Monday, June 29, 2020

NABI GALLERY: VISIONARIA, dunque partenopea

Nabi Interior Design è una geniale galleria d’Arte contemporanea che sorge nel cuore di Napoli, catapultata al centro dell’attenzione del dibattito nazionale (e non solo) per la potenza di alcune installazioni dalla indubbia vis polemica. Abbiamo incontrato Biancamaria Santangelo scenografa, esperta di interior design e adesso gallerista che l’ha ideata e fondata insieme ad Anna Palladino. Per parlare delle opere che hanno spinto anche il mondo della politica a “dire cose”, e dello stimolante periodo che l’arte contemporanea napoletana vive grazie a una ritrovata creatività.

Nabi nasce come showroom di arredamento e non come galleria d’arte: cosa ti ha portato ad interessati di arte contemporanea?

Da 30 anni mi occupo di progettazione architettonica e interior design, lavorando nell’hospitality e per abitazioni private, mi muovo in vari ambiti e per me non è concepibile progettare uno spazio senza pensare al “luogo dell’arte”. Fotografia, pittura o scultura devono essere presenti: come la letteratura e la scrittura ci arricchiscono e rendono la vita più bella, e mi sono sempre mossa in questo modo, pensando, in ogni progetto, a quale potesse essere lo spazio in cui inserire una scultura o quello destinato ad un quadro. Allontanandomi da Napoli per la mia professione, però, soprattutto nell’ultimo periodo in cui ho lavorato a New York, ho spesso riscontrato la mancanza qui da noi, di gallerie dove portare i clienti a vedere da vicino le opere. Presentando gli artisti solo attraverso quanto c’è di loro in rete o con un portfolio, infatti, di frequente mi sono sentita dire “è troppo folkloristico”, “siete ancora troppo legati al Vesuvio, a Pulcinella”. Provinciali, insomma. Questo mi dispiaceva un po’ perché, nonostante sia sempre in viaggio, la mia città la vivo, visito gli studi degli artisti e quindi mi chiedevo: “Ma perché continuano a vederla così?!”.

Non è che stai tirando in ballo Lello Esposito se mi parli di Pulcinella…? Tra l’altro proprio in questi giorni si possono ammirare a Napoli le “Luci d’artista” firmate dall’artista napoletano...

Sì, è possibile che sia influenzata anche da quello… Ma per tornare alla scintilla da cui è scaturita la mostra, la svolta c’è stata quando grazie a un cliente, amatore e cultore dell’arte, 4 anni fa ho conosciuto Emanuele Scuotto, fratello di Salvatore. E’ stata una grande emozione. Da lì è nata, infatti, l’idea di provare a presentare una determinata arte napoletana che condivido e amo, in modo da sfatare questo mito secondo cui è folkloristica e provinciale. Tuttavia, non mi sentivo del tutto all’altezza di questa missione, perché fare la gallerista è un’altra cosa, io sono scenografa, specializzata in interior design, e mi avvalgo di architetti per i miei progetti.

Colgo una contraddizione in ciò che dici: affermi di volerti dissociare dall’arte napoletana legata all’immagine di Pulcinella, e tuttavia l’opera principale esposta “E’ finita la pacchia” di Salvatore Scuotto (Ndr. Altre foto dell’opera sono nell’intervista a Scuotto), di cui si sta parlando tantissimo e che ha scatenato anche molte polemiche, sicuramente strizza l’occhio all’arte del presepe. E cosa caratterizza Napoli più del presepe?!

Nel nome della collettiva Virginem=Partena abbiamo sintetizzato il fatto che si parte sicuramente dal background napoletano degli artisti, per cui Partena (che richiama le origini della città di Napoli, secondo il mito fondata dalla sirena Partenope), unito al concetto che si entra in uno spazio vergine. Gli artisti dovevano avere, quindi, una matrice napoletana, ma allo stesso tempo dimostriamo come essendo napoletani, quindi persone di cultura, ironia e larghe vedute, riescono ad andare oltre. Così, Emanuele Scuotto è rappresentato, sì, dai suoi San Gennaro e dalla Bella ‘Mbriana, ma c’è anche il “Crocifisso” (Ndr. La foto dell’opera apre l’intervista a padre Alex Zanotelli) che non è un’icona regionale bensì mondiale, nelle sue mani matrice presepiale e stile barocco convivono benissimo con simboli planetari. Salvatore Scuotto MoraleS, poi, con quel suo tratto da vignettista…! Io lo paragono ai writer, lui fa in scultura quello che il writer fa con i graffiti. Quindi le radici sono quelle della tradizione presepiale, ma i temi che ha toccato con le sue opere vanno oltre…

Come tanti, sono molto affascinato dalle botteghe dei pastori di San Gregorio Armeno e anche lì trovi molte sculture in forma di pastore che rappresentano Salvini – fra l’altro mi è capitato che, quando ho dovuto parlare di lui sulla mia rivista, non ho messo la foto di Salvini ma quella del suo pastore realizzato da Marco Ferrigno…!

