Thursday, June 13, 2024

n.08/2006

Photo: Guardia Costiera Napoli
Text: Barbara Mussi

 

Continuando il nostro viaggio tra le specie di cetacei che abitano le acque di Ischia, è giunto il momento di parlare dei tursiopi (Tursiops truncatus), i delfini più famosi perché portati alla ribalta dalla serie televisiva “Flipper”.
I tursiopi sono grossi delfini costieri, di colorazione grigia uniforme, con il rostro schiacciato, che ha valso loro il nome inglese di “naso a bottiglia” (bottlenose).
Tursiope è una specie di cetaceo molto intelligente ed adattabile, si può avvistare anche in acque molto basse ed inquinate come quelle del Molo Beverello o di bacino S. Marco a Venezia. Ogni tanto, nelle sue esplorazioni costiere arriva persino a risalire i fiumi, come l’iperodonte boreale (Hyperoodon ampullatus) del Tamigi…
A conferma dell’opportunismo che lo caratterizza, tursiope mangia di tutto, dalle specie di fondale a quelle di superficie, cogliendo ogni occasione per sfruttare quello che l’ambiente gli offre.
E’ tristemente famoso tra i pescatori di “tramaglio” (rete costiera a basso impatto ambientale, tipica della pesca artigianale) per i “furti” perpetrati alle reti, che vengono attaccate dai delfini alla ricerca di cibo.
L’intelligenza di quest’animale fa sì che esso ricordi perfettamente una facile occasione di predare, ed ecco che gli stessi animali finiscono per tornare negli anni, spiando le abitudini, gli orari e le zone di pesca dei pescatori, che spesso rinunciano a buttare le reti quando gli animali sono in zona, per evitare danni alle attrezzature.
A causa di questa cattiva abitudine, negli anni ’50 tursiope fu considerata una specie cacciabile, insieme a foca monaca (Monachus monachus), poiché dannosa per l’attività di pesca.
Si arrivò al punto di porre una taglia sulla testa dei delfini, raddoppiandola in caso di uccisione di femmine gravide. Fu una strage alla quale i tursiopi riuscirono a sopravvivere grazie alla loro natura acquatica, che permise loro di fuggire al largo, evitando i cacciatori. Ben diversa fu la sorte della foca monaca che, dipendente dalle spiagge per la riproduzione, fu sterminata con la complicità degli stabilimenti balneari crescenti, che “civilizzarono” i litorali rendendoli inadatti per la riproduzione di foche e tartarughe.
Oggi è cresciuta la consapevolezza dell’importanza di questi animali, considerati specie protette, ma soprattutto ci si è resi conto che siamo noi uomini a predare sconsideratamente i mari arrivando a cancellare interi ecosistemi per soddisfare i nostri guadagni.
La specie tursiope sembra essere in leggera ripresa e data l’indole opportunista che la caratterizza, speriamo di cuore che possa raggiungere i livelli del passato.
Ma eccoci al punto critico: proprio quest’estrema adattabilità a cibo e territorio, ha fatto sì che i tursiopi venissero catturati in mare ed esposti negli acquari/delfinari di tutto il mondo.
Premesso che ritengo inadeguato il mantenimento in cattività di qualsiasi specie animale e un falso pretesto i programmi di educazione ambientale svolti all’interno di zoo, bioparchi (così oggi vengono mascherati) ed acquari, esistono specie viventi molto più adeguate alla vita in prigionia che non i delfini.
In libertà, il territorio di questi animali supera le 100 miglia e la loro velocità di nuoto arriva a 20 km all’ora, la struttura sociale è complessa e prevede aggregazioni fino a migliaia di individui, il sistema di comunicazione è basato sulla produzione di suoni che possono essere uditi a grandi distanze. In mare, i delfini hanno sviluppato complesse tecniche di caccia che stimolano lo sviluppo dell’intelligenza.
In prigionia, il loro territorio è limitato a piscine di pochi o tanti metri quadrati, non riescono a raggiungere nemmeno la velocità di 5 km orari, sono costretti a condividere lo spazio con altri esemplari che non hanno spesso nulla a che vedere con il nucleo originale di appartenenza, la produzione dei suoni è fortemente limitata dagli innumerevoli echi causati dall’ambiente ristretto, mangiano pesce morto scongelato.
Certo un gamberetto mantenuto in acquario non è sottoposto a simili restrizioni…
I visitatori dei delfinari sono spesso affascinati dalla grazia e dalla sensibilità dei delfini, purtroppo ancora molta gente non si rende conto del grado di sofferenza e di ingiustizia implicito nel prelievo di questi animali dai loro nuclei famigliari e dal loro ambiente naturale per costringerli in un ambiente artificiale.
Zoo e delfinari dichiarano di educare, ma in realtà insegnano al pubblico che la cattura e lo sfruttamento di queste creature intelligenti e complesse è accettabile. Inviano il messaggio che l’intera natura è sfruttabile a nostro piacimento, per il nostro piacere e divertimento.
La cattura dei delfini è violenta, crudele e distruttiva per interi gruppi di cetacei e per gli ecosistemi che li ospitano. Uno dei metodi utilizzati consiste nell’esasperare gli animali circondandoli con veloci imbarcazioni a motore, i delfini sono in seguito ammagliati da reti e tratti a bordo delle imbarcazioni. I delfini “indesiderabili” (anziani, neonati, ammalati) vengono rigettati in mare (in oriente vengono macellati per l’industria alimentare, vedi i delfini di Taiji), mentre gli animali giovani vengono scelti dagli addestratori, messi in vendita e trasportati. Un altro metodo spesso utilizzato consiste nello “spingere”, attraverso la produzione di suoni fastidiosi, i delfini in baie bloccate in seguito con reti dove, nelle acque basse, si procede alla selezione.
In libertà i cetacei possono vivere a lungo, l’età di una balena franca è stata stimata (attraverso il conteggio degli anelli di accrescimento delle vertebre) 250 anni, le orche possono superare i 90 anni e i piccoli delfini vivono tra i 40 e i 60 anni.
In cattività i delfini non superano i 12 anni, ma possono morire anche in pochi giorni.
Non c’è un controllo serio degli esemplari presenti nelle strutture, i delfini muoiono, cambiano sesso, ma si chiamano sempre Pelè, e chi li riconosce?
Per risparmiare, anche le strutture monumentali come Gardaland, trascurano di usare filtri biologici per la depurazione dell’acqua, e saturano le piscine di cloro, provocando problemi di pelle agli animali. Una delle malattie più frequenti in un delfinario è l’ulcera. I delfini muoiono di malattie relazionate agli alti livelli di stress a cui sono sottoposti, spesso vittime di attacchi di altri delfini o di lesioni auto inflitte. L’impossibilità di utilizzare i suoni, per creature acustiche che tramite i suoni si orientano è paragonabile alle camere di isolamento dei vecchi manicomi, situazione che non può non portare alla pazzia.
Nell’agosto del 1997, Romeo, un tursiope maschio ospitato nel delfinario di Gardaland morì per malattia al fegato. Successive analisi provarono che il delfino era stato sottoposto ad una dieta di privazione, isolato e drogato. Nel settembre del 1999 nella stessa struttura morì Hector, di attacco di cuore; un mese dopo morì anche Violetta, una femmina incinta di sette settimane. Un’autopsia rivelò che a Violetta era stata rotta la spina dorsale.
I delfini portano con sé la maledizione del sorriso (sono privi di muscoli facciali e quindi sorridono sempre), ma dietro il sorriso di un delfino prigioniero si celano miseria e una qualità di vita che non potrà mai confrontarsi contro la ricchezza e la complessità della vita in mare aperto.