Wednesday, December 11, 2019

Text_Chiara Nocchetti Photo_ICity Agency

La prima cosa che salta all’occhio, quando si arriva al Rione Sanità, è il gigantesco ponte che sovrasta il quartiere.

Maestoso, imponente, monumentale.

Sia che vi si giunga percorrendolo tutto, sia che vi si finisca quasi per caso, spuntando da un vicolo, il ponte è il principio e la fine di questo piccolo pezzo di terra che brulicante riposa tra le braccia di Partenope.

Poco dopo il mio arrivo nel quartiere mi sono accorta, sorprendentemente, del ruolo peculiare che il ponte avesse al punto da renderlo, come qui sento ripetere spesso, l’unico ponte al mondo che invece di unire separa.

Tutto, nella mia Napoli, ha una storia ed un senso.

Il Rione Sanità, che della Città amplifica l’eco e sublima il ricordo, custodisce le storie più incredibili di tutte.

L’idea di costruire il ponte nacque dalla necessità di collegare la Reggia di Capodimonte al centro cittadino, separati dalla ripida contrada del Casciello, colle dove si ergeva la chiesa di Santa Teresa degli Scalzi.

Giuseppe Bonaparte diede il via ad un complesso lavoro, portato a termine qualche anno dopo dal suo successore Gioacchino Murat.

Per proseguire il percorso verso la reggia, diventata residenza reale, era necessario scavalcare l’ampia valle della Sanità ed il ponte apparve al sovrano come la più semplice delle soluzioni.

I lavori iniziarono il 15 settembre 1807 tra demolizioni, difficoltà di reperimento delle materie e delle risorse economiche e terminarono nel 1809.

Le ingenti spese furono in parte coperte anche con la vendita dei materiali preziosi, legno e tegole del Convento della Sanità e delle case situate sulla traiettoria.

Dalla lettura delle carte dell’epoca si viene a conoscenza della scandalosa scoperta di un assassino di Maiori tra i “travagliatori” del Ponte; episodio gravissimo che allertò le autorità costrette ad emanare un’ordinanza in seguito alla quale, per far dimora nella Capitale e suo Circondario, tutti dovevano essere muniti di carte di soggiorno.

Il ponte dunque, nato per permettere al sovrano di muoversi più agevolmente tra le sue residenze urbane, portò al progressivo isolamento di un piccolo fazzoletto di terra che finì per giacere dimenticato nel ventre della Città.

Improvvisamente il quartiere perse la sua funzione nevralgica di luogo di collegamento, al punto da chiudersi sempre di più al resto del mondo, restandone estraneo, al tempo stesso protetto e lontano.

Comincia così l’isolamento urbano che porta il Rione Sanità a trasformarsi, da centro storico e culturale, in un quartiere-ghetto apparentemente impermeabile alla contaminazione esterna e del resto della Città.

Ha una ragione storica ben precisa, dunque, l’origine del declino di questa terra ed è intuibile, quando ci si perde tra i suoi vicoli, quale sia stato l’enorme prezzo da pagare per il Rione Sanità.

Al Rione Sanità non ci si finisce per caso, lo si può scavalcare agilmente, dimenticandosene, come con una cosa rumorosa e sporca, che infastidisce e graffia.

Ci si deve venire di proposito, è una discesa, un percorso che porta, inevitabilmente, ad addentrarsi in un dedalo di stradine e vicoli.

Mi piace, appena metto piede nel chiostro della Basilica di Santa Maria della Sanità, alzare gli occhi al cielo e sbirciare questo muro immenso che taglia l’azzurro a metà e copre la chiesa come a proteggerla.

Qualcuno mi ha detto che non si può essere allo stesso tempo cura e ferita, antidoto e veleno.

Il ponte, ai miei occhi, mischia tutte le carte e sovverte le regole.

In questa Città io sento che nulla ha realmente la forma che una prima occhiata veloce e fugace potrebbe suggerire.

Nulla.

Tutto esiste perché esiste il suo opposto, tutto ha un ordine perché è inserito nel disordine.

Napoli è una terra di contrasti.

E il Rione Sanità li sublima ed amplifica in pochi passi.

La rinascita del quartiere negli ultimi dieci anni trova il principio e si sviluppa proprio all’interno di questo contrasto.

Attirare chi nel quartiere non aveva mai messo piede è diventata la missione delle cooperative e delle realtà che vi operano.

Spingere a guardare oltre, a scavalcare il ponte che, da impedimento fisico, aveva finito per rappresentare un ostacolo morale e categorico.

Una discesa nella bellezza del mistero, ripetono i miei amici della Cooperativa La Paranza.

Un perdersi, per ritrovarsi.

Ma la storia non si ferma, non si arresta.

Poco più di un secolo dopo la sua costruzione, durante le quattro giornate di Napoli, i tedeschi, costretti alla ritirata dalla sommossa popolare, tentarono di distruggere il ponte per tagliare qualsiasi collegamento con la zona nord della Città.

Si racconta che a salvare il ponte dalla distruzione sia stata una donna, Maddalena Cerasuolo, a cui, dal 1943, il ponte è ormai dedicato.

Una targa troneggia a pochi passi dall’ascensore che porta alla Sanità e ricorda la donna, partigiana, che salvò il ponte e la sua terra.

Ancora una volta una donna, in questo quartiere che alle donne più e più volte ha dovuto la vita.

Femmina, mi hanno detto più volte, il Rione Sanità è femmina.

Qui le donne sono pilastri che sorreggono ponti senza scale e senza archi, dove gli uomini sono spesso lontani, spesso distanti, spesso indifferenti.

Una storia di vita, morte, passione, senso di protezione e attaccamento per questa terra che non salva, non protegge, non guarisce, ma perdona.

I più anziani del quartiere mi hanno raccontato spesso di leggende spaventose che sembrano abitare le pietre del ponte.

Durante le notti di pioggia, mi hanno ripetuto a bassa voce, è possibile sentire le urla e i pianti di chi nei secoli dal ponte si è gettato in preda alla più nera disperazione.

Quanta vita si nasconde in questa terra e in queste mura e quanto mi piace respirarla.

Perdersi, da quando sono al Rione Sanità, non è più un timore.

È un augurio, un auspicio, una inevitabile conseguenza.

Solo perdendosi, lasciandosi sorprendere, rapire, affascinare, è possibile cogliere l’anima di una terra così antica e fragile.

Qui un ponte non è semplicemente un ponte, una strada non è solo una strada, una chiesa non è esclusivamente una chiesa.

La vita si infrange, rotola, frana, ma non si arresta.

E noi dobbiamo semplicemente prestarle ascolto.

Capirai, ha scritto qualcuno, solo quando avrai dimenticato ciò che sapevi prima.

E qui, al Rione Sanità, è l’unica strada possibile.

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