Friday, October 23, 2020

PREMIO ISCHIA INTERNAZIONALE DI GIORNALISMO, L’ISOLA OSSERVATORIO SUL MONDO CHE CAMBIA

Una Rassegna decisamente più asciutta nel contesto formale e scenografico (è mancata la serata in piazza S. Restituta con le consuete presenze di grandissimi della musica), ma indubbiamente molto intensa e approfondita nel segno della sostanza. Per seguire con attenzione l’intero svolgimento della manifestazione abbiamo chiesto a Pasquale Raicaldo di farci un puntuale resoconto.

 

 

 

Il giornalismo, con le sue storie di passione e coraggio. Perché la ricerca della verità, che ne anima gli ingranaggi, può costare caro: la libertà individuale, addirittura la vita. Ischia osservatorio privilegiato sul mondo dell’informazione per il Premio internazionale di giornalismo: edizione numero trentasette, due giorni – 1 e 2 luglio – di dibattiti e convegni, riflessioni e analisi. Di riconoscimenti, soprattutto. In linea con la tradizione di un evento che attraversa i decenni, esaltando le storie più belle di una professione in continuo divenire, l’isola e i fratelli Elio e Benedetto Valentino hanno accolto, nel quartier generale del “Regina Isabella”, i giornalisti dell’anno. Selezionati da una giuria di spessore.

E la scelta ha premiato soprattutto chi, animato dall’insopprimibile desiderio di scovare e raccontare la verità, deve fare i conti con la censura di un leader antidemocratico – come nella Turchia del presidente Erdogan, dove Can Dündar, direttore del quotidiano “Cumhuriyet” è finito in prigione – o con i soprusi di Assad e dell’Isis, come in Siria, dove la missione di informare, raccolta stoicamente dai blogger di “Raqqa is being slaughtered silently”, può portare persino al martirio. Premio per i Diritti Umani a Dündar, Premio Internazionale di giornalismo al gruppo di attivisti siriani (alcuni dei quali costretti a lasciare la Siria): volti riconoscibili di una professione che può diventare una lotta quotidiana contro i regimi. Il quarto potere che rischia di essere stritolato, in un territorio in cui la democrazia è utopia. O un sogno realizzabile, come hanno auspicato Alhamza Abdalaziz e Sarmad Khader Almuhmed, due dei giovani redattori vincitori del riconoscimento internazionale.

Nella serata di gala a Lacco Ameno, condotta con sobria eleganza da Paola Saluzzi, sono stati assegnati anche gli altri riconoscimenti: approfondite inchieste su Fukushima e sui migranti sono valse il premio “Giornalista dell’anno per la Tv” a Pio d’Emilia di Sky. A Francesca Fialdini di “Uno Mattina”, invece, il premio per la sezione Infotainment. “Giornalista dell’anno per la carta stampata” Barbara Stefanelli: dedica toccante a Maria Grazia Cutuli, giornalista italiana assassinata in Afghanistan nel 2001.

Per l’informazione sportiva, il premio Ischia è stato invece consegnato a Pier Luigi Pardo, conduttore di “Tiki taka”: parole al miele per l’incanto dell’isola, con la promessa di tornare presto. Altri riconoscimenti a Costanza Esclapon e Giovanni Buttitta e, per la narrazione enogastronomica, al giornalista Morello Pecchioli ed infine riconoscimento speciale Fondazione Premio Ischia a Giovanni Buttitta. E ancora: la Penna d’Oro della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata consegnata al cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura: per la cerimonia, presente a Ischia il ministro della Pubblica istruzione, Stefania Giannini. Ad arricchire i dibattiti nella lunga vigilia del premio, anche la presenza del ministro degli Affari Esteri, Paolo Gentiloni. «E’ stata un’edizione di notevole spessore», hanno commentato con orgoglio Elio e Benedetto Valentino. Nel segno di un giornalismo coraggioso, condizione irrinunciabile per un mondo migliore.

 

 

 

 

 

CAN DÜNDAR

PREMIO ISCHIA PER I DIRITTI UMANI. «ERDOGAN E IL COSTO DELLA VERITÀ: LA MIA TURCHIA».

