavo, la ricognizione, il magazzino, lo scavo di emergenza, invece questi mondi restano totalmente divisi. Lo Stato è burocratico, procede per separazione e, ulteriore aggravante, spesso mal vede la società civile quando invece di limitarsi a stare a guardare, magari a protestare, vorrebbe agire. Ma se c’è una cosa che turba è il fare, che invece è fondamentale. Quindi, la sfida che tutti noi abbiamo davanti è grossa, ma è certo che ne vale la pena.

Introduzione_ Silvia Buchner Photo_ Riccardo Sepe Visconti

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