Sunday, July 21, 2024

n.03/2005

Photo: Oscar Pantalone
Text: Mariacristina Gambi

 

La vicenda relativa allo tsunami nel Sud-Est asiatico e dei suoi effetti sugli ecosistemi corallini, tema dello scorso articolo, ci offre lo spunto per continuare il nostro discorso sulle “catastrofi” naturali, viste questa volta nell´ambito del nostro territorio. Ischia presenta in questo contesto una serie di “case study” che potremmo definire da manuale, manuale del geologo e del biologo marini! L´isola nel suo complesso, giovane in termini geologici di soli 55 mila anni, è in effetti il risultato di catastrofici eventi vulcanici e tettonici (che interessano cioè le zolle e piattaforme continentali) che ne hanno plasmato, e come vedremo continuano a plasmarne, l´assetto morfologico sia terrestre che costiero. Basti pensare agli ultimi eventi vulcanici relativi alla formazione della colata dell´Arso del 1301, nonché ai più famosi terremoti (Casamicciola del 1881 e 1883), alluvioni (quella riportata da D´Ascia del 1655, e quella di Casamicciola del 1910) e più recenti ancora mareggiate (1999), che hanno innescato eventi franosi e di dissesto del territorio che tutti gli isolani conoscono bene, e le cui conseguenze sono ancora “leggibili” sia a terra che a mare. E´ in mare in particolar modo, dove l´azione umana sul fondo risulta più limitata per ovvie ragioni di inaccessibilità (ma vedremo in seguito che non è sempre così), che i segni di questi eventi catastrofici rimangono nel tempo e ci consentono di ricostruire gli eventi stessi e fare ipotesi sulle loro cause. Tutto il fondale tra Forio e Casamicciola tra 20 e 80 m circa di profondità è caratterizzato da enormi massi di dimensione decametrica, che in gergo geologico si definiscono “hummocks”, e che punteggiano il fondo stesso dandogli un aspetto alquanto articolato ed irregolare. Anche ad un osservatore non preparato, risulta infatti chiaro che alcuni grandi scogli emersi costieri (es. scogli innamorati, fungo di Lacco) e semi-sommersi (Pietra Bianca, Pietra Nera, Cavallone ecc.) non siano che un limitato segno visibile di quello che a scala più vasta si osserva sul fondo. E lo sanno bene anche i pescatori artigianali locali che su questo complesso paesaggio sottomarino stendono i loro attrezzi da pesca! Questi fondali ad “hummocks” sono il risultato degli imponenti eventi di frana che hanno interessato l´isola a seguito dell´innalzamento tettonico dell´Epomeo. Anche il Canale d´Ischia ci racconta il passato dell´isola ed alcuni eventi catastrofici. Le numerose secche sommerse del Canale, ben conosciute anch´esse dai pescatori locali e dai subacquei, Formiche di Vivara, Faraglione, Catena, Pertuso, Ruommoli, fino all´imponente Banco d´Ischia, altro non sono che resti di vulcani sommersi o dei loro residui eruttivi fortemente erosi dal mare, gli stessi che hanno formato l´isolotto di Vivara. Dunque Ischia e i suoi abitanti dovrebbero essere avvezzi alle catastrofi naturali. Ma a fronte di questo teorico “pre-adattamento”, si assiste continuamente ad un attacco antropico del territorio che sembra non tenere conto di questa tendenza naturale, ma al contrario viene ad amplificare gli effetti dei possibili eventi catastrofici oltre il background naturale già elevato, come abbiamo brevemente indicato prima. E´ chiaro che in un´isola, dove gli spazi sono più limitati, si tende a “strappare” terra al mare ed ha sfruttare soprattutto la linea costiera al massimo. Esiste tuttavia quella che sia gli ecologi che gli architetti (e l´analogia del concetto tra questi due gruppi apparentemente diversi di professionisti è illuminante) definiscono “capacità portante massima” del sistema, oltre la quale si verificherebbe una sorta di collasso generale del sistema stesso. Nel caso dei sistemi ecologici, questo fenomeno si innesca quando una risorsa naturale, sfruttata oltre la capacità portante massima, porta ad un crollo verticale anche degli organismi che sfruttano la risorsa stessa; ne sono un esempio le relazioni preda-predatore (pensiamo ai problemi di sovra-sfruttamento della pesca) o ospite-parassita. Il grande Stephen J. Gould, guru della teoria dell´evoluzione e ispiratore di questa rubrica, usava un´espressione molto efficace per indicare questo concetto (che è anche il titolo di un suo recente libro) “gli alberi non crescono fino al cielo”, intendendo che esiste un limite naturale, potremmo