Monday, July 22, 2019

LUCIA ESPOSITO PROFESSIONE COACH

nterview_ Pasquale Raicaldo Photo_ Ischiacity

Nessuna etichetta, grazie. “Mi occupo di trasformazione ed evoluzione. Aiuto le persone a scegliere”. Partiamo dal biglietto da visita, lo serve con dita dalle unghie meticolosamente curate, un ricercato disegno su ciascuna, piccole opere d’arte. Sopra, c’è scritto: “Consulente di orientamento scolastico, universitario e del lavoro. Coach”. Ecco, Lucia Esposito aiuta a vivere. E siccome la vita è soprattutto una questione di scelte, aiuta a scegliere. Sociologa di formazione, laureata alla Federico II, poi una serie di progetti con cooperative sociali ed enti locali: adolescenti, immigrati, tossicodipendenze, disoccupazione. Parallelamente, attività da orientatrice all’università. “Era in embrione quel che sarei diventata”, sorride. “E ho capito che per aiutare realmente a scegliere una persona, non devi essere vincolata a una realtà, come un Ateneo. Devi, semplicemente, rispondere a chi ti chiede aiuto”. I mental coach, oggi, sembrano fiorire ovunque: locandine, manifesti, banner su internet. “Va di moda, ma non ci si improvvisa coach. Io sono arrivata a farlo con tre master e venti anni di professione. La formazione, naturalmente, è essenziale”.

Oggi, le chiedono aiuto in tanti: lavoratori, disoccupati, studenti, persino casalinghe, in attesa che prenda forma l’ultimissima idea, il coaching per il benessere (anche fisico). Lei ascolta (ha uno studio privato a Forio) e tende una mano. Nessuna bacchetta magica, per carità. “Parto, semplicemente, dall’idea che chi arriva da me lo faccia con la consapevolezza di essere vicino a una scelta, a uno snodo della propria vita. E che magari abbia dubbi sulla strada da percorrere, o che addirittura non la veda neanche perché non vede la meta. Come chi naviga a vista nella nebbia e cerca di individuare un faro che la diradi, per poi navigare in sicurezza. Ecco, aiuto le persone ad arrivare da un punto A ad un punto B. Ricordando loro che quando si viaggia, non bisogna dimenticarsi di dove si voglia arrivare. E che per raggiugere B bisogna anzitutto conoscere se stessi e tutto ciò che ci circonda”.

Conoscersi, prima di scegliere.

Certo. Non si può arrivare alla scelta senza aver prima esplorato le strategie possibili da mettere in atto. Alle volte, neanche sappiamo individuarle. E attraverso diverse modalità di approccio – le domande di coaching, schede di attivazioni, simulazioni – vengono spesso alla luce alternative che neanche ipotizzeremmo. Nell’orientamento scolastico, per esempio. Ma anche nella ricollocazione professionale.

Un esempio?

Lavoro molto sull’autostima. Di recente, ad un corso aziendale ho incontrato una donna che undici anni fa era casalinga. Mi ha abbracciato e ringraziato: ‘Grazie a lei ho saputo ripensarmi’. Lavora nel campo termale da 10 anni, le è bastato individuare la possibilità di un’alternativa, in una vita che invece sembrava incanalarsi in una direzione che evidentemente non la soddisfaceva. Ha superato una convinzione autolimitante secondo cui a 50 anni non si possa trovare lavoro.

Strutture alberghiere e commerciali credono sempre più nel coaching e nel team building. Perché?

Perché il lavoro di squadra conviene a tutti. E quando il sé personale si concilia con il sé professionale, guadagnano tutti. Migliora l’accoglienza, la comunicazione, la produttività. Una delle cose fondamentali è che i dipendenti, termine antiquato, si considerino imprenditori di un’azienda. E’ il mio slogan: sii imprenditore, anche da dipendente. Considerarci in sintonia con gli obiettivi e la visione della realtà lavorativa che ci circonda è la chiave di tutto: avrei mille esempi di imprenditori illuminati che hanno strabuzzato gli occhi di fronte alle idee e alle soluzioni emerse dai lavori di team building e bilancio di competenze con i propri dipendenti. Cambia la visione di tutto, insomma. E capita che un receptionist, laureato in scienze motorie, si offra volontario per servizi alla clientela. L’azienda ottimizza, lui si sente più realizzato. La soluzione, come vedete, è dietro l’angolo.

Bicchiere mezzo pieno: ottimismo o realismo?

Il mondo del lavoro è cambiato. Ischia ha una particolarità: il mare sembra un limite o un’opportunità. Basta saper leggere dentro di sé e interpretare il territorio, individuarne le potenzialità di sviluppo. Mi capita di fare formazione orientativa in classi, alle scuole medie o superiori, che trovo depresse, complice il bombardamento dei media e i messaggi di docenti spesso nostalgici del vecchio posto fisso o imprigionati in una visione distorta della loro precarietà. Il punto è che è la lente che indossiamo a distorcere la visione del bicchiere, che sembra mezzo vuoto. E ai ragazzi spiego una cosa, soprattutto.

Cosa?

