Friday, April 19, 2024

24/2008

Photo: Romolo Tavani
Text: Silvia Buchner

 

fianco di un vulcano (nella zona al confine tra i comuni di Lacco Ameno e Forio), che ne spaccò la crosta fuoriuscendo liberamente, si mosse in direzione del mare per un chilometro e si stratificò per uno spessore di 100 metri. Una volta solidificata, la lava fu roccia e nei millenni vi si è insediata una vegetazione lussureggiante e variegata, dando vita ad una delle località dell’isola più particolari: Zaro. Il suo essere insieme prossima al mare, visto che la colata che forma il promontorio termina letteralmente in acqua con le punte Cornacchia e Caruso, e densa di macchia che in alcune zone diventa folto bosco di lecci, ha eccitato, nel passato, la fantasia dei viaggiatori che hanno esplorato questi luoghi (immaginiamoli percorsi sì e no da rari sentieri e non dalla via carrozzabile che oggi consente di raggiungere i punti più panoramici anche in auto). In particolare li descrive nei dettagli Pino Orioli, compagno nella vita e di viaggio dello scrittore scozzese Norman Douglas che a Ischia dedicò un libro intitolato “L’isola di Tifeo”. Orioli, dal canto suo, consacra ai tre mesi trascorsi con Douglas a zonzo per l’isola un capitolo della propria autobiografia “Le avventure di un libraio”, lasciandoci pagine meno immaginifiche e meno note di quelle di Douglas ma scritte con sensibilità e grande capacità di osservazione. Ebbene, i due amici, nel 1930, fecero esattamente la stessa passeggiata che proponiamo in queste pagine: partendo dalla spiaggia di San Montano a Lacco Ameno raggiunsero Forio, più o meno dove sorge la chiesa di S. Francesco di Paola, che domina la bella spiaggia che ha lo stesso nome, attraversando appunto Zaro. “E’ la zona meno frequentata dell’isola – scrive Orioli – con un fascino peculiare, un fascino lugubre ed aspro. I campi (ndr. abbandonati dopo il terremoto del 1883) furono coperti da cardi selvatici, olivi e viti inselvatichirono, le case furono demolite. Ovunque c’è lava, pareti di lava, con in mezzo labirinti di tortuosi sentieri, un tempo ben delineati, aridi pinnacoli di lava come Guardiola e monte Caruso. La superficie della colata è fatta di colline e vallette, la costa è tutta rocciosa, con altre due fosche lingue di pietra, a ovest di punta Cornacchia, che si protendono fra le onde”. Queste parole tratteggiano davvero con efficacia il paesaggio, anche se oggi una strada principale asfaltata e tante minori l’attraversano e molte ville hanno finito inevitabilmente per popolare un luogo così notevole dal punto di vista panoramico. Accanto a più o meno sontuose dimore moderne, meritano uno sguardo più attento, tuttavia, tre di esse che appartengono al patrimonio architettonico e culturale dell’intera isola d’Ischia: la villa Mezzatorre, La Colombaia e La Mortella che incontreremo in punti strategici lungo la passeggiata.
L’itinerario, come di consueto, è stato organizzato dalla guida escursionistica Assunta Calise. E’ un percorso decisamente facile e abbastanza breve (nel complesso circa 4 chilometri), adatto anche a giornate molto calde, soprattutto se fatto nel tardo pomeriggio per assistere al tramonto direttamente sul mare. Si parte dalla baia di San Montano (subito dopo l’ingresso al parco termale del Negombo), una delle più belle di tutta Ischia, in cui s’intrecciano in maniera stupefacente storia, leggenda e patrimonio naturale, creando un luogo veramente unico. Nel 775 a.C. circa vi sbarcò una flotta di navi proveniente, dopo un viaggio decisamente lungo, dall’Eubea, un’isola della Grecia. Lo scopo di questi ‘novelli Ulisse’ era di trovare una terra in cui stabilirsi, Ischia aveva le caratteristiche giuste, si fermarono e costruirono la ‘città’ di Pithecusa che è, secondo gli archeologi, la più antica (e la più settentrionale) delle tante colonie che i greci nell’antichità fondarono in Italia Meridionale e in Sicilia. L’ampia valle che si apre alle spalle della spiaggia accolse per centinaia di anni le tombe dei pithecusani ed è stato dimostrato che esse venivano costruite utilizzando proprio la pietra cavata dalla colata di Zaro, di cui si è detto all’inizio. I greci erano abilissimi artigiani e mercanti, portarono con sé la scrittura e una raffinata cultura letteraria: le testimonianze di tutto ciò, svelate in anni di accurate esplorazioni e studi, si possono vedere nel Museo Archeologico di Pithecusae, ospitato nella settecentesca villa Arbusto, che domina il paese di Lacco Ameno. Ma nella baia di S. Montano, secondo una suggestiva credenza, molti secoli dopo, durante le persecuzioni dell’imperatore Diocleziano, approdò anche una barchetta proveniente dall’Africa. Invano gli aguzzini della martire cristiana Restituta avevano cercato di darle fuoco, ma essa era giunta intatta, guidata da un angelo e custodendo il corpo senza vita della giovane santa. Divenne la patrona dell’isola d’Ischia e a lei è dedicata una bella festa che ha il suo culmine fra il 16 e il 18 maggio di ogni anno.
Prima di iniziare a camminare vale assolutamente la pena di ammirare i due promontori che delineano la profonda baia di S. Montano: da una parte monte di Vico, un’alta propaggine la cui roccia dal colore rugginoso accoglie su speroni e rientranze una magnifica macchia mediterranea in cui spiccano le agavi che sfidano la forza di gravità. Dall’altra, il promontorio della Mezzatorre, coperto da un’apparentemente impenetrabile superficie verde. E’ qui che ci addentriamo, in un bosco di lecci fitto e ombroso, attraversato da una strada comoda, asfaltata fino ad un bivio: da un lato si raggiunge la villa della Mezzatorre appunto, oggi lussuoso cinquestelle, alla fine dell’ ‘800 proprietà di Luigi Patalano, avvocato, intellettuale e poeta foriano, padre del pittore Bolivar, che la scelse come ‘buen retiro’, lontano da tutti. Originale la struttura: ha l’aspetto, infatti, di una torre merlata a picco sul mare, riprendendo forse le fattezze di una vera torre di difesa contro le incursioni saracene andata poi distrutta. Noi scegliamo l’altra via – da questo punto è in terra battuta, ma sempre molto agevole – che porta l’indicazione ‘Madonna di Zaro’. Il bosco ha colonizzato i tratti lasciati liberi dalla roccia viva, ma in alcuni casi le piante sono riuscite a insediarsi anche nelle fratture che attraversano le alte lingue di pietra. Quattordici anni fa, in quest’angolo appartato, si dice sia apparsa la Madonna ad alcuni giovani, e periodicamente ha lasciato messaggi per i fedeli: da allora è nato un gruppo di preghiera che si riunisce regolarmente e un luogo di culto spontaneo che è possibile visitare liberamente.
