Saturday, May 25, 2024

PUTEOLI UN SALTO NEL PASSATO LUNGO 2000 ANNI

PUTEOLI UN SALTO NEL PASSATO LUNGO 2000 ANNI

Text_ Silvia Buchner

Pencil and ink_ Vincenzo Michieli

Photo_ Riccardo Sepe Visconti Dayana Chiocca Enzo Buono

Cicerone, il più famoso oratore romano, vi costruì una delle sue ville e aveva a Puteoli molti amici e molti interessi, l’imperatore Adriano vi fu sepolto (in attesa di essere definitivamente collocato nel colossale monumento funebre costruito espressamente per lui, oggi famoso come Castel S. Angelo, a Roma), i poeti, da Lucilio a Stazio, in epoca repubblicana come in età imperiale, coniarono per Puteoli appellativi e immagini efficaci a rendere lo splendore e la ricchezza, le mille attività commerciali e produttive che per secoli hanno caratterizzato quella che a tutti gli effetti è stata una delle prime città dell’impero. Era definita, infatti, Delus minor (“piccola Delo” o “seconda Delo”, l’isola nell’arcipelago delle Cicladi che fu il più importante centro di scambio di merci e schiavi nel Mediterraneo durante l’espansione romana, ruolo che in una fase successiva fu assunto proprio da Puteoli) e il suo litorale fu descritto come “le terre che ospitano il mondo intero”.In realtà, già alla fine dell’VIII sec. a.C. gli intraprendenti greci che qualche decennio prima avevano fondato nell’isola di Ischia Pithecusa, la più antica delle tante colonie che composero la Magna Grecia, per espandersi si rivolsero alla terraferma prospiciente: nacquero infatti in rapida successione Cuma, a breve distanza dalla futura Puteoli, e qualche chilometro più a sud Neapolis, mentre un gruppo di esuli dalla città greca di Samo diede vita alla città di Dicearchia, scegliendo di stabilirsi nel luogo in seguito occupato da Puteoli.Anche la potenza romana in tumultuosa espansione aveva compreso subito l’importanza strategica di una posizione come quella: una bellissima, ampia insenatura nei Campi Flegrei, alle spalle un entroterra agricolo fertile come pochi, baie perfette per riparare le flotte, qualche altura sicura su cui erigere il cuore pulsante delle città. Non stupisce, quindi, che durante le guerre puniche (in particolare alla fine del III a.C.) la futura Puteoli avesse assunto un ruolo strategico nella difesa contro i Cartaginesi, anche se la sua fortuna fu di diventare assai presto il mercato di quella che sarà la capitale dell’impero.

