Sunday, April 5, 2020

STORIE DEL MARE D’ISCHIA

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DAL RACCONTO DI GIULIA CURCI, LA STORIA DEL PADRE LEONARDO, PESCATORE ISCHITANO NELL’IMMEDIATO DOPOGUERRA, QUANDO DA QUESTO DURO LAVORO DIPENDEVA LA VITA DI TUTTA LA SUA FAMIGLIA.

Intorno alla fine degli anni ‘40, Leonardo Curci (conosciuto come “Lunard”) usciva con la barca insieme ai suoi uomini e restava per ore in mezzo
al mare, fino a quando non aveva fatto una buona pesca. Provenivano tutti da un gruppo di case proprio sulla spiaggia alle porte di Ischia Ponte, detta “ dei pescatori” o della Mandra. Capitava spesso che facessero lunghe trasferte, arrivando fin su a Trieste, dove la pesca era più abbondante, restandovi anche per intere settimane e per evitare ulteriori spese, dormivano nella piccola imbarcazione di legno. Dovevano resistere: sapevano che quei giorni nell’Adriatico avrebbero fruttato più di tanti nel loro mare, quindi stringevano i denti e andavano avanti. Le pescate locali, invece, duravano circa un giorno, dalle due del mattino fino all’imbrunire. Salutavano i propri cari con un bacio sulla fronte mentre ancora dormivano, facevano il segno della croce, e via per un nuovo giorno di lavoro! Arrivati sulla spiaggia, osservavano bene il cielo per capire se si annunciava una giornata serena o maltempo;
in quest’ultimo caso, preferivano non uscire, per non ritrovarsi in situazioni di pericolo anche grave. Se qualche imbarcazione si accorgeva prima delle altre del fortunale in arrivo, con una piccola campanella di ferro avvisava chi era in zona per farli rientrare. Circa 30 anni fa per un repentino cambiamento del mare, morirono un signore con i suoi due nipoti, anche loro della Mandra. Quindi, Leonardo andava a mare solo se era sicuro che per sé e per chi lo accompagnava non ci sarebbero stati rischi, in caso contrario intonava un “Guagliò iammuncenn’ nun’ è cos’ ” (Ragazzi, andiamo via, non è il caso)!
Intanto, sua moglie preparava la colazione ai figli ben otto bocche da sfamare! soffrig-gendo l’aglio con un po’ di olio, aggiungendo alcuni pomodorini e allungando con dell’acqua: lo chiamavano “u pesc’ fiut”, perché si aveva la sensazione olfattiva che nella minestra ci fosse anche del pesce. Questo brodo veniva versato su pezzetti di pane duro messi in una grande zuppiera: il profumo svegliava chi era ancora immerso nel tepore del proprio letto, dai più piccoli ai più grandi si riunivano intorno al tavolo e ciascuno prendeva una porzione con la propria forchetta. Quando si approssimava l’ora del rientro del padre, interrompevano i giochi sulla spiaggia e puntavano lo sguardo verso l’orizzonte per avvistare la piccola barca: con lui arrivava pure la cena, che era il pasto principale della giornata. Aspettavano anche che avesse portato con sé qualche aneddoto da raccontare, non importava se frutto dell’immaginazione: era un modo per ritrovarsi tutti insieme e ciascuno si perdeva nelle proprie fantasie.
Il pesce catturato veniva venduto appena giunti sulla spiaggia, già pulito, alle massaie che dalle finestrelle delle abitazioni che affacciavano sul mare
vedevano i pescatori arrivare. Dal ricavato si otteneva il denaro necessario per il pagamento del gruppo, che avveniva una volta alla settimana. Tranne che per le occasioni più importanti, non si portava nulla a casa se non ciò che restava, ossia l’esca ancora intrappolata tra gli ami, “e morze ‘e sarde” si chiamavano, cioè parti di alici che, insieme agli eventuali pesciolini e gamberetti trovati nello stomaco del pesce venduto, venivano infarinati e fritti dentro una grande padella. D’estate si essiccavano le “pezze vecchie” o “cacciutiell’ ”, vale a dire un pesce che ricorda lo squalo, all’incirca di un metro di lunghezza, che si prestava bene alla conservazione sotto sale; d’inverno, poi, veniva messo a bagno per tre o quattro giorni, tagliato a pezzi e spellato: rendeva le zuppe squisite,
