Tuesday, January 21, 2020

Lo Judo è una filosofia di pensiero trasformata in sport: incanalare in una direzione a noi favorevole l’energia sprigionata da forze avverse. Questa disciplina ti insegna a cadere, a rialzarti e soprattutto… a proiettare l’avversario ai tuoi piedi.

Quando cito L. Cohen ed il suo (bellissimo) verso – There is a crack in everything That’s how the light gets in – è esattamente alle “conseguenze delle crepe” che mi riferisco e credo sia così anche per il Maestro. Gianni Maddaloni da moltissimi anni è impegnato – totalmente – a propagare luci dalle crepe, ad insegnare ai suoi ragazzi a rialzarsi, a incanalare le forze negative, domandole, imponendosi vittoriosamente su di esse.

Nella valle di Scampia, la palestra di ‘O Mae’ è un nido sicuro e protettivo contro le troppe violenze della vita, ma è anche il luogo dove si impara a combattere e diventare Campioni. Sul tatami, ma principalmente fuori da esso.

Mi racconti come è arrivato a Scampia. E’ il quartiere dove è nato?

Lo considero il mio quartiere, ma in realtà sono nato nel centro storico di Napoli a Forcella; quando avevo due anni, circa 60 anni fa, in diecimila siamo stati “deportati” nell’area Nord, formata da una serie di quartieri, Piscinola, Marigliano, Marianella, Scampia, Miano. E lì sono cresciuto, è il mio territorio. In particolare il rione S. Gaetano (da distinguere dall’omonimo quartiere a Napoli centro), un rione di edilizia ultrapopolare il che significa che dove dovrebbero entrare mille persone ce ne mettono 10mila, e la famiglia meno numerosa era quella dei Maddaloni, 6 bambini, ma ce n’erano con 10-15 figli. Vivevamo una povertà felice, ero uno scugnizzo che giocava per strada e quando con il buio rientravamo le mamme, che erano donne molto attente, ci davano gli schiaffi se ci comportavamo male.

L’illegalità allora in cosa consisteva?

Allora le illegalità commesse dai bambini consistevano nel prendersi una bicicletta, nel rubare un uccellino nella sua gabbietta fuori da una finestra o la frutta da un albero. Sicuramente le rapine compiute dagli adulti c’erano, ma si trattava di una delinquenza di basso rilievo. Con l’arrivo della droga negli anni ‘80-’90 c’è stata la svolta in negativo. Chi la spacciava la usava anche, le menti non erano più lucide, i ragazzi sono cambiati e anche la criminalità nei suoi vertici si è destabilizzata. Oggi non ha rispetto di niente, né per le donne né per i bambini.

E lei invece?

Sono un uomo fortunato! A soli 19 anni ho avuto un lavoro che ho fatto per 43 anni, mi sono subito sposato ed è nato mio figlio Pino. Il lavoro è stato importante, perché ti dà dignità consentendoti di crescere la tua famiglia. Lo sport è venuto subito dopo, grazie al mio maestro Enrico Bubani, un vigile urbano, persona molto passionale che mi ha introdotto al judo. Insegnare a mia volta ai miei figli, Pino, Marco, Laura quest’arte marziale è stata la chiave per la stabilità del mio rapporto con loro e con tutta la famiglia. Tutto ciò che ho costruito è stato grazie al lavoro e allo sport.

Adesso lei insegna il judo a ragazzi che non sono i suoi figli e con i quali stringe un rapporto molto forte.

Tutto è iniziato all’indomani della medaglia d’oro conquistata nel 2000 alle Olimpiadi di Sidney da mio figlio Pino. Ero il padre e il maestro di un campione olimpico e in tanti mi hanno cercato: a quel punto avevo due prospettive, essere me stesso o prostituirmi per denaro attraverso incarichi politici o federali. La politica ha bisogno di te perché funzioni come cassa di risonanza elettorale, la Federazione Arti Marziali ti vuole come tecnico. Io non ho accettato nessuna delle due proposte perché ho fatto la scelta di dare una mano al mio quartiere. Grazie alla vittoria olimpica il sindaco di allora Riccardo Marone mi affidò una bellissima palestra, perfettamente attrezzata, nella zona della Toscanella-Vomero, ma a quel punto mi sono detto “Cosa ci faccio qui?!”. Non vedevo Vele, palazzoni, la mia gente. Ci trovavamo solo a un chilometro da Scampia ma era tutto diverso, non c’era la mia adolescenza, non c’era niente. Restituii le chiavi e l’assessore allo sport Giulia Parente mi disse “Lei è un pazzo!”. In realtà, non ero pazzo, ero coerente. Volevo una sede a Miano che è vicinissima a Scampia, o a Scampia stessa. Così nel 2005 mi danno la struttura dove siamo, la Star Judo Club, 800 mtq coperti e 1100 all’esterno. All’ombra delle Vele. Ho fatto di un bene del Comune un bene comune!