E’ del 194 a.C. la fondazione della colonia: da quel momento, e per molti secoli, il legame fra la città campana e Roma fu strettissimo, gli imperatori la visitarono e intervennero direttamente nella sua vita amministrativa, aristocratici, potenti, personalità celebri vi soggiornarono, ma soprattutto una moltitudine di uomini (e donne) delle nazionalità più diverse la abitò costruendo (entro i limiti posti da una cultura che oggi consideriamo inevitabilmente per tanti aspetti lontana dalla nostra) una città aperta, vitale e cosmopolita. A conferma di ciò, secondo molti studiosi, la celeberrima cena di Trimalcione, episodio centrale del romanzo Satyricon (scritto da Petronio probabilmente nel I sec. d.C.), che ha come protagonista un liberto ricchissimo e cafone, era ambientata proprio in una fastosa villa puteolana. Costosa porpora dalla città fenicia di Tiro, pietre preziose e perle, profumi e incenso, schiavi asiatici, ma anche stoffe di lino egiziano, vini greci, carta di papiro, vetri e metalli, e ancora olio, salsa di pesce, grano dall’Egitto (che merita un discorso a parte), marmi, legnami e tantissimo altro passava per le centinaia di magazzini che riempirono in breve la città. Mano a mano che Roma si espandeva nel bacino del Mediterraneo, in particolare a Oriente, la crescente domanda di beni di lusso fu colta e soddisfatta dai mercanti puteolani, pronti a intercettare, nonostante il costante pericolo costituito dai pirati e dalle avversità atmosferiche, merci di pregio (o anche meno costose ma di sicura vendita) e a portarle con le loro navi in città, da dove prendevano soprattutto la via della capitale. Siria, Egitto, Fenicia, Grecia, Costa anatolica, da queste regioni in particolare giungevano i prodotti ma anche i mercanti che si stabilirono a Puteoli, e naturalmente arrivavano migliaia e migliaia di schiavi che ebbero un ruolo fondamentale nella prosperità e nel successo di questo sistema. Tanti furono, infatti, nei secoli gli ex schiavi (i liberti) che presero le redini (arricchendosi a loro volta) degli intensissimi e fruttuosi traffici per conto dei loro padroni, cittadini romani (spesso senatori che dovevano aggirare la legge che proibiva loro di esercitare commerci in prima persona), per contrattare ed acquistare in tutto il Mediterraneo ed oltre (basti pensare che il liberto di un mercante di Puteoli a causa di una tempesta con la sua nave giunse fino alle coste di Ceylon). Culti religiosi riservati a divinità “straniere” rispetto a quelle romane sono un segnale inequivocabile della presenza di questa variegata popolazione: grazie alla documentazione archeologica sappiamo che – già dall’età repubblicana – vi erano templi di divinità siriache, egizie, fenicie; addirittura è attestata l’esistenza di un tempio per Dusares dio-sole venerato dai Nabatei, arabi provenienti dalla città di Petra che si erano arricchiti con il commercio carovaniero (facendo cioè da intermediari fra le popolazioni dell’interno dell’Arabia e i mercanti che portavano le merci, incenso e mirra per esempio, fino in Italia), e il nucleo presente a Pozzuoli aveva una consistenza ed una capacità economica tale da permettersi l’edificazione di un luogo di culto. “Visto da Puteoli, l’Oriente non era lontano: Roma si trovava in città. Era nei pensieri dei commercianti locali, sulle tavolette cerate dei banchieri, affollava alcuni quartieri nella parte ovest del porto, dove residenti asiatici tributavano il culto dovuto ai loro dei e al prosaico desiderio di arricchirsi”: prendiamo a prestito queste efficaci parole di Gennaro Di Fraja (i suoi affascinanti articoli che ricostruiscono con vividezza la storia di Puteoli si possono leggere nel sito www.cittavulcano.wordpress.com) che tratteggiano assai bene il rapporto fortissimo che la città aveva con l’est del Mediterraneo e oltre. Tornando alla religione, nel 61 d.C. da una delle migliaia di imbarcazioni che toccavano le coste puteolane scese anche l’apostolo Paolo di Tarso, nel suo viaggio verso Roma: gli atti degli Apostoli raccontano che si fermò per una settimana presso la comunità di cristiani già presente in città, probabilmente una delle prime nella penisola. A Puteoli si installarono anche tanti artigiani, spesso portando con sé competenze prima sconosciute e realizzando in loco produzioni (coloranti, cosmetici, profumi, vetri) che venivano poi commercializzate, senza dimenticare la ricchezza agricola del territorio circostante. Tuttavia, è nel rifornimento del grano una delle ragioni principali del ruolo portante che la città campana rivestì per secoli. Roma, infatti, in età imperiale giunse ad avere oltre 1 milione di abitanti e il regolare approvvigionamento del cereale da distribuire (a prezzi calmierati) alla popolazione costituì una delle principali preoccupazioni degli imperatori. Tuttavia, il porto più prossimo, quello di Ostia, era inadatto allo sbarco di grandi navi, mentre la baia di Puteoli si prestava magnificamente ad accogliere in rada anche imbarcazioni di notevoli dimensioni, quali erano quelle provenienti da Alessandria d’Egitto, cariche di grano che andava a riempire i tantissimi magazzini della città. A bordo di navi di stazza inferiore (che potevano anche risalire il Tevere) raggiungeva poi Roma: si pensi che l’interruzione di questo flusso che aveva in Puteoli il suo snodo nevralgico comportava problemi assai seri, fino a disordini nella capitale, al punto che l’imperatore Claudio, pur di non rischiare la carestia, concesse forti incentivi ai mercanti che decidevano di avventurarsi in mare anche d’inverno. Il filosofo Seneca fu testimone d’eccezione dell’arrivo di queste navi e lo racconta in una delle sue lettere: “Oggi sono comparse improvvisamente le navi alessandrine che di solito precedono la flotta (carica di grano) e ne preannunciano l’arrivo, si chiamano tabellariae. In Campania le vedono volentieri: tutta la popolazione di Puteoli si accalca sul molo e anche in mezzo a tante navi riconosce quelle alessandrine dal tipo di vele…”. “L’arrivo della flotta fugava anche quell’anno la minaccia della carestia, segnava il momento più atteso dopo la riapertura della stagione di navigazione e faceva ben sperare in merito agli affari conclusi sulle sponde del mar Rosso” (Di Fraja cit.). Le “tabellariae” infatti servivano anche come navi postali, recapitando dispacci e comunicazioni che per i finanzieri ed i negotiatores puteolani erano della massima importanza, dato che potevano annunciare gravi perdite o forti guadagni. In età augustea (fra fine I sec. a.C. e inizi I d.C.) affluivano annualmente a Puteoli dalle 70.000 alle 100.000 tonnellate di grano alessandrino, ma c’era anche quello proveniente dal nord Africa e non bisogna dimenticare che, accanto al rifornimento di Roma, c’erano le richieste del mercato privato. E se – mettendo a frutto tutte le competenze dei suoi ingegneri – l’imperatore Traiano agli inizi del II d.C. finalmente riuscì a creare un porto che consentisse l’approdo delle navi con il grano direttamente sulla costa laziale (odierno Fiumicino), tuttavia Puteoli mantenne ancora a lungo un ruolo di rilievo nel commercio e negli scambi, almeno fino al IV d.C.

