Tuesday, October 24, 2017

TERREMOTO DEL 21 AGOSTO 2017: PERCHE’ E’ SUCCESSO?

Text_ Antonino Italiano e Massimo Mattera – geologi

L’isola d’Ischia ha le sue rughe… sono le sue faglie, in svariate tipologie e dimensioni. E, proprio come le rughe, le faglie parlano delle sue origini, dei suoi terremoti, dei suoi scuotimenti tettonici, delle sue eruzioni. Parlano dell’isola, in toto, che SI TRASFORMA. Le faglie, come le rughe, sono le pagine di un libro antico quanto l’isola: oggi drammatiche e odiate, un tempo, prima che fosse abitata, NO. Perché, allora, ci regalarono, appunto, l’isola. Facciamo un salto indietro nel tempo di qualche milione di anni, quando l’Europa e l’Africa si avvicinavano, determinando nel Mediterraneo corrugamenti e fratture attraverso cui il magma risaliva.

Giunto a contatto con il mare, si produssero violente eruzioni sottomarine (sia esplosive che effusive). Le lave e i prodotti piroclastici si accumularono sulle fratture, solidificandosi, stratificandosi insieme ai sedimenti provenienti dalla catena appenninica, diedero vita a enormi strati di depositi (roccia). Terremoto dopo terremoto, eruzione dopo eruzione, tali depositi si innalzarono dai fondali finché, nei secoli, nei millenni, finirono per emergere dal mare: fu così che si eresse un enorme cono, un’isola, Ischia, con un perimetro maggiore dell’attuale. Quel vulcano, Ischia, era come un bimbo; aveva la pelle liscia, priva di rughe, perché le fratture da cui era sbucato giacevano sotto l’isola, sotto enormi coltri di depositi. Aveva pochi millenni, pochi battiti per l’orologio geologico. Ma le cose cambiarono qualche battito più tardi, tra i 150.000 e 75.000 anni fa. Responsabile ancora una frattura. Stavolta ad andamento curvilineo e, ancor oggi desumibile perché, lungo più punti di questo circolo, giacciono alcuni “duomi lavici”… Che? Beh, si immagini magma che inizia a fuoriuscire da una frattura; se il magma è troppo denso, allora non riesce a scorrere, a formare colate di lava, ma si addensa sulla frattura e, impilandosi, forma veri e propri colli di lava, duomi, appunto, come quello su cui si arrampicano le costruzioni del Castello Aragonese o quello di Sant’Angelo.

Rughe, faglie, pagine… tante, tantissime…

E, così, nei tempi, l’isola ha assunto l’aspetto attuale (vedi figura).

Niente si distrugge, tutto si può solo trasformare. Il magma diventa roccia, la roccia si trasforma. Perché è sottoposta a terremoti, piogge, frane, eruzioni o, ancora peggio, all’azione antropica. Cosa ne sarà di Ischia tra 300.000 anni? Sono troppi e, per questo, ce ne occupiamo poco. Occupiamoci del futuro immediato, gli anni, i decenni (speriamo), i battiti dell’orologio che scandiscono le nostre rughe, quelle dei nostri cari e di chi ci vuole ascoltare.

A costoro, per costoro, parliamo di un’altra pagina… Intorno al VI sec. a.C., lungo una frattura a direzione SW-NE, si aprì un centro eruttivo e si produsse un’eruzione che culminò con la formazione del Bosco dei Conti (un cono piroclastico). La violenza dell’eruzione destò profondo sgomento sugli abitatori di allora. Secondo molte fonti, erano i Calcidesi e gli Eretriesi, popolazioni originarie dell’Eubea (Grecia), che, poco più di un secolo prima, abbandonate le proprie terre e dopo un lungo periplo attraverso il Mediterraneo, si stabilirono in quel di Lacco Ameno dove fondarono Pithecusa. Ebbene, successe che, dopo l’eruzione, i Calcidesi, a differenza degli Eretriesi, lasciarono l’isola e scapparono verso il vicino continente dove avrebbero fondato Cuma.

Ischia è un’isola straordinariamente ricca. Deve gran parte della sua ricchezza alla sua natura vulcanica perché, oltre alle fonti termali, i prodotti vulcanici disfacendosi arricchiscono i suoli rendendoli particolarmente feraci. Succede (successe) a Ischia, così come per esempio nei vicini Campi Flegrei. Gli Eretriesi preferirono non abbandonare l’isola perché accettarono il pericolo di una nuova eruzione o, anche, di un terremoto. Lo fecero perché Ischia poteva dare loro ciò che non aveva potuto dare l’Eubea: raccolti floridi, argille (per produrre le ceramiche), boschi (quindi legname per i forni), porti naturali, sorgenti d’acqua, termali e non, tutto. Scelta legittima. I Calcidesi, nonostante i travagli del lungo viaggio, nonostante avessero trovato un piccolo paradiso, non se la sentirono di restare. Ebbero paura e scapparono. Scelta altrettanto legittima.

