Monday, May 20, 2019

SI RICOMINCIA DA ADELE

Interview_ Riccardo Sepe Visconti

Può tratteggiare un quadro dell’attuale situazione dei Campi Flegrei vista dal suo osservatorio di Soprintendente e di nuovo direttore del Parco dei Campi Flegrei?

I luoghi archeologici, soprattutto quelli preziosi come i Campi Flegrei, sono una risorsa, prima ancora che un attrattore turistico, d’altra parte si tratta di un territorio che è stato oggettivamente massacrato da abusivismo e mancanza di pianificazione e noi lo viviamo come un’area ai limiti del sostenibile. Abbiamo criticità di ogni tipo, da quelle geologiche alla presenza di gravi problemi sociali. In questo contesto le aree archeologiche, grazie ai vincoli posti dalle soprintendenze, sono state risparmiate dalla cementificazione e devono diventare strumento della riconversione del territorio stesso. Che però deve assolutamente passare attraverso il convincimento da parte dei cittadini che questo patrimonio costituisce una risorsa e non un intralcio. Per raggiungere questo obiettivo si devono aprire queste aree alla vita; al di là delle zone archeologiche propriamente dette, che devono essere tutelate con le necessarie cautele, i luoghi della storia devono essere abitati, da tutti, compresi gli anziani, una fascia di pubblico trascurata fino ad ora, per esempio facendo in modo che la popolazione scelga di trascorrervi del tempo. Penso alle terme di Baia, dove gli spazi, opportunamente allestiti, sono tali da poter essere visti anche come un luogo dove rilassarsi, dove lasciare un bambino a giocare, gustarsi una bevanda fresca in vista della storia. Bisogna convincersi, e convincere la gente, che i luoghi della storia non sono feticci inaccessibili, che devono essere guardati e vissuti, non è necessario, infatti, sapere a che secolo risalgono per frequentarli con piacere. In Italia, invece, se ci si mette fuori ad un’area archeologica o a un museo e si domanda alla gente perché non entra è facile sentirsi dire “non conosco quello che c’è dentro”, “il passeggino non è ammesso”, “il biglietto quanto costa?”, “non ho tempo”: risposte che mostrano delle resistenze, frutto certamente della mancanza di cultura ma anche della percezione che il luogo della cultura sia un luogo per eletti, destinato solo a persone che hanno già gli strumenti per goderselo. Ebbene, dobbiamo far capire ai cittadini flegrei, campani, italiani che non è così, che i luoghi della cultura sono abitabili, che ci sarà una bella biblioteca dove scegliere un libro da leggere, che si potrà portare liberamente il proprio giornale, che del personale accogliente gestirà eventuali visite, che i bagni saranno frequentabili e puliti, tutte cose che attuano un’idea dell’accoglienza che finora non è stata praticata. Ma nel 2017 siamo in concorrenza con l’Europa che ha già fatto questo passo verso la cittadinanza e l’Italia deve a sua volta compierlo subito.

Con quali denari? Sono tutte iniziative che hanno un costo.

Prima ancora che un problema di fondi è un problema di progetti. Come soprintendente prima e poi come direttore ad interim del parco archeologico dei Campi Flegrei, avendo questo fra i miei primi obiettivi sono già riuscita ad ottenere dei finanziamenti per iniziative che il Ministero ha approvato. Il ministro Franceschini inoltre con la sua riforma dei Beni Culturali, oltre a dare maggiore autonomia a determinate figure e a determinati organismi, ha finanziato dei progetti per il Sud che saranno il primo gradino di questo processo – che, però, sono convinta sia prima ancora che un processo strutturale, un processo mentale. Dobbiamo modificare la convinzione che la gente – i flegrei in particolare – ha che quelli archeologici siano luoghi del no, e trasformarli in luoghi del sì, un sì non a qualsiasi costo, però, un sì tutelato. Per esempio, piuttosto che affermare “questo non si tocca” dire “fin qui si può arrivare per vedere” oppure “puoi vedere con il mio aiuto”. Credo che nessun tipo di no salvaguardi il patrimonio, quello che lo preserva è, invece, l’attaccamento delle persone ad esso, e se questo sentimento scatta, saranno loro stesse a difenderlo. Piuttosto che limitarsi a scrivere “non toccare” si deve far comprendere l’importanza del monumento, facendolo diventare parte stessa del tessuto in cui la gente vive quotidianamente. Dobbiamo fare tutto ciò non per trasformarli in luoghi di commercio, di guadagno, ma per creare posti di lavoro.