Percorrendo ancora un breve tratto di strada, all’improvviso appare La Colombaia, una villa bianca che apre alte finestre a ogiva, in uno stile inusuale per l’isola, sul panorama della costa rocciosa sottostante, spesso battuta dalle onde. Questo edificio negli anni ’60 fu acquistato dal regista Luchino Visconti che lo arredò portandovi mobili ed oggetti che gli erano cari e vi trascorse lunghi periodi, aprendone le porte agli amici o rimanendo immerso nella sua solitudine. Doveva amarlo parecchio perché chiese di esservi sepolto: oggi in un angolo del giardino sono custodite le sue ceneri e La Colombaia, proprietà del comune di Forio, è sede di una fondazione che opera nell’ambito delle arti del cinema. Tuttavia, la fondazione ha avuto vita assai travagliata e attualmente anche la villa, dove è esposta una raccolta di fotografie e bozzetti che ricostruiscono la vita e la carriera di Visconti, è inaccessibile al pubblico. Anche un altro grande talento del ‘900, il compositore e direttore d’orchestra inglese William Walton, rimase stregato dal fascino selvaggio di Zaro e realizzò la sua dimora, La Mortella, nella zona vicina alla strada statale, nel punto in cui terminerà la passeggiata. Insieme alla moglie Lady Susana e in collaborazione con il celebre paesaggista Russell Page, si dedicò a trasformare la distesa di roccia lavica in un giardino ricco di piante esotiche che grazie al particolare microclima della zona riescono ad attecchire. Dopo la sua morte anch’egli ha scelto di riposare qui e oggi Lady Walton ha fatto della Mortella un magnifico parco che va assolutamente visitato e in cui si organizza una stagione di concerti.
Una volta usciti dal bosco, si torna sulla strada asfaltata che fiancheggia il mare. La costa qui è scoscesa, definita da insenature frastagliate e piccoli promontori: particolarmente bella punta Spaccarello che sembra inclinarsi come se i venti dominanti da ovest l’avessero piegata. In realtà deve naturalmente la sua forma al capriccio della lava che andava solidificandosi e alla successiva erosione degli agenti atmosferici. La punta è in parte coperta da una folta distesa di lentischi, piccoli lecci ed erica che l’avvolge col suo verde brillante anche nel pieno della stagione arida, qual è il mese di agosto, mentre le propaggini più alte sono dominio incontrastato dei gabbiani. Proseguendo si giunge a punta Caruso, dove ci aspetta – in estate dura circa un’ora, se si vuole goderselo in tutte le sue fasi – lo spettacolo del calare del sole. Si deve lasciare la strada all’altezza di una grossa catena, oltrepassarla ed addentrarsi fra canneti e macchia che man mano che ci si avvicina al mare lasciano il posto alla vegetazione più bassa e resistente ai morsi del vento e del sole e infine alla roccia nuda. Quest’ultima digrada fino al mare, che a sua volta forma piccole vasche fra gli scogli in uno scambio senza sosta fra terra ed elemento liquido. Chi ama fare il bagno in mare aperto e asciugarsi sui sassi arroventati trova a punta Caruso uno dei suoi luoghi ideali. Noi abbiamo preferito sperimentare la dolcezza del tramonto, quando – finalmente – il sole lo si può guardare: prima di ‘immergersi’ in mare colora l’atmosfera di sfumature imprevedibili e tinge di rosa tutto ciò su cui si posa. Scegliete una bella pietra, che sarà ancora piacevolmente tiepida del sole che l’ha bruciata per ore, sedetevi e ammirate tutto quanto vi circonda (nella speranza che si conservi ancora per un bel po’!), respirando un delizioso miscuglio di salmastro, brezza, odori emessi dalla vegetazione che si inerpica anche su queste rocce, appen’appena trova un po’ di terreno. Anche dopo che il sole è calato, la sua luce continua a sostare in un’atmosfera sospesa, mentre – noi abbiamo la fortuna di vederla – una falce di luna nuova sale rapidamente.
Una volta tornati indietro sulla strada principale, è possibile scegliere se deviare, dopo circa settecento metri, verso la spiaggia di S. Francesco o proseguire per arrivare nuovamente sulla statale, in località Cavallaro. In ogni caso merita la sosta il belvedere esotico, da cui si ammira Forio che si distende dalle pendici dell’Epomeo al mare, luminosa ma non rumorosa, mentre alle sue spalle gira su se stesso ipnotico e intermittente il faro di punta Imperatore.
Canne
Esistono diverse tipologie di questa pianta, di grande valore per il mondo contadino. Non a caso ogni terreno dell’isola coltivato a vigneto ha ai margini un canneto, infatti le canne erano tradizionalmente usate per sostenere le viti, insieme ai pali di castagno, ma anche per appoggiarvi le colture nell’orto. Inoltre le foglie intrecciate si adoperavano per appendervi i pomodori a seccare (i ‘piennoli’); essendo la canna flessibile si usa ancora per realizzare i tradizionali cesti, ma i contadini la lavoravano anche per ottenere bicchieri, posate, canne da pesca, fucili come gioco per i bimbi. Oggi che sempre di più il vigneto viene abbandonato, i canneti tendono a diffondersi eccessivamente e sono un’ottima esca in caso di incendi.