specialmente se accompagnato con le patate.
La lenza di acciaio, invece, era adoperata per la pesca dei tonni, spesso avvistati mentre seguivano incuriositi l’imbarcazione in movimento. Rapidamente si gettava l’esca, attendendo che abboccassero, quando ciò
accadeva si avvertiva immediatamente, la forza del pesce era capace di arrestare il moto della barca e se non si era abili chi manteneva il filo rischiava di cadere in acqua. Ad un certo punto, quindi, si legava la lenza all’imbarcazione, e il tonno veniva trascinato fino a terra: quando dalla spiaggia vedevano arrivare una barca che procedeva lentamente, tutti capivano che tra il pescato
trasportavano anche il ‘pezzo forte’. Il tonno veniva venduto, mentre le mogli dei pescatori barattavano l’olio ricavato dal suo fegato per ottenere prodotti utili per l’economia casalinga o frutta e verdura. L’olio di fegato, per lo più, serviva ai contadini che lo cospargevano sui maiali per proteggerli dalle mosche.
Il Natale era il periodo più bello e “generoso” dell’anno per la famiglia Curci, così come per tante che vivevano di questo lavoro. Durante gli ultimi giorni di novembre si preparavano le nasse con corde sottilissime che legavano tra loro i giunchi raccolti nelle pinete, il tutto formava una rete elastica a forma di goccia che permetteva di fare entrare qualsiasi pesce vi si imbattesse, non consentenLe gabbie di vimini venivano posizionate sotto il mare ad una distanza di cir-
ca 20 metri dalla riva e lasciate lì fino al giorno dell’antivigilia – quando si tiravano su. Durante tutto quel periodo si dovevano organizzare turni di guardia per evitare che qualcuno potesse rubare i ‘forzieri’ che si riempivano sempre più. All’interno delle nasse restavano intrappolati, infatti, polpi, capitoni, murene, gamberi, tutte specie che durante l’anno non si pescavano facilmente e, se si era fortunati, si catturavano anche le aragoste! Il pescato ancora vivo veniva, quindi, trasferito all’interno di una botte tagliata a metà piena d’acqua e trasportato al mercato che si teneva al centro di Ischia Ponte. Era il trionfo del pesce, piatto forte della cena della vigilia di Natale: si sceglieva quello preferito che sguazzava dalla sera prima nella vasca di legno e il pescatore lo uccideva, lo puliva e spesso consigliava come cucinarlo.
Gennaio e febbraio erano i mesi più duri, soprattutto per il freddo che tagliava come una lama affilata i visi dei pescatori, ma n quel periodo si catturavano tanti merluzzi. Quando, invece, nella rete venivano su le ‘aluzze’ significava che l’inverno era alle spalle: questi piccoli pesci, lunghi poco più di 5 centimetri, si univano ad un composto di farina, prezzemolo e aglio, si friggevano nell’olio bollente e il loro profumo percorreva i vicoli della Mandra.

Tutto il pescato si vendeva, i pescatori tenevano per sé solo le esche rimaste e i
pesciolini trovati nello stomaco dei pesci più grandi, e che si mangiavano infarinati e fritti.

A colazione la moglie di Lunard preparava “u pesc’ fiut”: poco olio e aglio, pomodori e acqua, ingredienti tipici della zuppa di pesce, solo che il pesce non c’era, e con questo brodo si bagnava il pane raffermo.

Le nasse rimanevano alcune settimane in mare e si riempivano di polpi, capitoni, murene, gamberi, erano come forzieri e il tesoro che contenevano andava difeso con turni di guardia, per evitare che fosse rubato.

text_Romina Di Costanzo | photo_famiglie di pescatori Mandra e San Pietro