Il fervore di iniziative, i fiumi di denaro, le ricchezze che nascevano continuamente a Puteoli trovano un riflesso – come dire – oggettivo nell’intensa attività edilizia di cui l’archeologia, sia pure con le difficoltà poste dal fatto che la città ha continuato a vivere nei secoli successivi su quella antica, restituisce continuamente testimonianze, spesso eccezionali. Se, infatti, sono rimasti sempre sotto gli occhi di tutti monumenti di età imperiale simbolo di Pozzuoli come l’anfiteatro flavio (il terzo d’Italia per dimensioni dopo il Colosseo e l’anfiteatro di Capua) e il tempio di Serapide (in realtà un’area di mercato), nel 2008 è stato scavato lo Stadio fatto erigere dall’imperatore Antonino Pio, struttura anch’essa unica nel suo genere, e dall’area del Rione Terra (grazie alle indagini iniziate nel 1993) ci arriva una documentazione di altissima qualità sulla storia di Puteoli romana. Rione Terra è la collina che domina il porto, proiettandosi verso il mare, una di quelle alture che gli antichi non mancavano mai di sfruttare. Caratterizzata da pendii scoscesi, durante i periodi più turbolenti (per esempio le guerre puniche, ma anche dopo naturalmente) fu scelta come luogo di difesa, perfetto per asserragliarsi e resistere agli eserciti avversari, ma anche rifugio ideale per la popolazione durante le invasioni barbariche, al punto da essere stata abitata ininterrottamente in pratica per duemila anni. In epoca di pace, infatti, la sua posizione dominante, ben visibile da lontano, ne fece un luogo privilegiato della città, una sorta di acropoli, dove con la consueta abilità, realizzando quando necessario imponenti muraglioni di sostegno e terrazzamenti, nell’antichità si sfruttò ogni centimetro quadrato, innalzando una selva di edifici così ben strutturati che, come vedremo, sopravvissero ai loro creatori molti e molti secoli. La cesura drammatica che segnò insieme la fine della vita plurimillenaria del Rione Terra e l’inizio di una nuova storia che è quella che vogliamo raccontare in queste pagine, fu la fortissima ripresa del bradisismo nel territorio di Pozzuoli, e in particolare al Rione Terra e nel sottostante centro storico della città, nel periodo 1970-1983. In realtà, il bradisismo, che è un fenomeno geologico collegato alla natura vulcanica dei Campi Flegrei, ha contrassegnato da sempre le vicende di queste terre: ciclicamente il suolo si solleva (bradisismo ascendente) o si abbassa (discendente), portando con sé sott’acqua tutto ciò che era vicino al mare (è il caso dei moli e dei magazzini costruiti sul litorale durante l’epoca romana e ora totalmente sommersi), o dissestando il suolo e ciò che c’è sopra quando è in fase ascendente. Negli anni ’70 l’innalzamento in alcuni punti raggiunse i 170-180 cm e il fenomeno fu accompagnato da scosse di terremoto. Il Rione Terra allora era abitato da circa 6000 persone, che vivevano in case già molto deteriorate e in condizioni igieniche non accettabili, e che pure si fece fatica ad allontanare da quello che consideravano il loro quartiere (nel tempo per loro furono poi realizzate due aree di nuova urbanizzazione).