Chi vive a Ischia (così come in un qualsiasi territorio esposto ai rischi naturali) deve essere conscio che sono possibili (probabili) frane, sismi, alluvioni e mareggiate, eruzioni.

L’EVENTO

Al momento in cui scriviamo i dati relativi alla localizzazione dell’area focale del sisma del 21 agosto 2017 diffusi dall’INGV sono ancora piuttosto incerti, quindi le considerazioni che seguono si basano sugli effetti visibili e su osservazioni tanto consolidate quanto datate.

Primo: i maggiori danni (l’epicentro) sono localizzati nella parte alta di Casamicciola Terme e Lacco Ameno. La sorgente delle onde (l’ipocentro) dovrebbe trovarsi a poca profondità, entro uno o due chilometri dalla superficie.

Secondo: è accertato che negli ultimi decenni si registra un lento ma diffuso abbassamento dell’isola. A questa discesa non è estraneo l’Epomeo la cui cima cede mediamente 8 millimetri all’anno.

Terzo: i dati geochimici e fisici (degassamento, temperatura, composizione chimica) relativi all’isola d’Ischia, pubblicati dall’Osservatorio Vesuviano (Sezione di Palermo) fino all’anno 2009, non mostrano variazioni significative da 40 anni. Per esempio, se le temperature dei fluidi non calano e non varia la composizione isotopica del gas elio nel tempo, non si può ipotizzare un raffreddamento del sistema magmatico. Il geyser comparso a Panza nel 1996 ne è una conferma.

Quarto: il monitoraggio geodetico della rete GPS non offre spunti significativi come rigonfiamenti, avvallamenti o traslazioni planimetriche.

Quinto: la catena appenninica si abbassa gradualmente verso est e il suo limite superiore (top del Mesozoico) si trova a circa 2500 metri di profondità (rispetto al livello del mare) in corrispondenza dell’Epomeo; quindi il bacino magmatico si valuta essere impostato sopra le rocce carbonatiche mesozoiche a circa -2000 metri.

Sesto: il quadro tettonico è, almeno localmente, distensivo. Il che dà luogo ad un inarcamento verso il basso del substrato (crosta). Per capirci: si immagini la pasta che, sospesa dalle mani dal pizzaiolo, si assottiglia e si inarca verso il basso trascinando tutto quello che c’è sopra. Nel nostro caso sopra ci sarebbe l’Epomeo che si abbassa lentamente.

Queste sei considerazioni ci inducono a congetturare, in attesa di altri dati ufficiali, che l’abbassamento del pilastro Epomeo, non dovuto a raffreddamento del bacino ma alla tettonica distensiva appunto, abbia fatto mancare l’appoggio, lungo una faglia a nord dell’isola, ad imponenti cunei di tufo verde e alle coltri terrigene superiori, cioè alle frane stabilizzate costituenti i terreni di fondazione delle zone terremotate. La conseguente liberazione di energia, sotto forma di onde elastiche, ha manifestato in pochi secondi un fenomeno in atto da decenni e passa. Dunque ci si deve attrezzare per convivere con una Natura madre e matrigna. La ricostruzione delle zone terremotate deve procedere con la redazione di un piano urbanistico che preveda ampi spazi pubblici, concentrando le esigenze abitative in fabbricati resistenti al sisma atteso (fosse anche il Big One) e mettendo in sicurezza gli edifici di valore culturale. I fabbricati che non rispettino le norme antisismiche e che risultino in contrasto col nuovo disegno urbanistico vanno sacrificati. Questa è materia di urbanisti, architetti e ingegneri da cui dipende gran parte della rinascita di Casamicciola.

Si deve volare alto! Si inventino forme adatte al territorio. Si devono studiare gli adattamenti all’isola di tecnologie antisismiche nuove, adottate in Giappone o in California, e antiche (le piramidi). Non sono necessari casermoni o bunker: le imbarcazioni che vediamo nei nostri porticcioli sono esempi di costruzioni perfettamente antisismiche, perché possono sopportare qualunque oscillazione. Perciò senza rinunciare alle volumetrie e al lusso si possono realizzare costruzioni ricche e funzionali. I geologi professionisti suggeriscano in che modo ancorare i manufatti al terreno di fondazione. Insomma, sbizzarrirsi sui nuovi materiali da impiegare con intelligenza, per la bellezza della nuova Casamicciola.

Si dice che la Grande Storia spesso si è servita delle Piccole Isole, adesso tocca a noi misurarci con una sfida altrettanto storica. Si presenta un’occasione per dimostrare al Mondo che un’isola vulcanica può essere vissuta da residenti e turisti in tutta sicurezza. Vietato sbagliare. L’alternativa di fare affidamento sull’oblio del tempo non va presa in nessuna considerazione.