Thursday, February 20, 2020

LA PACCHIA DI SCUOTTO

Solo chi (come Matteo Salvini o la ministra Luciana Lamorgese) non conosce lo spirito dell’arte presepiale napoletana può, attraverso una visione di “pre-giudizio etico”, commentare negativamente un’opera che dal presepio, appunto, trae ispirazione. Salvatore Scuotto Morales nasce artisticamente nell’orbita dei maestri presepiali e sviluppa la sua vena creativa facendo leva sulla matrice che l’ha originata, una dimensione interpretativa (che appartiene a tutti i presepi con la raffigurazione dei pastori) che si pone l’obiettivo di ricostruire una scena credibile prescindendo da qualsiasi funzione etica. Il presepio, infatti, è una fotografia artistica tridimensionale, un racconto privo della “conclusione morale”: non intende affatto tirare le somme di una serie di insegnamenti, ma si limita a illustrare una storia. In conclusione (per quanto ci si sforzi di vedere altro) il presepio – esattamente come l’opera incriminata “È finita la pacchia” – non ha alcun valore né morale, né immorale, riuscendo ad essere “al di Sopra” ed “Altro” e mantenendo una sua dimensione “A-Morale”. Chi questo non lo comprende non può capire l’opera di Scuotto…

Partiamo dall’installazione” E’ finita la pacchia”: come ti è venuto di fare questa pazzia?

Come puoi immaginare, una scultura non nasce di punto in bianco. Questa (Ndr. Intitolata “E’ finita la pacchia!”, raffigura Salvini che spara a due migranti africani rappresentati come zombie, morti viventi, con una grossa arma, in un’ambientazione che richiama i videogiochi) è stata pensata in uno dei periodi più brutti della politica, c’erano queste persone bloccate sulle navi delle ONG con un caldo infernale, e noi nelle nostre case, con le nostre comodità, soffrivamo per loro, mentre Salvini puntava a fermarli come se fosse il problema cruciale del Paese. Ci si indigna con facilità, ma poi si deve anche agire, e mi sono chiesto come potevo gridare questa indignazione in modo da essere ascoltato. Così ho associato ciò che so fare all’idea di realizzare delle opere un po’ più incisive, provocatorie. Come ho scritto tempo fa in un post su Facebook, penso sia arrivato il momento di far uscire i quadri dalle cornici e far scendere le sculture dai piedistalli, per dare una mano alla nostra contemporaneità (Ndr. Il post continua così: “Bisogna dipingere senza evadere, scolpire o modellare plasticamente un pensiero che sia ferocemente rivolto al pubblico. Un pensiero che non lo allieti ma che lo accusi, perché stiamo diventando tutti, nemmeno lentamente, colpevoli”). In realtà, anche con i miei fratelli, nel nostro lavoro artistico sui pastori non ci siamo mai limitati a realizzare il presepe tradizionale, che poi non esiste nemmeno a San Gregorio Armeno. Abbiamo, invece, cominciato a studiare daccapo il presepe, provando ad innovarlo. L’anno scorso siamo stati ospiti al 61esimo Premio Faenza che è il più importante riconoscimento dato alla scultura in ceramica contemporanea, quindi non tradizionale. Ci hanno accolto come i rappresentanti più interessanti di questo tipo di arte, insieme ad altri 54 artisti, che in gran parte già seguivo e ammiravo. La motivazione con cui ci hanno scelto è che con le nostre creazioni abbiamo operato “dal presepe fino alla contemporaneità”, un progetto questo, peraltro, che purtroppo qui a Napoli non passa. Gli zombie (Ndr. Come sono rappresentanti i migranti nell’installazione), i licantropi vengono visti quasi come un limite, invece altrove hanno capito che l’uso della tecnica antica calata nel contemporaneo non è un limite, ma una cosa che può diventare, in alcuni casi ,intelligente.

Quindi nel realizzare le figure della scultura “E’ finita la pacchia” ti sei rifatto all’arte tradizionale dei pastori?