 

 

“Potete darci una mano, certo. Raccontando le nostre storie. La mia, costretto alla prigione per aver scritto quel che ho visto. Quella degli altri trentacinque giornalisti che oggi sono in una cella. In Turchia non c’è libertà di stampa”. Can Dündar si accarezza la folta barba brizzolata da divo di Hollywood e aggiusta gli occhiali, perfettamente tondi, evitando che gli scivolino giù dal naso. Poi, guarda negli occhi i giornalisti che lo circondano, attenti, nel cuore del Regina Isabella: “Certo che potete aiutarci”.

Di lì a qualche ora gli consegneranno il Premio Ischia per i diritti umani: una tappa fondamentale nel suo tour europeo (Berlino, Bruxelles, Londra), un viaggio nel quale racconta, sgranando gli occhi, cosa si possa provare ad essere perseguitato per aver documentato il passaggio di armi dei servizi segreti turchi in Siria.

Uno scoop pagato con la libertà: con il caporedattore del suo “Cumhuriyet”, il quotidiano diventato simbolo dell’attacco alla libertà di stampa in Turchia, è stato condannato a cinque anni e dieci mesi di carcere (la Procura ne aveva chiesti venticinque). L’accusa? Rivelazione di segreto di Stato. E da Ischia, dove arriva a bordo di un aliscafo di linea sotto la stretta vigilanza di scorta e forze dell’ordine, riannoda il filo dei ricordi, recentissimi, per un’analisi spietata e dolorosa. “E’ il peggiore periodo della mia vita, e lo dico malgrado fossi giornalista durante il periodo del governo militare, quando pure c’era la censura. Con Erdogan, leader assolutamente antidemocratico, viviamo tutti in una nube di paura e sotto pressione. L’opinione pubblica è cloroformizzata, benché esista una metà della Turchia che si spenderebbe per una svolta democratica, per la parità dei diritti tra uomini e donne, per la libertà di espressione e di stampa. E’ questo il messaggio che vorrei lanciare al mondo da Ischia”. Poi c’è quel giorno, nella sua cella, in cui scrisse a mano, di suo pugno, a ventotto leader europei alla vigilia di un incontro con Erdogan. Dündar raccontò la sua storia. Una lettera alla volta, neanche ricorda più quanto ci impiegò. Pagine intrise di speranza e di verità, che – racconta – sono rimaste appelli inascoltati. “L’unico che ne fece menzione in un’intervista fu il premier italiano, Matteo Renzi: garantì che ne avrebbe parlato con il primo ministro turco”. Fu così? “Non lo so. Vidi strette di mano e volti compiaciuti, in quell’incontro tra i leader europei e la Turchia. E’ che qui si parla solo di migranti. I diritti umani passano in secondo piano”.

Sorrisi, forse anche un po’ forzati, e flash. Dündar si aggira nei meandri del “Regina Isabella”. Twitta, è attento a quel che riportano i giornali. Condivide la foto della conferenza stampa alle migliaia di followers del suo account speciale: “Ischia è la settima tappa in Europa, non mi fermerò”, scrive. Ci sono molti modi, per l’isola, di essere al centro del mondo: le luci dei riflettori dei festival, gli eventi della tradizione popolare. Stavolta, c’è qualcosa di diverso: qui, nel cuore di due pomeriggi di luglio, si scrive una pagina della complessa storia del mondo contemporaneo, la Turchia e i diritti umani, il giornalismo e quella missione di informare, costi quel che costi, allontanandosi dai “diktat” di un governo che non tollera. E non perdona.

Il premio ha una dedica particolare: “A mia moglie Dilek, che mi ha salvato la vita”. Il riferimento è all’attentato a colpi d’arma da fuoco subito davanti al tribunale di Istanbul. Lo hanno chiamato “traditore”, un quarantenne dell’Anatolia centrale – Murat Sahin – ha provato a ucciderlo. “Il proiettile ha colpito un collega. Prima mia moglie si è lanciata sull’uomo armato, poi un deputato lo ha afferrato da dietro. Non lo conosco, ma so chi l’ha incitato”. Dura, la vita del giornalista in Turchia.

