Saturday, May 30, 2020

MARISA LAURITO: LA MIA ARTE E’ IL JAZZ DELLA PAROLA

Mrisa Laurito
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text_Riccardo Sepe Visconti

Maurisa Laurito mi riceve nel fresco bar interno del Regina Isabella: mentre le vado incontro ci incrocia Salvatore Pica, il mitico presidente dell’Accademia della Catastrofe che negli anni ’90, insieme a Lucio Rufolo e Fabrizio Mangoni, “fece tanti danni”, prendendosi gioco di personaggi e situazioni… Ecco, quindi, che mi viene l’idea di chiedere al prof. Pica di chiamare al telefono l’architetto Mangoni – autore dell’imperdibile “Dolci Persone”, trattato sulla fisiognomica dei dolci (quelli che dalle nostre parti chiamiamo affettuosamente “pastarelle”) – e farci raccontare da lui che specie di pastarella sia la signora Laurito.
Naturalmente, Mangoni non ha dubbi: Marisa è una zeppola di San Giuseppe, rigorosamente fritta. E così argomenta: “sono sempre stato convinto che la mia amica Marisa Laurito fosse una zeppola di S. Giuseppe, quella fritta non quella al forno, perché la zeppola sostanzialmente assomiglia alla pasta dello choux, che si gonfia in tutte le direzioni: mi riferisco all’anima di Marisa, non al corpo. Stiamo parlando di una persona che si muove dove la porta l’interesse, insegue le curiosità. Deve essere quella fritta innanzitutto perché è buona, e poi quel minimo di untuosità dato dalla frittura le consente di essere allegra e l’allegria determina la sua simpatia, la capacità di essere empatica verso il pubblico. Dopodiché ci sono le passioni, che non sono nascoste, sono viceversa esplicitate, non è un pasticcino crema e amarena, con un carattere forte e duro esterno e dentro tutti gli umori passionali – no! – in lei la passione è la cremosità molto familiare, semplice di una crema pasticcera classica, in cui la sensualità è affidata al contrasto tra il dolce e l’aspro dell’amarena. Questo umore che attraversa tutta la sua anima rende calzante il raffronto”.
Va da sé che intervistare una donna/attrice/zeppola di San Giuseppe è per me una situazione… del tutto nuova!

 

E’ stata ospite a Ischia insieme a Luciano De Crescenzo: entrambi facevate parte del gruppo che, guidato da Renzo Arbore, dette vita al grande fenomeno televisivo di “Quelli della notte”, nel 1985.
“Quelli della notte” fu la mia prima trasmissione televisiva importante, e la feci anche di malavoglia, perché ero molto impegnata con il teatro. Dopo 20 anni di “scavalcamontagne” (Ndr. nel gergo del teatro è la figura dell’attore che oltre a salire in palcoscenico si dedica anche a lavori più umili, come il trovarobe, il
suggeritore), ero la protagonista in uno spettacolo con Tato Russo, ero primadonna del teatro Bagaglino a Roma. Ebbene, Arbore mi chiese di buttare tutto a mare per ricoprire un piccolo ruolo in “Quelli della notte”. Tra l’altro, allora gli attori di teatro guardavano con sufficienza alla TV, ricordo che una volta una persona mi chiese se mi sarebbe piaciuto diventare come Raffaella Carrà e io pensai che fosse proprio uno stupido a dirmi una cosa del genere! Comunque, sciolsi il contratto con il Bagaglino con un po’ di timore. La forza di “Quelli della
notte” era il fatto che fosse uno spettacolo corale in cui ci divertivamo molto a stare insieme, a giocare con la creatività, con il “cazzeggio”, ma non avrei mai pensato che mi avrebbe portato a una svolta radicale nella mia carriera.