Lichene
I licheni si presentano come ‘incrostazioni’, insediate su supporti molto vari, rocce (come in foto), tronchi ma anche plastica, tegole, cemento, muri. Sono la simbiosi di un fungo e di un’alga, per cui entrambi gli organismi traggono vantaggio dall’associazione che li lega e che consente loro di produrre sostanze che non potrebbero sintetizzare rimanendo separati. L’alga infatti, essendo una pianta, compie la fotosintesi e fornisce al fungo nutrimento organico che, a sua volta, dà all’alga protezione consentendole di insediarsi anche in luoghi poveri di acqua. I licheni assorbono gli elementi presenti nell’aria, anche quelli inquinanti, quindi la loro presenza è un buon indicatore della qualità dell’aria del luogo in cui crescono.

Finocchio di mare
Appartiene alla stessa famiglia del finocchietto selvatico e del finocchio coltivato. Il finocchio di mare, invece, ha acquisito caratteristiche che gli consentono di abitare le coste rocciose, la sabbia, le zone comunque vicine all’acqua marina, di cui ama gli spruzzi salmastri, è una succulenta, infatti, e le foglie carnose costituiscono una riserva di acqua dolce per la pianta. E’ commestibile, nel Salento, per esempio le foglie vengono messe sott’olio o si mangiano lessate e poi condite con olio e aceto.

Cocomero asinino
Nell’antichità Egizi, Greci e Romani l’adoperavano come purgante drastico, in realtà rientra tra le piante tossiche, sia al contatto che all’ingestione. Si diffonde nei terreni incolti ed è coperta da una fitta peluria: appartiene alla stessa famiglia delle zucche, dei cetrioli, dei meloni e infatti i suoi frutti sembrano meloni in miniatura. Ingegnoso il metodo che ha sviluppato per diffondere i semi: essi sono contenuti all’interno del frutto insieme ad un liquido che, a maturazione avvenuta, produce dei gas per cui basta sfiorare la pianta e i frutti ‘esplodono’ proiettando i semi anche a 12 m. di distanza.

Salsapariglia (detta anche stracciabraghe)
E’ un arbusto rampicante, con foglie a cuore, spinose sia lungo i margini che sulla faccia inferiore, sono coperti di spine anche i fusti della pianta. I frutti sono bacche rosse amate dagli uccelli ma non commestibili per l’uomo, mentre le cime giovani di colore rossiccio si possono lessare e poi aggiungere ad una frittata. Il nome viene dallo spagnolo “Zalzaparilla”, perché la pianta strofinata vigorosamente produce della schiuma saponosa, che assomiglia a quella emessa dai cavalli quando sudano abbondantemente, da cui il nome di ‘salsa’ (schiuma) della ‘pariglia’ (coppia di cavalli usata per trainare carri).