Sunday, January 21, 2018

LA GRANDE ALLEANZA CHE PARTE DA ISCHIA

Text_ Pasquale Raicaldo

Photo_ Dayana Chiocca  Stefano Fiorentino

No al terrorismo islamico. Anche e soprattutto attraverso Internet. Ischia, sede adeguata e pienamente titolata a ospitare eventi di assoluto richiamo internazionale, a distanza di poco meno di due mesi dal terremoto, ha su di sé gli occhi del mondo durante la due giorni che può segnare una piccola svolta nella lotta e nel contrasto alla radicalizzazione della jihad e che intanto proietta l’isola, come mai accaduto nella storia recente, al centro delle strategie globali dell’Occidente.

Ma cosa hanno deciso e di cosa hanno dibattuto, il 19 e 20 ottobre scorsi, i ministri dell’Interno di Canada, Francia, Germania, Giappone, Italia, Regno Unito e Usa, insieme con il commissario europeo per le Migrazioni, Dimitris Avramopoulos, il commissario europeo per la Sicurezza, Julian King e il segretario generale dell’Interpol, Jurgen Stock? E perché, protetti da un consistente cordone di forze dell’ordine con allerta massima sull’intera isola d’Ischia, si sono seduti al loro tavolo anche i rappresentanti dei colossi del web, dal vicepresidente degli Affari europei di Microsoft, John Frank, al capo delle Politiche di controterrorismo di Facebook, Brian Fishman, passando per il capo delle Politiche pubbliche e di governo di Twitter, Nick Pickles, e per il vicepresidente delle Politiche pubbliche di Google, Nicklas Lundblad?

Si è discusso di temi apparentemente tecnici, il che giustifica il risalto mediatico contenuto del vertice, ma anche evidentemente cruciali per l’equilibrio e la sicurezza del mondo occidentale, oggi e domani. Perché, per dirla con le parole del ministro dell’Interno italiano Marco Minniti, «a Ischia ha cominciato a fare i primi passi una grande alleanza tra governi e grandi provider nel nome dei principi della libertà». Si è partiti, naturalmente, dal presupposto che Internet sia e resti «uno straordinario veicolo di libertà che non può essere messo in discussione. Ma dobbiamo fermare chi avvia campagne di conversione, radicalizzazione e addestramento online nel nome della jihad. Possiamo vincere questa partita col malware del terrore e dell’odio».

Vincere. Già, ma come?

Il primo e più consistente (e diremmo innovativo) risultato ottenuto nella tavola rotonda del Grand Hotel Punta Molino è senza dubbio la convergenza raggiunta tra i Paesi del G7 e i big di Internet (Microsoft, Google, Facebook e Twitter, ma già si pensa di coinvolgere Telegram e Tinder) sulla creazione di un gigantesco database globale in cui vengano etichettati con un’impronta digitale (un hashtag) e dunque bloccati tutti i video, gli audio, le foto e gli slogan a sostegno del terrorismo islamico.

Internet resta veicolo di libertà e democrazia, ma – come si è evidenziato durante i lavori sull’isola – sarebbe imperdonabile non prevenire attentati di matrice terroristica con il cosiddetto “machine learning”, l’intelligenza artificiale, potenziale alleato nella lotta senza confini all’Isis. “L’hashtag – si legge in una nota diramata a margine dei lavori – è generato da un algoritmo che, una volta assegnato, è univoco per ogni immagine rendendo più facile l’identificazione della stessa su internet”. E dunque il materiale di radicalizzazione e propaganda terroristica sarà una traccia da eliminare. L’assunto di partenza, da cui ci si è mossi durante i lavori del vertice, è che naturalmente mai come oggi “le organizzazioni terroristiche fanno un uso distorto di Internet per diffondere l’ideologia, reclutare nuovi combattenti, incitare agli attacchi, fornire guide sui metodi di attacco e raccogliere fondi per finanziare le loro azioni”. Di qui l’idea, che ha trovato una prima concreta attuazione, di una “profonda collaborazione tra tutti gli attori coinvolti, incluse le autorità governative, il mondo dell’industria e la società civile, per contrastare efficacemente l’abuso di Internet da parte delle organizzazioni terroristiche”.

Il report ufficiale, pur nell’irrinunciabile burocratese delle istituzioni, tradisce un certo ottimismo: “I partecipanti – si legge – hanno convenuto che le società di Internet continueranno ad avere un ruolo proattivo e garantiranno un’azione decisiva finalizzata a rendere le loro piattaforme più ostili al terrorismo e sosterranno azioni volte a potenziare l’empowerment dei partner della società civile nello sviluppo di narrative alternative online”.

Sono quattro, nel dettaglio, le aree operative verso le quali saranno indirizzati gli sforzi dei Paesi del G7 nella loro lotta al terrorismo: 1) l’utilizzo di tecnologie automatizzate per la rapida rilevazione e la rimozione dei contenuti terroristici nonché per la prevenzione della loro ulteriore diffusione; 2) la condivisione delle migliori prassi e tecnologie per migliorare la resilienza delle società più piccole; 3) il miglioramento della nostra base di conoscenza attraverso la ricerca e lo sviluppo; 4) il potenziamento dell’empowerment dei partner della società civile per sviluppare narrative alternative.

Si viaggerà dunque verso un ridimensionamento della libertà di espressione? No, per nulla. Il valore condiviso di libertà è stato rimarcato da tutti i ministri ed è, naturalmente, connaturato alla piattaforma di Internet. Tuttavia, è stata sicuramente sottovalutata, finora, l’opportunità di prevenire derive terroristiche attraverso il setaccio attento di ciò che circola online. Ed è qui che si gioca, essenzialmente, la partita inaugurata proprio a Ischia. Dove i partecipanti al vertice hanno, inoltre, concordato sulla necessità di assegnare un ruolo significativo al Global Internet Forum to Counter Terrorism (Ndr. Iniziativa congiunta dei colossi del web per collaborare al contrasto dell’uso della rete da parte del terrorismo islamico) e di sostenere le società più piccole affinché sviluppino le capacità per combattere l’uso distorto per fini terroristici delle loro piattaforme. E ancora: durante i lavori del G7 è stata accolta con favore la creazione di una Rete di Ricerca Globale da parte del Global Internet Forum, con i rappresentanti delle Istituzioni Accademiche ed esperti per sviluppare congiuntamente l’analisi dell’uso di tecnologie da parte dei terroristi. Bisogna conoscere il nemico, attraverso gli stessi strumenti in suo possesso. Un nemico che ha il volto dei 30mila foreign fighters che si disperderanno dalla Siria dopo la riconquista della capitale dell’Isis.

«Nel momento in cui Raqqa è caduta – ha spiegato Minniti nella conferenza conclusiva del vertice di Ischia – può diventare una straordinaria miniera d’informazioni. Noi dobbiamo raccoglierle e condividerle per avere un quadro chiaro della minaccia». Solo così, ha concluso, «sarà possibile produrre le prove nei tribunali contro i foreign fighters».