In quell’opera c’è la fusione di antico e contemporaneo. Come ha detto Biancamaria Santangelo, la creatrice della galleria Nabi, è un’immagine fumettistica, una vignetta, perché Salvini è una vignetta. Io conosco la scultura tradizionale, l’ho anche proposta in altre opere che sono in mostra. Però l’installazione con Salvini usa un linguaggio attuale fuso con il concetto del presepe, da cui riprendo alcuni elementi, nella figura dei due zombie, per esempio, nel fatto che Salvini ha gli occhi di vetro. I colori, invece, sono vividi, accesi, non sono quelli patinati dell’arte antica e quindi c’è questo doppio gioco naturalistico e antibarocco, era necessario fare così perché Salvini non ha niente di barocco, non ha il ‘baffo decorativo’. Questa fusione la considero indovinata, Salvini, quando lo vedi in foto, non lo immagini in un presepe ma in un contesto più attuale. Il registro scelto per quell’opera è stato molto studiato, volevo puntare su un’immagine forte. Così come per “La Sinera”, per la quale ho realizzato una rifinitura dei capelli molto più impressionistica, utilizzando il colombino, una tecnica di lavorazione della creta che permette di modellare forme, anche grandi e complesse, in modo che siano leggere e quindi ciò che le regge, in questo caso la testa, non si spezzi. Mentre ci lavoravo e si costruiva man mano non guardavo davvero l’opera, l’ho vista solo alla fine e mi ha spaventato, perché mi sono reso conto che forse ci ero andato pesante, alla fine stavo realizzando la scultura di due bambini morti e questa cosa mi ha scosso emotivamente. E lì la tecnica non è ovviamente quella compiacente che si utilizza per realizzare il pastore del presepe. In “Glu Glu Glu” (Ndr. Un centrotavola che ruota, modellato a forma di mano che mentre affonda fa il gesto del dito medio, atto finale e disperato di riscatto di quanti muoiono in mare nell’indifferenza di chi potrebbe salvarli), per esempio ci sono elementi writer, con questo splash disegnato plasticamente e la citazione voluta dell’opera di Cattelan L.O.V.E. Volevo lanciare dei messaggi provocatori… e alla fine è nato anche il “Portapastelli”.

Parliamone allora del “Portapastelli colorito” che contiene le matite “Io non sono nero”: che genesi ha?

Quando Biancamaria Santangelo mi invitò a partecipare alla mostra nella sua galleria le dissi – in modo anche scortese – “Non intendo realizzare un soprammobile!”. In questo periodo storico non me la sento di creare opere compiacenti. Questo progetto è solo all’inizio, ci sono altre cose che ho già in mente. Comunque, dopo aver fatto un po’ di resistenza, mio fratello Emanuele mi ha convinto a esporre. Però la parola “soprammobile” mi era rimasta in testa… E mi sono detto che alla fine questa mostra doveva avere un soprammobile, un oggetto d’uso in tema con le altre sculture che stavo realizzando e ho avuto l’intuizione del portapastelli, dei colori che si vantano di non essere neri e del nero che deve ingoiarli. Da questa idea è scaturito quest’ultimo pezzo non previsto che a suo modo è molto forte e ironico, di un’ironia sarcastica, amara, anche la scelta della marca del portapastelli, “Io non sono nero”, è molto efficace, immediata, come una sciabolata improvvisa – e la medesima ironia si ritrova in “Glu glu glu” e nello stesso “Salvini”. A proposito di quest’opera, Camillo Langone, in un articolo su Il Giornale, mi ha criticato ‘moderatamente’ e mi ha candidato al premio «Merluzzo d’oro», insieme al professore piacentino Giancarlo Talamini Bisi (che aveva minacciato via social di bocciare i suoi alunni se fossero scesi in piazza con le Sardine, salvo poi doversi scusare pubblicamente). Con Langone ci stimiamo e di me in questa occasione ha scritto “è un artista, è un bravo artista, ma pensavo fosse un pesce rosso, invece si è rivelato un merluzzo, perché l’opera con protagonista Salvini è guerra”. Lui è più per l’arte contemplativa ed è un estimatore del mio lavoro, quando cominciai la scultura “Mamma negra” ha lasciato in fb un like o addirittura un commento positivo sotto la foto dell’opera in lavorazione. Quindi gli scriverò per ringraziarlo, e poi questo Merluzzo d’oro deve anche darmelo…! La scultura, che raffigura la donna incinta con la mano alzata (“Mamma Negra”), è un’opera nata da sola, mentre prendeva forma mi sono risentito uno scultore non dico accademico, ma più aderente all’ideale della scultura visiva, anche novecentesca, se non più antica ancora.

Con queste opere che mostrano anche la tua ‘vis politica’ pensi di aver inaugurato una strada che continuerai a percorrere o si tratta di una fase che consideri chiusa della tua attività di artista, e vuoi dedicarti ad altro?

Adesso ho la piacevole sensazione di avere mezza giornata di pura libertà creativa. Prima le mie giornate erano più caotiche, ora insieme ai miei fratelli abbiamo stabilito che la Scarabattola (Ndr. Il laboratorio artistico di arte presepiale dei fratelli Salvatore, Emanuele e Raffaele Scuotto, in via Tribunali) è un’entità lavorativa piacevole, con una missione culturale e non solo commerciale, guidata da tutti e tre insieme, ma dopo le cinque del pomeriggio ognuno è libero di dedicarsi ad altro, ad esempio ad una scultura che esula dal bellissimo meccanismo che è la Scarabattola. Avendo due personalità molto diverse Emanuele ed io ci siamo separati con amore, e questa è la mostra inaugurale di un nuovo battesimo che va al di là dell’arte dei pastori.

Interview & Photo_ Riccardo Sepe Visconti 

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