Tuesday, October 20, 2020

ESSERE BAMBINI ALLA SANITA’

Le scellerate politiche nazionali verso la scuola – stratificatesi in anni di pessima gestione, in cui alla mancata sensibilità verso i temi dell’istruzione e della formazione dei minori, si è aggiunta l’iniquità di trattamento tra il Nord e il Sud d’Italia – hanno ridotto a brandelli ogni speranza di riscatto del Meridione. Il rapporto SVIMEZ 2019 fotografa, con freddo realismo, un quadro desolante di assoluta negazione di qualsiasi prospettiva di crescita culturale per le giovani generazioni di cittadini che vivono al Sud. Le quali, in questo quadro fosco, si affacciano, non dico al futuro ma allo stesso presente, con prospettive di successo assai inferiori a quelle dei coetanei del Nord. Insomma, l’istruzione nel nostro Paese divide l’Italia in due. E tutto diventa ancora più difficile se ci si trova ad agire in un quartiere come la Sanità, considerato area a rischio sociale. In questo impegnativo contesto la figura del direttore didattico di un plesso come la scuola primaria e dell’infanzia Andrea Angiulli, collocata nel cuore della Sanità e che accoglie circa 700 piccoli allievi, assume un ruolo a metà strada tra l’eroico ed il visionario… E non sto esagerando! Il preside Vincenzo Varriale incarna il personaggio di colui che tra mille difficoltà deve – sempre! – dimostrare di essere “la forza tranquilla”. E ci riesce.

Ci racconti le specificità della Andrea Angiulli, scuola dell’infanzia e primaria in prima linea su più fronti, rispetto alla realtà del quartiere in cui si trova, la Sanità, ma non solo.

La Sanità è un quartiere complesso, anche orograficamente, il cuore è ai Vergini, dove ha sede la Angiulli che in quella zona è l’unica scuola di riferimento, ma altre sono dislocate a Miracoli, Stella, alle Fontanelle. Noi abbiamo circa 600 studenti fra scuola dell’infanzia (che un tempo si chiamava asilo) e scuola primaria (cioè le elementari), cui si aggiungono ogni anno almeno 350 studenti della sezione ospedaliera, infatti coordiniamo a livello ragionale questo essenziale servizio (Ndr. Cui è dedicato un articolo in questo stesso numero del magazine). La nostra è una scuola estremamente eterogenea, ci sono famiglie con difficoltà economiche e famiglie di professionisti, di insegnanti; per tradizione iscrivono i figli da noi i lettori dell’Orientale (Ndr. I professori stranieri di madrelingua che lavorano nell’università napoletana), una quota degli studenti viene anche da altre zone della città. Questa apertura che ci caratterizza, questa commistione, costituisce a mio parere il punto di forza di una scuola, perché è dal confronto di più realtà che coesistono e da questo circuito, secondo alcuni cortocircuito, fra le diverse componenti sociali presenti che nasce l’arricchimento. Ricordiamo che la primaria, ma anche la secondaria di primo grado, non sono scuole di informazione ma di formazione del carattere e il confronto dialettico fra realtà sociali differenti aiuta molto nella crescita.

Quali peculiarità ha una scuola destinata ai più piccoli che si trova in un quartiere con tanti problemi come la Sanità?

L’umanità dolente della Sanità è una certezza, ma è una certezza che dà una carica superiore, sono convinto di ciò ed è la ragione per cui voglio lavorare qui. Credo che questo sia un buon momento per pensare di fare qualcosa alla Sanità, c’è una bella rete di assistenza educativa territoriale (per esempio, La Tenda, la Casa dei Cristallini, Punto Luce, Save the Children). E io stesso 3 anni fa ho promosso una iniziativa che mirava a portare a scuola chi opera all’interno di queste realtà: alla Angiulli (e in altre due scuole del quartiere), infatti, gli operatori delle educative partecipano ai consigli di classe, e possono programmare iniziative insieme ai docenti conoscendo la situazione personale e familiare degli alunni che sono presi in carica e seguiti al 100%, spesso anche sabato e domenica. Stiamo realizzando quello che don Antonio Loffredo chiama il ‘sistema Sanità’, che è trasversale e deve coinvolgere anche l’istruzione.