dire anche “fisiologico” allo sviluppo di qualsiasi essere vivente o sistema complesso. In altre parole è lo stesso concetto con cui gli ambientalisti indicano lo “sviluppo sostenibile” (sostenibile cioè dall´ambiente o altro sistema di riferimento e quindi al di sotto o comunque nei limiti della capacità portante massima). L´uomo ha cercato e cerca sempre di spostare questo limite, nei confronti sia di se stesso e delle sue performance (es., si veda l´evoluzione dei record sportivi nel tempo), e più in generale nei confronti dell´ambiente. Prima o poi però questo “muro” ritorna sempre ad indicarci questa soglia naturale invalicabile. Ora non tutti hanno coscienza di questo o ne comprendono le implicazioni per lo sviluppo e la vita di tutti i giorni. L´abusivismo selvaggio, il richiedere sempre nuove case (spesso seconde se non terze case!), nuovi alberghi, nuove spiagge, nuovo sviluppo, ecc., senza tenere conto della capacità portante di un territorio è pura demagogia politica ed economica. Quando si verifica un evento catastrofico, pensiamo a quelli prima richiamati per Ischia e di recente memoria, ci si trova a contare i danni e a dare la colpa spesso solo alla natura, mentre gli effetti amplificanti dell´incuria umana vengono sempre in secondo piano. La mareggiata imponente del 28 Dicembre 1999, ad esempio, ha fatto molti più danni alle strutture a terra (moli frangiflutti, scogliere, strade, assetto urbano, imbarcazioni) che non probabilmente agli ecosistemi ha mare. Pochi giorni dopo la mareggiata una notevole quantità di Posidonia, comprendente fasci vivi ed anche intere zolle di “matte”, è stata osservata lungo la spiaggia di Cava dell´isola, una delle aree maggiormente colpite dall´evento meteo-marino. Con i colleghi del Laboratorio di Ecologia del Benthos, dove lavoro, siamo andati a mare con notevole apprensione a verificare, circa un mese dopo l´evento catastrofico, lo stato della rigogliosa prateria di Posidonia di Cava sulla quale da tempo conducevamo indagini di monitoraggio. Abbiamo notato ampie onde di sabbia al limite inferiore del prato che però solo parzialmente ricoprivano le piante, mentre al limite superiore erano evidenti alcune zone di “matte” divelta in aree di estensione limitata che però non interrompevano la continuità della prateria stessa. Quando abbiamo misurato la densità dei fasci, questa importante variabile è risultata simile a quella rilevata alle stesse quote batimetriche prima della mareggiata stessa. Ne abbiamo concluso che pur se lo spiaggiamento massiccio dei fasci ci aveva fatto sospettare un impatto notevole sul fondo, la Posidonia stessa aveva attutito, frenando la forza dell´onda e limitando il trasporto di sedimento sul fondo, l´impatto dell´evento meteo-marino sul suo stesso sistema e aveva sicuramente limitato l´erosione del litorale, infatti la spiaggia di Cava non ha risentito di riduzioni a seguito della mareggiata stessa. Questo esempio ci dovrebbe far riflettere sulle capacità intrinseche che alcuni sistemi naturali hanno di auto-proteggersi e di attutire gli effetti negativi su altri sistemi, almeno fino ad una certa scala di intensità o di frequenza del disturbo stesso. E´ per questo motivo che la vicenda relativa al ripascimento della spiaggia dei Maronti, che ha portato alla estrazione di sabbia su una cava erroneamente individuata nel mezzo di una prateria di Posidonia oceanica ed alla distruzione di 4 ettari di prateria stessa, è per noi un “case history” ancora così scottante e paradossale. Non vogliamo con questo criminalizzare i ripascimenti “tout-court” (anche se l´atteggiamento di alcuni a considerali come la panacea a tutti i problemi di erosione costiera sia inquietante), ma prima di procedere su tali interventi, magari con la fretta di imminenti scadenze elettorali, si dovrebbero effettuare le dovute indagini preliminari e gli studi di impatto ambientale, sulla cui base tali scempi si potrebbero evitare, pur consentendo gli interventi di risanamento. Avremo modo di parlare nello specifico del caso dei Maronti in un prossimo appuntamento su questa rubrica, in cui affronteremo meglio gli aspetti scientifici e tecnici relativi alla scomparsa della Posidonia dal litorale dei Maronti, e le possibili implicazioni a lungo termine del danno subito dal sistema costiero in questa cruciale parte del litorale di Ischia.

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