Thursday, November 23, 2017

Architecture- UN TUFFO NEL NOSTRO PASSATO

25/2008

Photo: Riccardo Sepe Visconti
Text: Silvia Buchner

 

Scegliere un luogo, il luogo ideale, per riunirvi tutto ciò che amiamo, la storia nostra e della nostra famiglia, della gente di Ischia, raccontando il rapporto che esiste da millenni tra gli abitanti di quest’isola e la campagna. Il risultato – ci sono voluti nove anni per realizzarlo – è il giardino che si può ammirare in queste pagine: chi lo ha costruito con sensibilità, guidato sempre dall’emozione, è una persona che per discrezione ha scelto di rimanere anonima ma che con orgoglio ci ha mostrato il suo omaggio alla terra, alla natura, alle radici. Una serie di terrazze si arrampicano sul fianco della collina, affacciata sul paese di Fiaiano e sul castello Aragonese, e scandiscono la scoperta di questo mondo fatto di infiniti particolari: frammenti di orto e vigneto, sobrie panchine in pietra, portoncini in legno, antichi ‘cofanaturi’ (grandi contenitori in terracotta adoperati per fare il bucato), un vecchio lavatoio, innumerevoli brocche, secchi, paioli in metallo riutilizzati come vasi da fiore: ogni singola pianta, oggetto, taglio di panorama, scenografia è molto pensato e tuttavia è assente ogni traccia di affettazione. Si sale attraverso esili viali e scale, quasi nascosti dalla vegetazione, che viene sì curata assiduamente, ma cresce rigogliosa, non limitata da rigide potature e libera di seguire il proprio ciclo naturale, anche foglie e rami secchi tornano alle piante cui appartenevano sotto forma di concime, dopo essere stati sminuzzati con un biotrituratore. L’uso dei materiali è particolarmente attento: quando possibile, la pavimentazione dei percorsi è stata realizzata con pezzi di battuto di lapillo recuperati da antichi tetti destinati alla demolizione, come in battuto di lapillo (ma anche ricavati da blocchi di pietra, appartenuti un tempo, per esempio, a davanzali) sono alcuni dei tavoli e delle sedute, collocati in punti strategici, per creare angoli consacrati a fermarsi e contemplare. Sostegni, corrimano e balaustre sono fatti con pali di castagno, che hanno assunto col tempo il tipico colore scuro, molto ingegnosamente le tettoie sono ombreggiate con le canne cui si lascia il fogliame e, in altri casi, con rami di erica, raccolta nei boschi ischitani, e che, una volta seccati, costituiscono un riparo duraturo che non marcisce. Tutto intorno, si alternano le più tipiche piante nostrane alle colture esotiche. I fiori sono quelli del Sud: lantane e pelargonii, dalle foglie intensamente odorose, le infiorescenze celesti del plumbago, tante varietà di buganvilee. Particolarmente belli gli olivi plurisecolari, dai possenti tronchi nodosi, che sono stati trapiantati qui dalle campagne del Beneventano, dove erano sicuramente destinati a morire in breve tempo, perché una volta che l’olivo termina il suo ciclo di produttività, non si ha più interesse a mantenerlo in vita, mentre è proprio allora che questi alberi si esprimono al massimo del loro sviluppo. Qua e là melograni, anch’essi molto longevi, querce, il noce, il nespolo comune e l’albero delle giuggiole, piante oggi poco diffuse ma che appartengono saldamente alla tradizione contadina, lentischi, corbezzoli, ginestre, bordure di aromatiche, agrumi, sontuosi fichi d’India, e poi gli alberi esotici, frutto della passione, mango, cedro mano di Buddha, albero del cioccolato, guava, annona, avocado, macadamia. In un’ampia voliera, convivono oche, anatre, galline e addirittura una coppia di pavoni mentre in un vasto spazio recintato splendidi conigli sono allevati allo stato semibrado. Non a caso, la voliera è coperta da rigogliosissimi kiwi, che regalano chili e chili di frutta, queste piante, infatti, hanno bisogno di molto concime organico, che gli viene appunto dal letame prodotti dagli animali, adoperato naturalmente anche nell’orto.
La terrazza più alta è una vera sorpresa, accoglie infatti una vasta carrellata di utensili che spesso sono usciti dall’orizzonte del nostro quotidiano, al punto che in certi casi ci si chiede ‘ma cos’è?’. Un vero museo contadino che restituisce vita e significato a tasselli della nostra cultura che ci siamo lasciati alle spalle. Ferro, legno, fibre vegetali, terracotta, vetro. Passando in rassegna gli oggetti si ripercorrono secoli di lavoro, nei campi, degli artigiani, in casa. Sono raccolti, infatti, attrezzi per lavorare il legno e il ferro, la terra – zappe, asce, pale, seghe, pompe per l’acqua e carrucole per i pozzi – e per fare il vino, cui è dedicata una piccola stanza con un minuscolo palmento, la botte, le botticelle, le damigiane in vetro ricoperte di fibra vegetale e poi la casa – paioli, tegami, bilance, mantici per il fuoco, bracieri, gamelle, sportelli di antichi forni, l’asciugatoio per i panni da collocare sul braciere. Anzi, una vecchia, minuscola, stanza da letto è ricostruita fedelmente, completa di mobili e arredi, dai santi nelle campane di vetro alla macchina per cucire a pedale, alle “buone cose di pessimo gusto” in bella mostra sul comò. All’esterno, un tavolo unico nel suo genere, insieme alle sue panche, infatti, è stato ricavato dalle doghe di antiche botti, mentre spalliere di letti in ferro completano ampi sedili. E’ incredibile come l’oggetto più umile, arrugginito, sbreccato ritrovi qui una dimensione, un senso, la sua storia. Grazie a chi lo ha raccolto con amore e valorizzato con intelligenza.

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