Che non devono decidere avendo come punto di riferimento la visione del mondo, desueta, degli adulti. Loro sono abituati a scegliere in contesti sociali e lavorativi molto differenti da quello attuale. Chi studia alla vecchia ragioneria, farà il ragioniere. Associazioni semplici, lineari. Ecco, molte non sono più valide. Perché è cambiato il mondo e la vecchia ragioneria, per esempio, è oggi una scuola di amministrazione, finanza e marketing. Che già si affaccia su tre settori diversi. Il mondo cambia a velocità supersoniche, ai ragazzi spiego soprattutto come affrontare e riconoscere il cambiamento. Essendo centrati su ciò che vogliono. E comprendendo quanto siano disposti a cambiare di sé in funzione degli obiettivi prefissati.

E abbattendo i cliché, un fardello dal peso spesso insostenibile.

Quello è essenziale. Ci hanno insegnato che il licenziamento è il padre di tutti i mali. Un lutto, al quale rimediare con una terapia. Oggi, il mondo del lavoro chiede soprattutto di rinnovarsi. Pretende una piena capacità di adattamento. Vi sembra un male, questo?

Torniamo alla scelta. Avvicinarsi all’istituto superiore, per esempio. In piena adolescenza.

L’equivoco nasce dalla convinzione dei genitori, per i quali i figli sono – testuale – piccoli per scegliere. Così, finiscono con il sostituirsi. Da quindici anni aiuto i ragazzi a scegliere l’indirizzo di studi e i genitori e i docenti a supportarli in una scelta che sia autonoma e consapevole. Da un anno lo faccio a tappeto in tutte le scuole di Ischia e Procida grazie al progetto YEP! Ischia, di cui sono ideatrice e manager (Youth Empowerment Program rientra tra le iniziative finanziate dal Dipartimento della Gioventù e del Servizio Civile Nazionale della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel settore Giovani per il Sociale e promosso dall’Associazione Gabbiani onlus di Ischia, n.d.r.).

Risultanze?

I ragazzi spesso sono disorientati. Lavoro su di loro, coinvolgendo docenti e famiglie partendo dall’abbattimento degli stereotipi. Quelli secondo cui chi va bene a scuola deve scegliere un liceo, chi va male entrare nel girone, prospettato come infernale, degli istituti professionali. Del resto, è stata l’Europa a darci un segnale d’allerta: per ridurre la disoccupazione è necessario che le eccellenze abbraccino anche gli istituti professionali e i tecnici, che peraltro nel caso di Ischia si sposano con la vocazione del territorio.

Ci sono ancora molte resistenze?

Meno che in passato. I casi di genitori che insistono per una scuola associata a un’idea di status superiore sono in diminuzione. E il benessere del ragazzo, la sua autorealizzazione, sta diventando sempre più prioritaria.

Orientamento alle superiori. Cosa accade?

Per i professionali inizio dal secondo anno per il cosiddetto ri-orientamento e per la scelta dell’indirizzo. Ma incentro la maggior parte degli sforzi nelle classi quarte e quinte per affrontare il post diploma. Agisco sull’idea del lavoro, sugli obiettivi professionali per individuare il percorso più utile, efficace e intelligente per raggiungere un obiettivo. Resiste ancora un’idea di fondo per la quale gli istituti tecnici e professionali affaccino direttamente sul mondo del lavoro e i licei necessariamente sull’università. Ma molto è cambiato: vedo sull’isola dirigenti illuminati, che chiedono orientamento universitario per i tecnici e i professionali. Ecco, la percentuale di chi sceglie l’università è nettamente cresciuta.

Ed è un bene?

E’ che è cambiato il mondo, ripeto: università e mondo del lavoro non sono più le due sole alternative. Il tutto grazie a programmi come Garanzia Giovani e percorsi ibridi che abbracciano i due mondi, come gli ITS, percorsi biennali post diploma con docenti che arrivano dalle aziende ma anche dall’università: al termine, si può lavorare o scegliere l’università, partendo con i crediti acquisiti nell’Its.

Si occupa anche di disoccupazione giovanile.

Certo e anche di prevenzione della disoccupazione, seguendo privatamente i giovani nella programmazione dello studio e del progetto professionale. Ci sono poi dei giovani che vivono in una sorta di limbo: fuoriusciti dal mondo della scuola, non ancora all’interno del mondo del lavoro, i neet. Con il progetto Fixo, al Mattei e al Telese orientiamo ragazzi che hanno difficoltà nel passaggio da un mondo all’altro. A loro spieghiamo soprattutto che il lavoro non bussa alla propria porta: cercare lavoro è un lavoro. Che va affrontato con serietà, ottimismo, voglia di fare.

Qual è la sfida del futuro, per il suo settore?

Credo che i tempi siano maturi per una vera e propria rete che inglobi le scuole, che già fanno sistema, ma anche e soprattutto amministrazioni locali e associazioni di categoria, con cui i rapporti sono più altalenanti. Bisogna che tutti comprendano che lo sviluppo del territorio e la realizzazione dei talenti dei giovani sono due facce della stessa medaglia. E’ un obiettivo perseguibile, ancor di più se l’isola dovesse virare verso il Comune Unico.

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