C’è una controindicazione a farne anche luoghi di guadagno?

Assolutamente no, ma la prima tappa del progetto che ho in mente consiste nel far sì che diano lavoro alle persone qualificate che già ci sono sul territorio.

Una delle iniziative di maggiore portata fra quelle realizzate negli ultimi anni nei Campi Flegrei è sicuramente la riqualificazione del Rione Terra a Pozzuoli, un progetto imponente, di vasto respiro, sia per il valore intrinseco delle scoperte archeologiche sia dal punto di vista della potenziale ricaduta economica. Infatti, i tanti palazzi risalenti spesso al XVII sec. che costituivano il nucleo storico di Pozzuoli, chiamato Rione Terra appunto, abbandonati in occasione dei gravi episodi di bradisismo negli anni ’70-’80, sono stati interamente ristrutturati per essere convertiti in strutture ricettive (alberghi, negozi, ristoranti, botteghe) e durante i lavori gli archeologi, al di sotto dei palazzi, hanno riscoperto vaste aree della città romana di Puteoli, una delle più ricche e dinamiche dell’impero. Senza dimenticare il magnifico tempio romano in marmo inglobato nella chiesa di S. Procolo. Finalmente il complesso intervento è in fase di completamento e si sta preparando il bando per porre in gara la gestione delle strutture ricettive create negli antichi palazzi recuperati, un passaggio delicato, fondamentale per far sì che il Rione Terra, dopo questo esemplare lavoro di recupero, ritorni davvero a vivere e possa costituire un forte attrattore turistico per Pozzuoli. Al momento, sembra che l’orientamento sia di porre nelle mani di un unico gestore sia la ricettività alberghiera che la promozione e la fruizione degli scavi archeologici sotterranei. Un impegno sicuramente assai oneroso, tanto più che non è controbilanciato da un numero di posti letto nelle nuove strutture ricettive sufficiente ad avere incassi tali da assorbire i costi della gestione dell’area archeologica. D’altra parte, adesso sembra che il comune di Pozzuoli voglia sobbarcarsi questo onere. Lei quale scelta ritiene più opportuna?

La riforma Franceschini individua un altro istituto, il parco archeologico del Campi Flegrei che riunisce tutti i monumenti antichi e le aree demaniali nei comuni di Pozzuoli, appunto, Bacoli, Giugliano e Monte di Procida, e al Ministero si sta ragionando se far rientrare piuttosto gli scavi di Rione Terra nelle competenze di questo nuovo istituto che avrà dei finanziamenti; peraltro penso che proventi economici possano arrivare anche dalla gestione corretta dell’area stessa, che se ben fatta può dare un reddito.

Ma sappiamo che non è facile raggiungere questo obiettivo: a tal proposito, prendo ad esempio uno dei siti più rilevanti all’interno del Parco, il museo archeologico di Baia. Un luogo davvero bellissimo, ma quando ci sono andato, qualche settimana fa, ero l’unico visitatore. Vorrei la sua opinione su cosa si può fare per invertire l’attuale situazione che vede musei e aree archeologiche di pregio pochissimo conosciuti e visitati.

