Thursday, February 22, 2024

23/2008

Photo: Riccardo Sepe Visconti
Text: Silvia Buchner

 

Di cuori verdi Ischia ne ha tanti, quello esplorato con questo itinerario è uno dei più imponenti e variegati per il paesaggio e la vegetazione che si incontra: abbiamo infatti sfiorato e ammirato solo da lontano alcune delle alture che fanno parte del gruppo dell’Epomeo (senza però compiere la classica passeggiata di ascesa ai 787 metri della montagna dell’isola d’Ischia) e abbiamo toccato alcune delle più belle località che lo circondano. Tanto che l’Epomeo sarà una presenza costante per tutta la passeggiata, durante la quale spesso si incontrano sentieri e deviazioni da cui lo si può raggiungere: con un cammino più impegnativo, ma sicuramente più suggestivo ed emozionante.
Il nostro percorso inizia dal cimitero di Serrara Fontana (località Pantano), prendendo la strada che si apre a destra e che conduce a Calimera. Da Calimera si continua a camminare fino a raggiungere la località Bocca di Serra, dopo aver superato, prendendo la via a sinistra, uno dei tanti bivi per l’Epomeo. Si prosegue quindi attraverso un sentiero, stretto tra lo strapiombo verso il mare a sinistra e la parete alta e scoscesa che occupa tutto il lato a destra. Si avanza fino ad entrare in un boschetto di robinie, il bosco dei Frassitelli, e da questo nel castagneto della Falanga. Una volta usciti dalla Falanga, dopo poche centinaia di metri si arriva alla chiesa di S. Maria al Monte. Da questo momento in poi inizia la discesa, prima più difficile, attraverso uno stretto viottolo realizzato con blocchi irregolari, poi agevole per la strada asfaltata. Si attraversa la località Corbaro, per poi imboccare via Piellero che conduce nuovamente alla strada provinciale a Forio, poco oltre il quartiere di Monterone. Questa passeggiata consente di immergersi in un frammento dell’isola più agreste: minuscoli gruppi di case persi nella campagna, boschi in cui l’abilità e la cultura della civiltà contadina hanno mirabilmente convissuto con la natura per secoli, terrazzi coperti da vigneti intorno ad una chiesetta rotonda, profumi intensi come i colori, fra contrasti e armonie.
Calimera è il pugno di case rurali – anche se oggi profondamente modificate nelle loro strutture più tipiche, ad esempio le cantine, che hanno spesso perso la funzione originaria – che s’incontra dopo essersi lasciato alle spalle il cimitero di Serrara Fontana. Calimera significa ‘buongiorno’ in greco e, come ha ipotizzato un autorevole linguista, è ben probabile che fu battezzato così in epoca bizantina (VIII-IX secolo d.C.), quindi il suo nome ci dice l’antichità di questo insediamento, dove i contadini ischitani abitano da almeno mille anni, alla ricerca, nel passato naturalmente, di una sicurezza che lungo le coste era messa in pericolo dalle scorrerie dei pirati. Superate le case la strada diventa un sentiero strettissimo, letteralmente scavato, metro dopo metro, in una parete di tufo alta molti metri che ci sovrasta: è come una porta, un passaggio ‘necessario’, attraverso il quale si accede a luoghi e paesaggi che sono altro dal nostro quotidiano: oltre questa ‘porta’, i chilometri di sentieri che tagliano la campagna ancora ben coltivata a vigneto o (ri)conquistata dalla macchia mediterranea. In queste settimane di giugno (quando abbiamo fatto la passeggiata) è il regno incontrastato della ginestra, cui si alternano più rari ma spettacolari cespugli di elicriso: dovunque si guardi, sul ciglio della strada o arrampicate sulle alture più brulle e fra le rocce, da qui fino all’ingresso nella Falanga, infatti, vi è una distesa gialla che emana un profumo intenso e fresco al tempo stesso. Vale la pena di fermarsi, in particolare a Bocca di Serra dove, dalla breve spianata, si può godere di uno dei più bei paesaggi dell’isola: da qui si apre, infatti, una lunga panoramica che ci accompagnerà fino a quando non entreremo nel bosco. Lo sguardo, quasi a volo d’uccello, arriva fino a S. Angelo, e poi Panza e la zona dei Frassitelli (si possono distinguere bene i famosi vigneti della zona, una delle più rinomate per la produzione di vino dell’intera isola che si alternano ai segni dell’urbanizzazione in certi tratti assai intensa); proseguendo il cammino lungo un sentiero stretto ma nel complesso agevole, si vedrà punta Imperatore, l’ampia baia di Citara, Forio. Volgendosi verso l’interno, alla nostra destra, la parete rocciosa che in questo tratto le ‘vicissitudini’ geologiche hanno reso aspra, ripida, incombente. Una delle località che sovrastano il sentiero che percorriamo si chiama Pietra dell’acqua, perché vi è un grosso masso nel cui tufo tenero è stata scavata una cisterna. La ricerca perenne di modi di conservare il preziosissimo liquido ha trovato, infatti, un insperato alleato nella serie di massi staccatisi dal bordo occidentale dell’Epomeo, durante l’attività tettonica che ha portato alla formazione della montagna, e che sono stati abilmente scavati, ricavando nella pietra, appunto, depositi per l’acqua e ingegnose canalette per favorirne la raccolta.