Come sostiene i costi per far funzionare la palestra?

Fino al 2012 la politica mi ha aiutato, il sindaco Rosa Russo Iervolino mi ha supportato e l’Amministrazione era molto presente (anche se non abbiamo mai stipulato un contratto di affitto con il Comune), e lo stesso è stato per la Regione con Bassolino. Poi è iniziata una crisi politica epocale e con essa i problemi. La giunta De Magistris ha richiesto il denaro dovuto a chi occupa immobili del Comune in modo non regolare e che finora non aveva pagato. Da noi volevano 1800 euro al mese e un arretrato di 270mila euro! Comprendo questo atteggiamento perché il governo centrale non è stato generoso con chi amministra Napoli negli ultimi anni e da parte sua il Sindaco non è riuscito a tenere buoni rapporti con loro. Ma io incamero 2900 euro al mese e ne spendo 2800 per i collaboratori, pulizie, utenze, ecc. Tuttavia, mi hanno promesso che a breve risolveremo la cosa accordandoci per un canone abbordabile per me di 350 euro. E sono più tranquillo. Condanno, invece, la regione Campania che con Caldoro presidente fu del tutto assente; De Luca sembra che voglia aiutarmi, ma non ci faccio affidamento più di tanto…! Hanno un punto di riferimento nella palestra centinaia di persone, fra i giovani atleti, dai 4-5 anni a oltre 30, e le loro famiglie; oltre al judo abbiamo la sala pesi e corsi di hip hop, danza classica e moderna, aikido.

Cosa guida le sue scelte nel progettare le attività della palestra di Scampia?

Il mio vissuto. Con la storia che ho alle spalle o si diventa un delinquente, o un grande imprenditore dello sport o Gianni Maddaloni. La mia era una famiglia numerosa dove tutto era fatto in funzione del primogenito, anche un pantalone potevi averlo solo quando andava stretto al fratello maggiore. Per questo voglio che i bambini che non hanno possibilità economiche, che devono aspettare i pantaloni dismessi, siano messi in grado di praticare uno sport. In realtà l’intera famiglia deve fare sport, anche la donna, tutti devono avere uno sfogo che serva a cancellare le negatività della vita. Perciò se in palestra viene una famiglia numerosa pagheranno solo una quota di iscrizione, peraltro molto bassa, al massimo due: oggi ho 650 iscritti e pagano in 150. Ancora, ho una ragione personale per aiutare i detenuti, nel 1983, infatti, un mio fratello finì in carcere da ingenuo e in carcere, un ospedale psichiatrico giudiziario, ci è morto. Perciò da quando ho iniziato ho avuto in affido dai servizi sociali 300 detenuti, in questo momento sono dieci.

Cosa dà alla gente di Scampia Gianni Maddaloni?

Nel quartiere manca il lavoro e questo intacca la dignità di tante persone che sono deboli. Ma se apriamo il nostro cancello dando la possibilità a tutti i ragazzi senza alcuna distinzione di potersi confrontare con gli altri in modo pulito attraverso lo sport gratuito, ne possiamo salvare dalla strada centinaia. In un quartiere come Scampia che ha 100mila abitanti ci dovrebbe essere la cittadella dello sport, che è il mio sogno, per il quale lotterò fino all’ultimo.

Suo figlio Pino, primo oro per l’Italia nella disciplina del judo alle Olimpiadi del 2000, in un’intervista ha definito la palestra Star Judo Club uno “spazio sicuro”. Cosa significa questa espressione?

All’interno della palestra si è al sicuro perché è lo spazio dove regna la legalità, chiunque entra, anche se viene da una famiglia o da un passato legati alla malavita, da noi deve comportarsi bene. C’è un codice d’onore, un codice di comportamento, quello del clan dei Maddaloni che si contrappone ai codici negativi di altri clan, e che va seguito perché nella palestra tutti vengono al tempo stesso tutelati ed educati; e le madri sanno che da noi i ragazzi sono in buone mani.

In cosa consiste il codice del clan dei Maddaloni?

In una serie di principi che sono quelli cui si attengono i veri sportivi e che consideriamo sacri, temperanza, onestà, fedeltà, non si deve mai tradire la parola data, non si deve rubare, bisogna sostenere i deboli e così via. Ebbene, questi concetti devono diventare modello di vita al di là dello sport.