In verità, mi ha dato fastidio che di tutta la produzione artistica di Salvatore Scuotto MoraleS che esponiamo nella collettiva sia stata estrapolata solo la scultura che raffigura Salvini che spara ai migranti con un’arma come quelle dei videogiochi (“E’ finita la pacchia!”). Con il preciso intento di creare una polemica. So che Scuotto è già andato oltre e non è felice del fatto che tutta la sua creatività e arte restino impantanate in quest’opera, è impegnato a rilasciare interviste mentre le sue mani vorrebbero produrre. Altre sue opere presenti qui, che ugualmente esprimono questa sua visione fumettistica, di artista metropolitano, non hanno avuto lo stesso impatto mediatico. Penso a “Glu glu glu” (Un centrotavola a forma di mano che ruota, mostrando il dito medio, atto finale e disperato di riscatto di quanti muoiono in mare nell’indifferenza di chi potrebbe salvarli), al “Portapastelli” (La bocca spalancata in modo forzato di un uomo di colore raccoglie tanti pastelli che mostrano la marca “Io non sono nero”), penso a “Mamma negra”, che è poesia pura (Una donna di colore incinta alza una mano supplicando, mentre con l’altra regge a fatica il suo grembo). Trovo sterile questa polemica, perché vorrei che si guardasse a MoraleS in modo meno parziale. È una persona che con l’arte fa politica perché parla di temi scottanti? Il problema dell’immigrazione ce l’hanno in tutto il mondo occidentale…

Passiamo al terzo artista che espone nella collettiva, Pasquale Manzo.

Lui lavora la cartapesta, una tradizione napoletana antichissima se pensi ai carri allegorici realizzati con questo materiale presenti in tutte le feste religiose e di tradizione della regione. E’ vero, anche con Manzo ritorna l’icona di Pulcinella, dilatata però in forme sottilissime e liriche, che guardano anche alla poetica francese, e riescono ad esprimere appieno la napoletanità che ha dentro in un grafismo diverso da quello tradizionale, della maschera goffa, coperta di tanto tessuto. I suoi Pulcinella rappresentano Napoli proprio nel loro essere poeti e figure evanescenti, nel passare dalla risata alla malinconia.

Quella che mi hai raccontato fino ad ora è la “parte buona”, e però “l’operazione” costituita dalla mostra Virginem=Partena non contiene forse anche una dose di cinismo? E mi spiego meglio: questa galleria ha certo una clientela sofisticata, culturalmente in grado di giocare con gli spunti che vengono da provocazioni forti e l’installazione “E’ finita la pacchia”, con Salvini protagonista, anche grazie alle polemiche sollevate proprio dal diretto interessato che l’ha definita “uno schifo”, vi ha messo al centro dell’attenzione mediatica e della critica. Insomma, se la galleria Nabi oggi fosse quotata in Borsa, le azioni sarebbero in forte rialzo!

Le cose andavano già bene, anche se sono arrivati a dire che avevamo preso finanziamenti dai partiti, ma non è assolutamente vero, anzi ci siamo autofinanziati. Come ho detto, quando creo un progetto non riesco a non pensare allo “spazio dell’arte”: è chiaro che quando do un consiglio ai clienti potrà essere accettato ma anche respinto, e allora la passione, l’amore che nutro per il mio lavoro è talmente forte che, a volte, rinunciare a delle decisioni per andare incontro ai gusti di chi mi commissiona un progetto mi fa soffrire. Quando vedo lo spazio sulla parete, prima ancora di pensare all’arredo già ho in mente la fotografia da metterci e come illuminarla. È il mio modo di essere, per me quelle superfici sono un copione da interpretare. Se parliamo di cinismo, allora metto al primo posto il mio ego di progettista, mi piace che i clienti mi vedano come una persona che ha una sensibilità artistica, un gusto educato all’arte e quindi in grado di consigliarli. E oggi tutti riconoscono bello questo spazio anche quando è vestito unicamente di arte e di luce. Mio fratello Diego mi ha aiutato realizzando i video e le foto, l’illuminazione è di Luigi Leonardi, il mio tecnico di fiducia, un giovane imprenditore campano che vive sotto scorta perché non ha voluto cedere alla camorra e da poco ha vinto il premio Borsellino. Insomma, non solo gli artisti sono figure di grande prestigio, ma anche tutti i professionisti che mi hanno affiancata in questa impresa.

