Sunday, September 15, 2019

L’ECCEZIONALITA’ DEL MAJO

In 15 anni mi è capitato solo una volta di non firmare l’Editoriale, e accadde perché ero assente. Oggi, invece, cedo questo spazio che è il primo del magazine, e che normalmente ne detta la linea politica, a Silvia Buchner poiché la profonda e lucida visione dei suoi argomenti si impone su ogni mio possibile ragionamento

(Riccardo Sepe Visconti).

Non ho nonni né altri parenti casamicciolesi, anzi neppure ischitani, e questo forse mi consente di guardare con maggiore obiettività a tutto quanto accaduto dal 21 agosto 2017; ma obiettività non vuol dire non pensare con apprensione a chi ha perso moltissimo, e con uguale, se non maggiore apprensione, non cercare di intravedere il migliore futuro possibile per un’intera comunità con un’identità forte – al punto da essere tornata nei secoli ad abitare un territorio decisamente pericoloso. Mi chiedo fino a che punto avendone piena consapevolezza. Perché se è vero che il precedente terremoto a Casamicciola alta risale alla fine dell’800, è vero anche che si dimentica in fretta, e se c’è chi ancora adesso ricorda le ammonizioni e i racconti dei nonni che lo hanno vissuto, è anche vero che, comunque, lì ha costruito perché lì possedeva il terreno ereditato dagli avi. Il Majo e La Rita, infatti, le zone più martoriate dall’ultimo terremoto, erano già state più e più volte e assai duramente colpite: e se nell’immediato dopo il terribile sisma del 1883 lo Stato ha dato indicazioni restrittive precise a chi voleva ricostruire, nel secondo dopoguerra, e per decenni, complice l’inarrestabile crescita di Ischia come stazione turistica e quindi un – finalmente – diffuso benessere, si è costruito, costruito, costruito…

E’ un fatto oggettivo di cui chi conosce quei luoghi deve prendere atto: le case sono tante, spesso addossate le une alle altre, sicuramente di edilizia economico-popolare (non ci sono ville in quella zona, questo è assolutamente vero), ma è altrettanto vero che tutto è stato fatto in modo incontrollato, disordinato, in posizioni a volte davvero pericolose (è il caso del fondo del vallone della Rita, luogo rischioso a prescindere dalla pericolosità sismica), spesso aggiungendo nel tempo nuovi volumi – da una certa epoca in poi violando la legge. Punto davvero dolente questo dell’edilizia abusiva, che scatena reazioni forti. Da una parte chi invoca, con assoluta ragione, solo costruzioni legittime (eppure nell’intervista che ci ha rilasciato, il vulcanologo Giuseppe De Natale spiega come anche quelle, pur se realizzate secondo gli attuali criteri richiesti, in quei luoghi non possono dirsi sicure al 100%). Dall’altra chi da secoli è abituato a fare da sé, in uno spazio per sua natura limitato, qual è per definizione l’isola (per cui parlare di delocalizzazione, se con essa si intende ricostruire le case del Majo in un altrove – che non sia la terraferma!- è mero esercizio intellettuale) e dove il valore del terreno stesso ancorché sulla carta solo d’uso agricolo è altissimo, per non dire dei costi di una casa da prendere in affitto come da comprare. E quindi si è continuato a fare da sé. Fra leggi che non hanno voluto considerare la crescita economica del paese e un sistema Stato che ha scelto di non prendere decisioni a nessun livello, come bene ha spiegato l’avvocato Molinaro nella sua intervista, dando vita a un meccanismo pernicioso di pressioni reciproche fra cittadino e politica locale. Dietro l’attuale situazione c’è tutto questo, una serie di fattori concomitanti che sono stati gestiti male, malissimo, e oggi se ne scontano le conseguenze.

Eppure, le conseguenze peggiori di questo costruire in maniera anarchica, in spregio alla legge ma anche senza gli strumenti urbanistici (che tocca a chi amministra redigere), non sono di tipo morale, quanto piuttosto concrete ricadute negative. Nel senso che, se si arriva al paradosso espresso dal professor De Natale (si può costruire senza titolo edilizio anche un bunker d’acciaio che resisterà al terremoto, ma per la legge rimane abusivo), è tuttavia verosimile che edificare quando non è consentito, significa farlo in fretta, con il timore di essere denunciati e quindi fermati, magari senza calcoli progettuali accurati (e se anche quelli non bastano in zone sismicamente pericolose, figuriamoci quando sono del tutto assenti); aggiungiamo che costruire secondo regole stringenti fa sicuramente lievitare i costi di realizzazione, e si ha un quadro abbastanza verosimile di ciò che è accaduto. Intendere, quindi, le parole del geologo che spiega come la faglia che genera le scosse sismiche corra esattamente al di sotto del Majo, come un’assoluzione per le abitazioni abusive crollate o danneggiate, costituisce un fraintendimento: lo stesso geologo suggerisce, infatti, di non ricostruire più in assoluto case in quella zona, e probabilmente lui, come d’altra parte farebbe un ingegnere, avrebbe bocciato la sopraelevazione sotto la quale una donna ha perso la vita e 3 bambini sono rimasti intrappolati la sera del 21 agosto…

Adesso che, da qualche settimana, la conversione in legge del decreto Genova traccia le direttive volute dal Governo per poter iniziare la ricostruzione, questa dovrebbe essere preceduta assolutamente da valutazioni serie, approfondite, ragionate su come muoversi. Perché è ormai ben chiaro che il Majo e La Rita non sono un abitato come un altro, sono un luogo con una storia eccezionale, che va capita appieno e con la quale si devono fare i conti. E, contemporaneamente si deve pensare a quella comunità aggrappata alla sua terra come a una realtà sociale, civile, economica, con problemi e potenzialità. Quel borgo, infatti, era già in grande affanno dal punto di vista delle attività prima del terremoto: fra pensioni e alberghi in seria difficoltà e pochi negozietti, ma è altrettanto vero che custodisce in sé una prestigiosa sorgente purtroppo sottostimata nel suo valore e resa marginale da scelte di strategia turistica che hanno penalizzato il settore termale, ed è prossimo ad un contesto naturale magnifico quale il monte Epomeo. Per ricostruire davvero non si può prescindere dal considerare tutto ciò, punti deboli e potenzialità, storia e prospettive, per capire in quale direzione andare. Pena perdere definitivamente uno dei cuori storici dell’isola d’Ischia.

Silvia Buchner