In che modo? Cosa dà lo sport ai ragazzi?

La forza di capire che chi non combatte ha già perso, e l’esperienza di combattere per se stessi i ragazzi la fanno attraverso la competizione sportiva: vincere una medaglia è importante, combattere è importante, certo c’è anche chi combatte e perde, ma è ancor più importante non rinunciare a combattere, perché significa aver vinto la paura, l’ansia, essersi messi in gioco. E se hai un codice di onore anche se cadi ti rialzi. E tutto questo accade anche nella vita… Quindi, i codici dello sport costituiscono una vera e propria formazione, pure se molti di questi ragazzi non vinceranno una medaglia, saranno da adulti buoni genitori, potranno dare un buon esempio ai figli: ecco, questo è l’investimento che si fa ogni giorno da tanti anni nel clan Maddaloni.

Chi sono i suoi ragazzi?

I giovani hanno bisogno di un punto di riferimento, di una figura maschile – anche se è la donna che modifica il futuro del bambino. Ci sostituiamo allo Stato che nelle periferie è assente, da noi si allenano ragazzi senza genitori o che vengono da famiglie in condizioni socioeconomiche negative, anche famiglie di camorristi, e che facilmente rischierebbero di perdersi: per tutti interveniamo noi, con i fatti, non solo a parole. Disabili, autistici, ragazzi con malattie croniche, stranieri, detenuti in affido e anche giovani campioni, si allenano insieme, per noi conta solo che sono ragazzi. Se, invece, alle spalle c’è una famiglia che funziona, affiniamo la loro educazione insieme alle madri.

Qui tutti la chiamano Maestro, o meglio ‘O Mae’ e il maestro è anche quello che dà le regole.

Certo, sono regole molto pratiche, da rispettare se vuoi stare qua dentro. Prima di salire sul tappeto devi chiedere il permesso, lo stesso quando scendi e ciò che si fa durante l’allenamento deve seguire una norma di comportamento. I bambini più deboli non si picchiano, anzi si aiutano con alcuni accorgimenti. Ci deve essere una linea retta per tutti, fatta di valori e regole e tocca al Maestro tracciarla.

Cosa rende lo Star Judo Club un luogo speciale?

La nostra forza viene dal fatto che qui l’integrazione è reale, si fa parte di un gruppo che si identifica in un obiettivo che è il bene. In una zona come Scampia in cui c’è ben poco di legale, includiamo i ragazzi in un contesto dove la legalità è la regola e quando raggiungono i 15-16 anni e prendono la cintura nera, si può parlare anche di formazione, di possedere un’arte. Perché il judo è un’arte e con il diploma che rilasciamo si può per esempio lavorare in palestre private e in tal modo diamo un’ulteriore chance di essere indipendenti e di avere una vita dignitosa. Così abbiamo completato il percorso, che è il traguardo che mi pongo per ciascuno dei miei ragazzi. La cosa fondamentale è esserci sempre per loro, sostenerli fino alla fine. E ogni tanto tornano in palestra a trovarci…

C’è chi si ribella a tutto questo?

Naturalmente. E qui entra in gioco la figura della mamma, ci deve essere una forte complicità fra lei e noi che seguiamo i bambini, dobbiamo parlare per capire le ragioni del comportamento del piccolo. Questo ruolo in una famiglia che funziona lo ricopre il padre, il compagno, ma l’indubbia crisi che c’è nella coppia e nella famiglia comporta che spesso tocca a noi tecnici che seguiamo i bambini supplire a questa carenza.

Un ruolo il suo che si sovrappone a quello degli assistenti sociali…

E’ vero. Non a caso sono un collaboratore del Tribunale dei minori dei Colli Aminei e i servizi sociali mi mandano ragazzi da recuperare che hanno compiuto rapine, reati di spaccio. Gli assistenti sociali della settima e ottava municipalità hanno in me un punto di riferimento.

Parliamo di chi è al suo fianco in questa battaglia quotidiana.

Suppliscono alle carenze della politica imprenditori come Paolo Scudieri, Rossella Giaquinto, realtà come Agorà Morelli e poi ho il sostegno dei Lions, del Rotary, tutte persone che mi vogliono bene. Ci sono napoletani doc come Giandomenico Lepore, ex procuratore capo, che è un amico fraterno e se una persona severa come lui si affeziona a me vuol dire che in me qualcosa di buono c’è.

Interview & Photo_ Riccardo Sepe Visconti

ICITY56

Related Posts

LA PACCHIA DI SCUOTTO
DALILA SGHAIER YARI VIDAL
OPERAZIONE SAN GENNARO