Ma il paesaggio è destinato a mutare ancora: il sentiero bianco entra, infatti, nel bosco dei Frassitelli costituito da robinie; particolarmente suggestivo l’arco in pietra, formato da conci che si reggono senza l’impiego di malta, che si apre all’improvviso, segnando l’inizio di uno dei sentieri che conduce all’Epomeo. Sono a secco anche i muretti che emergono qua e là fra gli alberi e che, in parte, sono la testimonianza dell’attività di una sorta di scuola per tagliapietre che si teneva quassù negli anni ’30. Essendoci abbondante materia prima a disposizione, questo era il luogo ideale per tramandare un’arte essenziale in un’epoca in cui non esisteva ancora il ceroblock. Poco dopo le robinie lasciano il posto al castagneto e si entra nel bosco della Falanga.
La Falanga è un pianoro, a circa 600 m . di altezza, chiuso dall’alta parete dell’Epomeo che in quel punto è praticamente verticale: un reticolo di sentieri (tale che sconsigliamo di addentrarsi senza la guida di una persona che abbia esperienza di quei luoghi) attraversa il folto castagneto e guida i passi alla scoperta di un vero e proprio mondo a se stante. L’attività geologica dell’Epomeo ha comportato il franare di mastodontici blocchi di pietra lungo tutte le pendici della montagna, da Casamicciola fino a Serrara e alla costa: alcuni sono diventati scogli, il più celebre è il Fungo a Lacco Ameno, altri si sono fermati a diverse altezze ed essendo la pietra facilmente lavorabile molti di essi sono stati scavati. Per ricavarne abitazioni, depositi, luoghi di avvistamento e rifugio, cisterne per l’acqua. Ebbene, il bosco della Falanga custodisce un campionario completo di queste ‘case di pietra’: le utilizzavano i contadini che trascorrevano qui molto tempo (essendo lungo e disagevole tornare a valle), in primo luogo per coltivare la vite, che almeno fino al ‘700 era piantata anche nella stessa Falanga. Notevole riprova di ciò è il masso in cui fu ricavato sia un deposito per l’acqua che un palmento, vale a dire una struttura necessaria alla pigiatura e una ‘pietratorcia’, una sorta di pressa azionata da una leva usata per schiacciare l’uva, ancora in bella vista proprio davanti al palmento. Quindi l’uva coltivata quassù si preferiva lavorarla direttamente sul posto, portando giù solo il vino prodotto. Tanti massi sono stati sapientemente scavati per farne degli ambienti che erano più che rifugi, sono completi, infatti, di canna fumaria per il camino, di finestre e prese d’aria, di ganci per appendere le provviste e addirittura di fori per sostenere i pagliericci. Particolarmente interessanti sono quelle che sull’ingresso, oltre a una croce recano una data, la più antica documentata è del 1610. Quando la vite fu eliminata (perché i guadagni ricavati non compensavano più la fatica e l’impegno necessari), tutta la Falanga venne occupata dal castagneto che c’è ancora adesso e la cui coltivazione era, comunque, strettamente connessa a quella del vigneto – infatti i pali di castagno erano, e talora lo sono ancora, utilizzati per i sostegni alle viti – e ai contadini, nelle case di pietra si sono sostituiti i tagliaboschi. Esplorando la Falanga si incontrano diverse grandi fosse a forma di tronco di cono rovesciato, profonde diversi metri e accuratamente rivestite da ‘parracine’, cioè i tipici muri a secco: sono le fosse della neve. Fino agli anni ’20 del Novecento in questi ingegnosi depositi si conservava la neve che, d’inverno, sembra cadesse più abbondante di oggi. D’estate veniva poi venduta, ricavandone buoni guadagni, e si usava per rinfrescare l’acqua e conservare derrate. Nulla era lasciato al caso: un gruppo di persone, chiamate in dialetto i ‘nevaioli’, ad ogni nevicata, richiamato da un particolare segnale saliva fin qui, raccoglieva e comprimeva la neve coprendola poi con rami e foglie perché si conservasse a lungo.
Uscendo dalla Falanga, si raggiunge una piccola, deliziosa creazione dell’uomo che nei secoli – esiste dal ‘700 – è collegata intimamente alla vita di questa zona. E’ la chiesetta di S. Maria al Monte. Sembra che la facesse costruire un membro della famiglia proprietaria dell’intera Falanga, gli Sportiello, per espiare un delitto commesso: sicuramente era un punto di riferimento per chi abitava e lavorava la vasta campagna e i boschi che la circondano. Ancora oggi è come una piccola oasi: è sempre chiusa, purtroppo (tranne che nel giorno di S. Maria, il 12 settembre, quando viene raggiunta in processione da Forio), ma ‘sbirciando’ dalla grata del pesante portone in ferro si respira la tranquillità che solo luoghi così sanno comunicare. Davanti un minuscolo sagrato a calce, abbacinante nella luce di mezzogiorno, la pompa a mano (ancora funzionante!) dell’antica cisterna previdentemente ricavata sotto la chiesa e un panorama che continua a commuovere per la sua bellezza. Da qui comincia la discesa veloce, ma spettacolare per i paesaggi che ancora si incontrano, verso la località Piellero (famosa per una fonte d’acqua dolce) che conduce infine a Forio. Particolarmente bella la zona di Corbaro, che offre una visione dell’Epomeo meno nota rispetto a quella cui siamo abituati dalle cartoline, ma assolutamente da conoscere, in cui la montagna si presenta con una combinazione di superbe rocce – dominano le cime aguzze del Frassitelli – e intensa vegetazione, emblematica di uno dei pregi maggiori di quest’isola, la sua estrema varietà di paesaggi.