Per due decenni quei luoghi popolati ininterrottamente per millenni rimasero totalmente vuoti. Un buco nero all’interno della città che agli inizi degli anni ’90 è diventato protagonista di un progetto di recupero urbano che si può considerare ad oggi uno dei più ambiziosi d’Europa per gli obiettivi che si è posto e gli ostacoli che ha dovuto superare. Gli edifici oggetto di totale ristrutturazione sono una fitta serie di palazzi signorili (e inoltre, il Vescovado e alcune chiese), frutto di un’imponente attività edilizia di epoca seicentesca, promossa dal Vicerè spagnolo don Pedro de Toledo. In quell’occasione si decise di radere al suolo le strutture di epoca romana (che la popolazione aveva continuato ad abitare fino a quel momento con poche modifiche!), risparmiando il pianterreno e talvolta parti del primo piano; i detriti prodotti, ma anche reperti archeologici unici per il loro valore, vennero riversati nei ruderi degli edifici che furono riempiti e poi livellati: la superficie così ottenuta andò a costituire le fondamenta delle costruzioni seicentesche. Nel momento in cui è iniziato il lavoro di recupero, al di sotto dei palazzi diroccati sono subito apparsi quelli antichi, una città sotto la città, insomma, “strade sotto le strade”, un reticolo di condotte fognarie come solo i Romani sapevano fare e numerose cisterne perfettamente conservate. Grazie al progetto Rione Terra si è potuto condurre una serie di campagne di scavi archeologici estensivi (e assai complessi), che hanno restituito larghe parti dell’acropoli di una delle più importanti città di tutto il mondo romano. Oggi, visitando il percorso archeologico si riesce facilmente ad immaginare le difficoltà che sono state affrontate. Si è scavato da 1 a 4 piani al di sotto degli edifici seicenteschi, togliendo migliaia di tonnellate di terreno, dopo aver puntellato i palazzi soprastanti: un lavoro condotto quasi interamente nel sottosuolo, con tutte le implicazioni logistiche che ciò ha comportato. I risultati sono stati però eccezionali: attualmente, l’area sotterranea visitabile si estende per centinaia di metri quadri (cui si aggiungeranno altri settori ancora oggetto di indagini), ed è illuminata con un imponente allestimento che gli ha ridato nuova vita. In profondità le indagini degli archeologi hanno raggiunto il livello più antico, quello della fondazione della colonia romana, che risale al 194 a.C. (mentre non si sono trovate tracce di eventuali insediamenti dell’epoca greca), rivelando un repertorio di tipologie edilizie che costituisce un vero manuale di architettura antica dal vivo. Sono stati indagati e studiati i resti degli edifici, le strade e la loro disposizione, gli interventi di modifica che si sono succeduti nel tempo, distinguendo le differenti destinazioni d’uso. Le costruzioni di cui oggi possiamo vedere i resti al di sotto dei palazzi dobbiamo immaginarle all’aperto: erano, infatti, il pianterreno di case anche con uno o più piani, adesso scomparsi. La rocca del Rione Terra brulicava di vita, sulla strada si aprivano gli usci delle botteghe, all’interno schiavi e artigiani al lavoro come in quella del fornaio (pistrinum), riportata alla luce ancora con le sue macine che dovevano essere azionate dalla forza di una persona, perché lo spazio così piccolo in cui si trovano non permette di pensare che venissero girate da animali, e poi il forno dove le pagnotte venivano cotte. E ancora, magazzini in cui si stipavano merci e derrate, tabernae dove si vendeva di tutto, in primo luogo cibi già cotti e vino, mentre ai piani superiori dovevano esserci le abitazioni dei proprietari, e non mancava naturalmente una struttura destinata alle terme. Un edificio davvero particolare si trovava sotto il livello della strada già in antico, un seminterrato con due uscite su due strade diverse e una serie di minuscole stanzette munite solo di un piccolo letto in muratura e talora di una finestra che dava sull’angusto corridoio interno, in un angolo del pavimento una vaschetta in terracotta forata (come uno scolapasta, per intenderci) collegata all’impianto fognario fungeva da orinatoio e un tubo sempre in terracotta garantiva un minimo di ventilazione: ci troviamo molto probabilmente in un lupanare, cioè una casa in cui si esercitava la prostituzione. Nella città di Pompei sono stati trovati diversi lupanari, al cui interno si trovano dipinte immagini che illustravano con precisione le prestazioni sessuali che si