Poi, c’è la storia dell’attentato di Istanbul. Immagini crude, impossibile dimenticarsene in fretta. Nel mondo che ha paura del terrorismo, la capitale della Turchia denuncia ferite che non si rimarginano. Non ora, non subito. “Sono addolorato. Ma credo che il governo turco abbia le sue responsabilità: nella carenza di intelligence, nell’aver rifornito la Siria di armi. Tutto questo è il risultato di una politica estera sbagliata del governo turco che prima ha sostenuto e foraggiato i jihadisti ed ora espone al pericolo il nostro Paese. E’ stata una cosa terribile, noi in realtà avevamo anche avvertito il governo turco che doveva mantenere le distanze tra i jihadisti e la Siria invece li ha sostenuti, ha sostenuto i jihadisti, li ha accolti nel nostro territorio e ha poi consentito che tornassero indietro per combattere contro il regime siriano e i curdi”.

Idee chiare. Che oggi costringono Dündar a una quotidianità carica di ansie. Il futuro è un’incognita. Il presente è il coraggio di un giornalista che non si ferma. Non vuole, non può. Il Premio Ischia lo applaude, emozionato, nella coda di una lunga serata di riconoscimenti e applausi. Sono sentiti, veri, quelli che la platea gli attribuisce mentre lui, Can, si tocca ancora la barba, folta e brizzolata, e ribadisce: “Raccontate le nostre storie. Solo così, ci aiuterete”.

 

 

 

 

 

 

 

ABDALAZIZ ALHAMZA E SARMAD KHADER ALMUHMED

DA RAQQA A ISCHIA PER IL PREMIO INTERNAZIONALE:

«RACCONTIAMO LA SIRIA DEGLI ORRORI PER VOLTARE PAGINA».

 

 

 

 

Questa è la storia di due reporter giovanissimi, qualcosa a metà tra i blogger e i giornalisti. Ma in Siria, e nel mondo dell’informazione che cambia a velocità supersonica, le etichette contano pochissimo. Si chiama “citizen journalism”: conta, più che la tessera d’affiliazione all’albo professionale, la missione che anima la ricerca delle verità. E la denuncia. Questa è la storia di Abdalaziz Alhamza e Sarmad Khader Almuhmed, due dei giovani redattori vincitori del Premio internazionale Ischia di Giornalismo: basta guardarsi indietro, all’albo d’oro, per avere i brividi. Qualche nome? Walter Cronkite, un monumento. O David Grossman. E ancora: Indro Montanelli ed Enzo Biagi. Ora ci sono loro, due ragazzi poco più che ventenni. Arrivano col sorriso sulle labbra, Abdalaziz, 24 anni, e Sarmad, 23: longilineo e sobrio il primo, robusto ed estroverso il secondo, la barba folta icona irrinunciabile. Smartphone e tablet alla mano: condividono e twittano, da Ischia. Cartoline di un’isola che – scrive Sarmad –  è il paradiso in terra. Lo scrive ai suoi 57 mila followers, abituati all’Inferno dei racconti di ciò che avviene a Raqqa. Perché questa è soprattutto la storia di due dei reporter che hanno dato vita all’associazione “Raqqa is Being Slaughtered Silently” (letteralmente, “Raqqa è massacrata in silenzio”), l’unica finestra sui crimini efferati che lo Stato islamico commette, ogni giorno, nella città (siamo nel centro nord della Siria), dalla quale Alhamza e Sarmad sono scappati. «Viviamo in Germania – raccontano – ma il nostro sogno è tornare in Siria, prima possibile. In una Siria diversa, naturalmente». Il portale, seguitissimo, ha le immagini violente di ciò che avviene a Raqqa. Alhamza e Sarmad, negli occhi, hanno i sorrisi di chi ha pagato con la propria vita la missione di informare: il 16 dicembre scorso, è stata la volta di Ahmad Mohammed al-Mousa. Trucidato da uomini mascherati nel cuore di una città che da oltre due anni è stata occupata dai miliziani dell’Isis e proclamata capitale del sedicente Stato islamico.