Che rapporto ha con il quartiere della Sanità?

Abito a pochissimi chilometri di distanza da qui ma ignoravo cosa fosse il quartiere; quando sono arrivato, sei anni fa, captavo un’elettricità nell’aria. Ancora non c’era stato il delitto di Genni Cesarano e considero questo gravissimo episodio, l’omicidio durante una stesa di un ragazzo innocente in una delle piazze centrali del quartiere, uno spartiacque. Fino a quel momento, la rinascita del Rione aveva avuto una prima partenza, le giovani coppie – è accaduto anche a miei amici – avevano scelto di comprare la casa alla Sanità. L’alterazione degli equilibri fra le diverse famiglie criminali che sta a monte dell’omicidio di Genni ha provocato un nuovo allontanamento dalla zona, la gente ha avuto paura e si è trasferita. Quando ho iniziato il mio lavoro alla Angiulli per poter capire tutta la complessità che esprime il quartiere ho deciso di seguire gli incontri della Rete Sanità, presieduta da padre Alex Zanotelli, che raccoglie la voce di tutte le realtà presenti, dalla scuola ai commercianti, dai disoccupati al volontariato ed è stato illuminante per me. Ebbene, una delle cose per cui Zanotelli si batte sono gli asili nido o almeno l’istituzione di sezioni Primavera, che accolgano i bambini fra 12 e 36 mesi, mentre attualmente c’è solo un nido privato.

Perché sono tanto importanti le strutture dove lasciare i più piccoli?

In un quartiere così fertile, dove ci sono molte famiglie numerose, la loro diffusione consentirebbe alle giovani madri di lavorare. Oggi dicono che non sanno a chi affidarli, certo potrebbe essere anche un alibi ma in tanti casi è una realtà. Attualmente ho a scuola i figli di una giovane coppia che di bambini ne ha otto! La mamma lavora in una mensa scolastica, ma solo 2 ore al giorno perché come farebbe diversamente ad occuparsi di tanti piccoli?! Potenziare le scuole è sempre un bene, più ce ne sono e più si riesce a raggiungere con efficacia tutti quelli che ne hanno bisogno.

In questa realtà per certi versi di frontiera che ruolo hanno gli assistenti sociali?

Un ruolo strategico, perché in un contesto come la Sanità in cui la dispersione scolastica da un certo momento in poi del percorso formativo è molto alta, devono collaborare con le scuole per ridurre i fenomeni di predizione della dispersione. Esiste un protocollo comunale specifico dedicato alla dispersione scolastica, ma sarebbe necessaria una maggiore interazione con noi, spesso infatti come preside non posso agire in prima persona e ho bisogno del loro aiuto. Ma purtroppo hanno tempi di intervento lunghi e ciò rallenta l’azione educativa che fa da parte sua la scuola. Va detto che, sicuramente, hanno anche un problema di carenza di organico, sono pochi rispetto al numero di interventi che sono chiamati a fare.

Quali sono i campanelli d’allarme che fanno scattare il protocollo di intervento della scuola in cooperazione con i servizi sociali?