E’, invece, molto interessato alla contemporaneità urbana il quarto artista in esposizione, Marcello Silvestre.

L’ho conosciuto in rete, cercavo un artista che avesse un carattere molto geometrico, in linea con il gusto attuale. Le sue opere mi sono piaciute subito, gli ho mandato un messaggio su Instagram in inglese perché credevo fosse di Berlino ma lui mi ha risposto dicendomi che era di Aversa! Essendo un architetto, elabora il bozzetto in 3D, ma realizza le sculture come si faceva una volta, con la cera, gli stampi e le fonderie. Anche Marcello nasce col Vesuvio, con Pulcinella, ma qui abbiamo esposto l’opera “Non finito” che fa parte della serie in cui racconta il rapporto indissolubile fra le persone e la città.

Arriviamo quindi alle note dolenti, prima fra tutte la popolarità inattesa, dovuta quasi esclusivamente alle rimostranze di Salvini, che è stato per voi un fenomenale sponsor. La polemica a livello di notorietà ha senz’altro giovato, tuttavia (per questo parlo di nota dolente) rischia di avere un effetto fagocitante su tutto il resto…

Credo che Salvatore Scuotto abbia saputo gestire bene la situazione. Essendo anche un uomo di grande generosità, in ogni intervista non ha mancato di menzionare gli altri artisti e il vero scopo della mostra. Poteva cavalcare l’onda della notorietà da solo (anche perché lui da solo ne sta pagando le pene) ma non lo ha assolutamente fatto. Io ho scritto un unico post nella mia pagina Fb sulla questione, ma ho rifiutato alcune interviste perché non sono interessata a parlarne, non era quello il mio obiettivo. Posso dirti che la sera dell’evento c’erano circa 400 persone, e non per Salvini, ma per gli artisti. Mediamente faccio 3-4 eventi all’anno e ciascuno di essi ha una media di 300 visitatori a presentazione. L’interesse che stiamo suscitando a livello nazionale sicuramente ci fa piacere, sarebbe sciocco non ammetterlo, però mi dà fastidio che si parli in maniera volgare e sbagliata dell’arte di Scuotto MoraleS.

La cosa più volgare che è stata detta – intendendo questo termine nel senso di “pensiero cattivo”? E come vorresti replicare?

La più sciocca è, sicuramente, che siamo finanziati dai partiti, ma anche che Salvatore con la sua opera voglia fomentare l’odio (Ndr. Questa affermazione è del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese), quando invece il suo intento era proprio l’opposto, ovvero realizzare una scultura che parlasse della sofferenza dei migranti.

Salvini, però, non è una persona conosciuta per essere un raffinato intellettuale. Quindi, non puoi aspettarti un giudizio intellettuale da un “non intellettuale”, la sua reazione è stata in linea con la sua persona ed il suo ruolo.

E proprio per questo non ho voluto commentare. Personalmente, non mi interessano le opinioni di Salvini, non è stimolante per quello che intendo realizzare. Voglio piuttosto che si parli della cultura napoletana, delle tante cose che i napoletani hanno ancora da dire.

Il lavoro che fai con la tua galleria e con la mostra Virginem=Partena in particolare può contribuire a sdoganare Napoli (che per me resta una delle città più colte al mondo) dal suo provincialismo e a portarla alla ribalta internazionale? Riuscirai, ad esempio, a fare un gemellaggio con i tuoi amici galleristi di New York?

Il mio intento è proprio quello. Devo dire che quando entravo nelle gallerie di SoHo, appena sentivano che venivo da Napoli impazzivano e mi parlavano degli artisti partenopei che stavano cercando di portare a New York, quindi l’interesse c’è, chi ama l’arte e la cultura conosce il valore della nostra Città. Il mio intento è senz’altro quello di liberare Napoli da una regionalità che secondo me non ci appartiene. Proprio per questo, per la comunicazione ci siamo affidati ad un addetto stampa che curerà le pubbliche relazioni con riviste che hanno un respiro internazionale; ugualmente per il web ci siamo affidati all’agenzia Santangelo Studios che farà un lavoro capillare di comunicazione on-line. Con la bravura di Salvatore e, credo, anche la mia cercherò di utilizzare questa onda d’urto in maniera propositiva, non impelagandomi in una sterile polemica politica, ma facendone un’occasione per parlare di arte.

Interview & Photo_ Riccardo Sepe Visconti

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