potevano comprare e che, quindi, ci consentono di ricostruire ciò che accadeva anche a Rione Terra. Sul letto in muratura si poneva un materasso, c’era sicuramente una lampada (gli autori antichi sottolineano come questi luoghi fossero sempre pieni del fumo sprigionato dalle lampade a olio) e la finestra poteva servire anche a consentire la pratica del voyeurismo. Le prostitute, quasi sempre schiave, si vendevano sotto la guida di un padrone o del lenone, cioè il tenutario del bordello, che su incarico del proprietario organizzava il commercio. Sicuramente fruttuoso, se si pensa che l’imperatore Caligola impose una tassa sui guadagni ricavati dalla prostituzione.  A breve distanza dal lupanare, sempre sotto il livello della strada, in un ambiente suggestivo si può vedere un larario, cioè uno spazio dedicato al culto delle divinità tutelari del buon andamento della casa. Al Rione Terra ne sono stati scoperti più di uno, questo in particolare ha le pareti affrescate con immagini di divinità e due grossi serpenti, animali cui si attribuiva un potere positivo, in primo piano un altare destinato alle offerte su cui si teneva una fiamma sempre accesa. Nel reticolo di strade ed edifici portato alla luce sotto i palazzi del Rione Terra meritano una menzione particolare strutture apparentemente poco significanti, in realtà assolutamente fondamentali alla vita su questo promontorio dove non c’erano sorgenti d’acqua: le cisterne destinate a contenere l’acqua piovana. Sono tante, profonde, enormi, costruite così bene che furono utilizzate dopo l’età romana dagli abitanti del Rione praticamente fino a quando la zona fu abbandonata a causa del bradisismo. Il cuore dell’acropoli di Puteoli era la piazza del foro, elemento imprescindibile di ogni città romana, occupata da edifici civili e religiosi essenziali alla vita della comunità. Ebbene, una serie di fortunose (e fortunate) circostanze ha consentito che passasse quasi indenne attraverso due millenni di storia una delle costruzioni più eminenti di questa parte della città, il tempio cosiddetto di Augusto. Si tratta di un edificio di culto interamente realizzato in marmo che costituisce un esempio di architettura quasi unico nel suo genere: trasformato in chiesa, dedicata a S. Procolo, martire e patrono molto venerato della città di Pozzuoli, fu quasi completamente nascosto dalle mura della chiesa di epoca barocca che lo inglobò. E se della sua esistenza non si era persa la memoria, tuttavia quando un incendio nel 1964 distrusse parte della chiesa, fu grande lo stupore nel rendersi conto che la chiesa stessa con il suo abbraccio protettore aveva preservato molto dell’antica struttura. Il progetto di recupero del Rione Terra ha naturalmente compreso il restauro del tempio-duomo, come oggi viene chiamato, con un lavoro esemplare pensato per preservare – e restituire a fedeli e visitatori – sia la chiesa (in cui lavorarono grandi artisti di epoca barocca come l’architetto Cosimo Fanzago, Giovanni Lanfranco e Artemisia Gentileschi, le cui opere sono state di nuovo ricollocate nel luogo per il quale furono ideate) che il tempio romano. Quest’ultimo dobbiamo immaginarlo (e non è difficile farlo entrando al suo interno) splendido nelle mura in marmo bianco (di marmo erano fatte anche le tegole del tetto!), su un alto podio, con sei colonne con capitelli corinzi sulla facciata principale; nella cella – come si chiama l’ambiente interno dei templi – c’era la statua della divinità cui il tempio era consacrato e per la quale i sacerdoti compivano i riti religiosi. La decorazione si ispirava allo stile classico, equilibrato nelle proporzioni, molto amato in età augustea. Infatti, l’edificio che vediamo risale all’epoca dell’imperatore più famoso, Augusto appunto, e fu fatto costruire a sue spese da un agiatissimo mercante puteolano per onorare l’imperato re e insieme la divinità più importante del pantheon romano, Giove. Gli altri edifici che completavano la piazza oggi non ci sono più, ma grazie al lavoro meticoloso degli archeologi la loro bellezza sta uscendo dall’oscurità: erano, infatti, costruzioni adibite a funzioni pubbliche, ricche di decorazioni in marmo e statue che sono state ritrovate (ed esposte oggi al museo di Baia) e che una volta di più confermano la ricchezza dei cittadini dell’antica Puteoli e la loro volontà di mostrarla, imitando nell’edilizia come nella statuaria, insomma nel gusto, Roma che, a sua volta, a Puteoli molto doveva.