Perché questa è soprattutto una storia di morte ed orrore. E quando posano per un selfie, a due passi dal ministro degli Affari Esteri Paolo Gentiloni, Alhamza e Sarmad sono così profondamente diversi dai coetanei europei che cedono alla tentazione narcisistica dello scatto autocelebrativo: no, loro piuttosto vogliono documentare come e quanto l’Europa, l’Italia e Ischia apprezzino – con un Premio internazionale – un lavoro quotidiano di denuncia. E’ la conferma che la strada intrapresa sia quella giusta. Ma dove porterà? “Intanto, siamo cresciuti. E questo premio ci inorgoglisce. Eravamo partiti in sei, il numero di noi attivisti è poi aumentato e oggi siamo in diciassette, animati dal desiderio di informare i siriani e la comunità internazionale su quel che accade a Raqqa”. Hanno tra i diciotto e i ventisette anni. Altrove, è un’età di spensieratezza. Non in Siria, e neanche in Germania o in Inghilterra, dove sono costretti a rifugiarsi in attesa del proverbiale ‘domani migliore’.

“Noi non abbiamo mai pensato che la soluzione contro il regime e contro l’Isis possa essere rappresentata dalle armi. Non siamo in grado di armarci, neanche volendo. Però crediamo, eccome, nel valore di una protesta pacifica, che possa aiutare a sensibilizzare l’opinione pubblica europea su ciò che avviene in Siria e in particolare a Raqqa”.

Orrori. Povertà. Tasse. Inflazione. Perché, denunciano i giornalisti, “l’Isis è direttamente responsabile dell’aumento dei prezzi dei generi di prima necessità in quanto usa i ricavati della vendita per il lauto pagamento dei suoi affiliati. La situazione in Siria è terribile – raccontano –  ormai la città viene bombardata ogni giorno ed è strage dei civili. L’Isis continua a presidiare il territorio e intanto gli aerei lanciano bombe sulla gente, che non può più nemmeno fuggire. Chi ci riesce ripiega nella campagna. Si parla di liberazione, ma è un plagio mediatico. Per la gente, la situazione è solo peggiorata”.

I due giornalisti raccolgono live gli aggiornamenti da Falluja o da Raqqa: gli occhi continuamente sugli Iphone tradiscono non già il desiderio di chat spensierate, ma la bramosia di notizie positive. Che arrivano solo di rado. “Sono i nostri amici che ci informano, rischiando la vita per mandarci notizie. Le notizie che arrivano? Esecuzioni in piazza, arresti, persecuzioni. Ma non riusciranno a spegnere il nostro sito. Quello non morirà mai”. Al ministro Gentiloni, gli attivisti spiegano dei timori di essere liberati dalle forze che vengono da nord appoggiate dalla Russia o da quelle che vengono da sud composte dai curdi e dalla coalizione internazionale guidata dagli Usa: soluzioni-tampone, che rischierebbero di non risolvere i problemi di una popolazione ridotta allo stremo. “Certo, Assad è il dittatore. Ha ucciso un quarto dei siriani. I siriani in fuga, fuggono da lui. Oggi, proviamo a controbattere lui e l’Isis con le stesse tecnologie con le quali il terrorismo recluta i suoi adepti nel mondo. Chiamatela pure contropropaganda. Tutto, purché la Siria non diventi un nuovo Iraq”.

E giù, il capo chino ancora una volta sugli smarphone che riversano aggiornamenti e istantanee, sangue e macerie, martiri e lacrime. C’è spazio anche per un po’ di bellezza: quel premio che quasi luccica nella foto di Sarmad, il mare placido di Lacco Ameno, un vicoletto di Ischia. Che ci fa, quest’inno alla bellezza, nelle pagine di un racconto di morte e terrore? “E’ una questione di speranza”, sorridono i due giornalisti. Ecco perché, in fondo, questa è soprattutto una storia ancora da scrivere.

 

 

Text_ Pasquale Raicaldo

Photo_ Lucia De Luise  Dayana Chiocca