La conduzione del castello di Baia è passata dalla Soprintendenza al polo archeologico e adesso è nelle competenze del Parco. La sede stessa del castello, la sua posizione sono di un appeal assoluto, chiunque ne avrebbe fatto un gioiello. Ma è chiaro che considerarlo unicamente un museo – ed è un museo denso di informazioni – è un errore. Le persone si spostano se c’è un grande patrimonio da vedere, ma anche se viene data loro la possibilità di avere degli svaghi collegati; viceversa, obbligarsi a coprire una distanza notevole, qual è quella necessaria per raggiungere il castello, fare due ore di visita e andare via con il senso di inadeguatezza a capire bene ciò che si è visto (perché è questo che accade), costituisce un problema. Quindi, è un mio obiettivo rivedere l’allestimento, non dal punto di vista scientifico, perché è impeccabile, ma nel senso dell’accessibilità culturale. Il Ministero ha emesso una circolare, la nr 80/2016, dedicata a cosa si intende per accessibilità, che è stata per me un faro. Da funzionario ero già sicura della necessità di tenere conto dei principi posti da questa circolare e in tale prospettiva ho curato l’allestimento del museo della Civitella a Chieti, nelle Marche. E’ stata un’esperienza che mi ha convinta del fatto che le persone se portate per mano possono amare i luoghi della cultura e che nulla è impossibile rispetto all’accessibilità. Non ci devono essere ombre sulla capacità che il luogo deve avere di comunicare il proprio significato al fruitore e questo sarà il parametro cui si rifaranno i progetti in corso. In particolare, ne abbiamo uno finanziato con 5 milioni di euro dedicato al castello di Baia, che seguirà appunto la circolare 80/2016 per rendere castello e museo effettivamente accessibili. Le faccio un solo esempio (ma ce ne sarebbero tanti): sono esposte tante statue che grazie a una diversa illuminazione potrebbero comunicare molto di più. Quella di Amore e Psiche (nella foto di apertura) è bellissima, basterebbe modificare la luce con un illuminotecnico competente, guidato dall’archeologo e mettere davanti alla statua una sedia e il racconto de Le Metamorfosi di Ovidio con la favola di Amore e Psiche, invitando il visitatore a fermarsi per capire cosa lo scultore volesse rappresentare. Insomma, si devono creare all’interno dell’esposizione dei punti di interesse che lascino la voglia di tornare per vedere il resto del museo, la parte più impegnativa, che la persona vorrà scoprire perché è riuscita ad eliminare la percezione di inadeguatezza di cui dicevo. Il museo è un luogo in cui si deve andare più volte, andrebbe creato un biglietto per cui più frequenti i musei e meno paghi l’ingresso. Bisognerebbe fare in modo che il visitatore non abbia la sensazione di dover consumare subito tutto quello per cui ha pagato, ma che piuttosto sia invitato a tornare perché ogni volta può avere un’altra sorpresa, essere coinvolto in una nuova emozione.

In realtà, si ha l’impressione che i musei e i contesti dedicati al mondo antico siano in generale i più difficili da raccontare alla gente. E’ d’accordo? E cosa si può fare per modificare questa condizione?

La verità è che abbiamo perso il codice di accesso al linguaggio del mondo antico. Mentre se guardiamo un crocifisso o una Madonna, anche se mancano i tre quarti dell’immagine siamo in grado di ricostruirla, perché l’immaginario di tantissimi di noi a quel tipo di rappresentazioni è abituato, per l’antico è molto più difficile. Per cui bisogna ridare vita a ciò che era intorno al reperto archeologico, altrimenti un vaso rimane solo una pignatta rotta che si racconta unicamente agli archeologi, ma per gli archeologi sono necessari magazzini efficienti, mentre i musei devono parlare a tutti. Paradossalmente, il museo archeologico è meno innovativo rispetto a quello naturalistico, per esempio, che ha una quantità di supporti didattici molto più ampia, non solo da noi ma anche nei musei europei si riscontra questo dato. Anche se non si deve cadere in un eccesso di didatticismo, ciò che le persone devono sapere è quello che rimane loro nel cuore dopo la visita.

Qual è il suo rapporto con le Amministrazioni dei territori su cui lavora e con la Regione? E quanto conta il rapporto anche personale con figure come il presidente della Regione De Luca e il sindaco di Pozzuoli Figliolia?