Quando nel 1964 un incendio distrusse un’ampia parte del duomo dedicato a S. Procolo, al Rione Terra, fu tanto lo stupore nel vedere che dalle rovine emergeva un edificio tutto realizzato in marmo bianco, senza uso di malta. Inizia così la nuova vita di un tempio costruito alla fine del I sec. a.C., su commissione di un agiato mercante puteolano per onorare l’imperatore Augusto. Intorno dobbiamo immaginare una piazza e tanti altri edifici pubblici, ricchi di decorazioni e statue, degni di uno dei fulcri dell’antica Puteoli qual era la rocca che domina il porto. Quando il cristianesimo divenne la religione ufficiale dell’Impero, il tempio fu riadoperato come chiesa, e proprio il fatto che l’edificio di culto abbia inglobato la struttura antica ha consentito di far arrivare quest’ultima fino a noi.

Puteoli era così ricca che ebbe due anfiteatri. Del più antico e di minori dimensioni, si conserva poco; l’Anfiteatro Flavio, invece, che fu costruito nella seconda metà del I sec. d.C., è molto vicino nell’architettura al Colosseo e fu realizzato totalmente a spese delle casse della città. Osservandolo oggi, si deve tener conto del fatto che è andato distrutto il terzo livello, quello più alto; gli spalti potevano contenere fra i 30 e i 40mila spettatori, che nelle giornate più calde si giovavano dell’ombreggiatura creata da un sistema di vele mosso dai marinai della flotta di stanza a Miseno. I sotterranei, molto ben conservati, erano un dedalo organizzato, con elevatori, carrucole e macchinari che sollevavano gladiatori e animali fino all’arena. A morire nell’arena di Puteoli furono condannati anche diversi martiri cristiani, il più famoso fu S. Gennaro, ma la leggenda tramanda che le bestie si inginocchiarono mansuete ai suoi piedi. Il Santo fu poi decapitato nel 305 d.C. nei pressi della Solfatara, mentre l’episodio dell’anfiteatro è il soggetto di un quadro dipinto da Artemisia Gentileschi nel 1636, e che è possibile vedere all’interno del duomo restaurato al Rione Terra.

 

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