Se il bambino, per esempio, fa troppe assenze e da parte mia immagino che la famiglia si trovi in condizioni di svantaggio socio-culturale o sia una famiglia multiproblematica, li contatto ed i servizi sociali devono eseguire una visita domiciliare per mettere a fuoco le criticità da affrontare. Purtroppo, spesso tutto questo meccanismo si innesca con lentezza, perdiamo tempo prezioso e diventiamo meno efficaci rispetto alla finalità di ristabilire il rapporto che si è allentato fra scuola e famiglia. La prima persona che deve monitorare le assenze degli studenti è il docente, che con le famiglie ha un contatto quasi quotidiano, infatti i bambini così piccoli arrivano a scuola accompagnati. Il protocollo sulla dispersione richiede che la segnalazione si faccia già a partire da 6 assenze non motivate, ma io in una prima fase preferisco convocare i genitori alla presenza dell’insegnante referente per la dispersione. Ascolto le loro motivazioni, acquisisco informazioni: per esempio accade che la mamma abbia avuto da poco un altro figlio, o che sia una ragazza madre, o ancora che il padre sia in carcere, per cui essendo sola non riesce ad accompagnare tutti i giorni il bimbo a scuola. Compreso il problema, cerco di risolverlo, per esempio spingo perché si organizzino e lo accompagni un altro familiare. Al 75% dei casi, essendo una scuola primaria la situazione negativa si supera, in tutte le primarie, infatti, il fenomeno della dispersione è molto contenuto, perché quando sono così piccoli i genitori hanno un maggior piacere che i figli siano a scuola. I casi per cui chiedo l’intervento dei servizi sociali sono quelli dei bambini multiproblematici, per esempio figli di una ragazza madre che è ai domiciliari, per cui non posso neanche ottenere da lei una delega firmata, poiché non posso avere un contatto diretto, ecco in casi così tocca a loro agire. E spesso dalla mia segnalazione all’intervento passa ben più di una settimana. Mentre si deve intervenire immediatamente, quindi la presenza dei servizi sociali va potenziata, non dimentichiamo che siamo in quartieri definiti aree a rischio.

Quali sono i fattori predittivi della dispersione scolastica che considera i più allarmanti?

Il disagio, il disinteresse culturale, il fatto che la famiglia demandi alla scuola l’intero compito educativo, senza assumersi il suo ruolo di controparte. Teniamo conto che accade di avere a che fare con genitori giovanissimi, adesso, per esempio, ho un padre diciassettenne di un bimbo che va alla scuola dell’infanzia ed essendo il papà ancora minorenne non posso dargli il bambino all’uscita. Ho rischiato di “abuscare” la prima volta che mi sono rifiutato di consegnarglielo. Posso darlo ai nonni, alla mamma che ha 18 anni ma non a lui…! E capirà che quando si è così giovani non si dà tanta importanza alla scuola. E ancora se si hanno 3-4 figli, la preoccupazione primaria è sbarcare il lunario e non la scuola, l’educazione dei figli. Queste famiglie scelgono spesso il tempo pieno (i bimbi stanno a scuola dalle 8.00 alle 16.00, e con i progetti che attiviamo quasi sempre rimangono fino alle 18.00, il pomeriggio facciamo attività motoria, ludico espressiva, ricreativa, informatica, pittura, drammatizzazione) e per loro è un bel sollievo. Quindi, se è vero che ci sono famiglie che parcheggiano i figli a scuola, è tuttavia nostro preciso compito mantenere vivo lo scambio con la famiglia perché il lavoro educativo sia efficace.

Tuttavia, è una realtà che la dispersione scolastica alla Sanità tocca punte altissime.

Il fenomeno della dispersione scolastica fino alla terza media è molto contenuto, perché famiglia e sistema scuola sono ancora garanti, il problema esplode nel passaggio fra terza media e primo biennio del superiore, dai 13 ai 16 anni, ed è a questo fenomeno che fanno riferimento le percentuali effettivamente elevatissime di abbandono della scuola, e per questa fascia di età si dovrebbe lavorare molto. Se, infatti, gli adolescenti non acquisiscono gli strumenti di base, per loro il rischio di rimanere ai margini cresce moltissimo. Il lavoro che si sta facendo alla Sanità, con l’attivazione dei POR (piani operativi regionali) è di prendere in carico questi ragazzi dalla scuola dell’infanzia fino alla secondaria di secondo grado, di seguirli nella scuola e nell’extrascuola, di veder colloquiare l’operatore scolastico con l’educatore, con la famiglia per favorire al massimo e garantire quello che oggi si chiama il successo formativo, di ciascuno e di tutti.

A che punto siete in questo cammino?

Molto si fa e molto si deve ancora realizzare e devo dire che le figure carismatiche di Antonio Loffredo e Alex Zanotelli sono molto utile per noi, costituiscono dei trait d’union che ci consentono di far crescere e camminare il sistema.

Interview_ Silvia Buchner Photo_ Riccardo Sepe Visconti e Web

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