Quindi, ne è valsa la pena?
Sì, per una sola, importante ragione, ossia che da quel momento da attrice sono diventata anche autrice. Quando si improvvisa e lo si sa fare, si diventa immediatamente autore e io di avere questa dote l’ho scoperto appunto con “Quelli della notte” e Arbore mi ha insegnatomolto in questo senso. Noi definiamo il nostro lavoro il “jazz della parola”, cioè la capacità mentre parli di improvvisare, di stupire l’altro, di provocare le battute e io non avrei mai pensato di avere questa dote. Fino a quel momento ero stata un’attrice professionista molto precisa, che amava i registi e osservava la disciplina del teatro, con Eduardo De Filippo, poi, il teatro San Ferdinando era come una chiesa in cui si veniva multati in continuazione e questa era la regola cui ero abituata. Ad Arbore devo la libertà di espressione, il che non è poco. Grazie all’esperienza con lui, ho capito che se un attore non si rivolta contro i registi non fa bene, perché il regista ha una visione unitaria dello spettacolo, ma è la sua e l’attore è una pedina nelle sue mani. Da quel momento non ho quasi più lavorato con un testo scritto unicamente da altri, ho iniziato a cucirmi tutto addosso.
Ho l’impressione che da tempo la musica e la comicità napoletane non riescano più ad avere un ruolo di primo piano e che, per esempio, i comici toscani abbiano superato in popolarità quelli partenopei.                                                                                                                               Questa sua osservazione sulla crisi della creatività artistica io però la allargherei a tutta l’Italia: i giovani non sanno dove “andare a fare palestra”, a recitare per affinare e consolidare i propri talenti, mentre noi avevamo questa possibilità, nei piccoli teatri, nelle molteplici possibilità di incontro che c’erano. Il mondo dell’arte si alimenta di incontri con persone straordinarie e io sono stata molto fortunata in questo senso. Per esempio, al ristorante Augusteo di Roma avevamo un ‘tavolo sociale’ dove chi era libero veniva e le persone che si alternavano erano Monica Vitti, Marcello Mastroianni, Fellini, Ettore Scola, Nanni Loy, Arbore, De Crescenzo, Paolo Villaggio! Lì ho potuto parlare spesso con loro e un po’ del meraviglioso pulviscolo stellare di queste persone eccezionali ti
rimane inevitabilmente addosso.
Oggi, cosa succede invece?
Appena un giovane ha delle capacità lo buttano in televisione e lì sono come delle comete, che in sei mesi si spengono, perché non hanno la forza ed il tempo di poter sviluppare il seme del loro talento, che per diventare solido ha bisogno di lavoro, sofferenza, studio quotidiano; la gavetta ti insegna anche a reggere il peso costituito dal talento stesso, che ti obbliga a cercare di superare te stesso ogni giorno. Non a caso il regista Vincenzo Salemme, che è uno degli ultimi importanti autori e attori che si sono affermati, è cresciuto alla scuola di Eduardo De Filippo, facendo una gavetta di 20 anni. Lei i suoi spettacoli se li scrive da sola?
Nella sostanza sì, per disperazione. Prima avevo un autore che mi ha accompagnato per anni; dopo la sua morte prematura non riesco più a trovare una persona che mi dia l’originalità che cerco, che si dedichi anche 24 ore al giorno al lavoro. Ecco, con Vincenzo Salemme mi troverei benissimo, ma lui ha i suoi impegni e non riusciamo mai concretizzare.
Quanto si sente sexy e seduttiva?
Ah, moltissimo, da sempre.
La seduzione è cambiata nel tempo?
No! La persona seducente lo è per tutta la vita, la seduzione nasce con la persona e l’accompagna. E, d’altra parte, la seduzione per un attore è essenziale, la mettiamo in atto ogni volta che andiamo in scena, è un gioco che sto facendo anche adesso, durante l’intervista.
Questo significa che un artista è costretto a recitare sempre? No, sono due cose diverse: la recita si fa quando si è sul palcoscenico, l’importante è che la finzione non superi la verità, ma non ha nulla a che fare con la seduzione. La seduzione è parte del carattere, non è mai finzione.
La città di Napoli è ancora seduttiva?
E’ una domanda dolorosissima. Ogni volta che vengo a Napoli, mi domando la ragione per cui sono andata a vivere lontano, perché la città ha ancora molte qualità. Purtroppo, sento che la gente è cambiata e in questo la televisione ha fatto danni colossali, per esempio è sparita l’eleganza, il decoro che sono qualità che in passato ho trovato in persone di grande semplicità, come gli operai e le loro famiglie cui andavamo a fare lezione dopo la scuola. E Napoli era una delle città più eleganti, non solo nelle forme o nell’abbigliamento ma nel modo di accogliere, nella generosità, nella simpatia.

Per questo mutamento in negativo attribuisce molte responsabilità alla TV, ma proprio con lei abbiamo parlato di buona televisione.
Sì, la nostra era ottima, il crollo di qualità c’è stato dagli anni ’90 con l’avvento delle reti private e la guerra agli ascolti che ne è scaturita: invece di far lavorare gli autori italiani si è preferito acquistare format terribili, non c’è limite al brutto!

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