E’ fondamentale. Conosco De Luca da quando ero Soprintendente a Salerno e ho imparato ad apprezzare una persona dal carattere predominante ma dotata di una fattività che amo molto, perché le persone che sanno assumersi la responsabilità delle decisioni sono il mio partner lavorativo ideale, e Figliolia da questo punto di vista gli assomiglia. Più in generale, sono convinta che le azioni della Soprintendenza debbano essere condivise dal territorio, attraverso le amministrazioni locali, ed ho improntato a questo tutta la mia carriera di funzionario prima e poi di soprintendente. I beni di cui per competenza sono delegata a curare la conservazione e la tutela sono per me figli preziosi da affidare nelle mani della madre naturale, che non è lo Stato, né la parola “tutela” scritta a lettere maiuscole, ma i cittadini che abitano il territorio in cui si trovano. Se non si agisce così, il risultato è quello spesso fallimentare che abbiamo di fronte attualmente. In pratica, per i Campi Flegrei sono riuscita a promuovere un tavolo tecnico fra i sindaci Figliolia per Pozzuoli, Pugliese per Monte di Procida, il commissario prefettizio per Bacoli e Poziello per Giuliano che sono i quattro comuni che partecipano al parco dei Campi Flegrei, e loro hanno firmato un accordo di valorizzazione che mette insieme percorsi urbani, bypass stradali, infrastrutture portuali, accessibilità ai luoghi archeologici (quindi parcheggi, navette, piste ciclabili, percorsi pedonali). Lo considero un miracolo, anche per i tempi, abbiamo raggiunto il risultato in 4 sedute.

Quali sono le ricadute di un’iniziativa come questa?

Un finanziamento di 25 milioni già erogati che consentiranno di porre in collegamento fisico tutte le aree archeologiche che insistono sul territorio di questi Comuni. Quello dei Campi Flegrei è un patrimonio fatto di una sommatoria di luoghi anche distanti fra loro, ed è necessario quindi metterli in rete.

In effetti, è davvero difficile raggiungere il castello di Baia (Ndr. Si trova nel comune di Bacoli, sul promontorio che chiude il golfo di Pozzuoli all’estremità opposta del Rione Terra), le strade sono strette, la rete ferroviaria locale disastrata, le vie del mare non ci sono: cosa si può fare?

Stiamo lavorando a tutto questo. Certo mi sono appena insediata come direttore del Parco Archeologico dei Campi Flegrei, ma per esempio lo scorso anno sono riuscita a stringere un accordo con EAV per ottenere che la Cumana raggiungesse la stazione di Cuma almeno con un treno al giorno. Ci vorranno dei tavoli di concertazione per far sì che il progetto di valorizzazione del presidente De Luca, che riguarda tutta la costa campana a partire da Mondragone, tenga conto anche del problema archeologico. La risistemazione del depuratore di Cuma – una notizia davvero ottima! – per esempio non può prescindere dal bosco di Cuma, di competenza regionale e che è al confine con il parco archeologico, si tratta di un ambiente complesso che va considerato come unitario.

Cosa pensa della promozione di eventi e spettacoli nelle aree archeologiche?

Sono favorevole. Abbiamo avuto i fondi per rimettere in ordine l’anfiteatro flavio a Pozzuoli proprio in vista di un uso di questo tipo. Con un’unica prescrizione che considero fondamentale. Questi luoghi non possono diventare il palcoscenico di un evento qualsiasi, non possiamo trasformarli in contesti in cui si esibisce un artista che potrebbe fare il suo spettacolo in uno stadio o in una tensostruttura moderna. Lo spettacolo, a mio parere, dovrebbe essere “site specific”, con un filo conduttore connesso ai luoghi, che devono rimanere protagonisti.

Quali sono, secondo lei, le ricadute più importanti della riforma dei Beni Culturali voluta dal ministro Franceschini?

Il comparto dei beni culturali soffriva moltissimo di una certa arretratezza, se messo a confronto con le domande poste dal territorio. La riforma ha scelto la strada dell’accorpamento rispetto al precedente sistema che vedeva la Soprintendenza archeologica separata da quella per i beni monumentali perché ha voluto dividere la valorizzazione dei beni culturali dalla tutela. Lo scopo era creare un volano per la valorizzazione, che soffriva della mancanza di tempo, energia e denaro finché era di competenza delle Soprintendenze che facevano della valorizzazione un’attività residuale rispetto al resto. La legge ha creato istituzioni nuove come i parchi, liberando al tempo stesso il direttore del parco dai compiti legati alla tutela per mettere nelle sue mani la valorizzazione. Penso che questa sia una scelta giusta, anche per la tutela che rimarrà nelle competenze delle soprintendenze.